Cosa abbiamo ascoltato quest’estate, ed. 2018

In tempi in cui le recensioni arrivano sempre troppo tardi rispetto agli istantanei apoftegma di Facebook e Instagram, che dopo 24 ore sono comunque già belli che archiviati, e in un contesto amorfo, asociale e diminutivo, sempre più privo di riferimenti a parte i concertoni estivi in giro per l’Europa, e in cui a tanti, troppi sta passando la voglia di scoprire nuova musica, una non-redazione come quella di DYR continua a crederci per non si sa bene quale motivo. L’onore forse, o la nostalgia di tempi spensierati in cui ascoltare roba buona ti faceva sentire luminoso e più vicino a Dio, o il voler continuare a lasciare una traccia culturale di se stessi, quando ormai quasi tutte le nostre vite sono in mano ai social e a un quotidiano degenerato, in cui quasi nulla è diventato come sognavamo negli anni ’80, ’90 e inizio Duemila.

Eppure, appunto, continuiamo a leggere libri, scaricare serie tv a nastro, a cercare consigli su nuovi e vecchi film d’autore, ad andare ai concerti e ad ascoltare musica in auto, in cuffia, o dalle cassettine del laptop.

In questo post riassumiamo la nostra estate…


Estate 2018 come rinascita fisica e spirituale, dopo mesi di ansie e incertezze, trascorsa tra la mia Calabria, la Puglia e la Basilicata, con la fotocamera sempre in mano e i bagagli sempre pronti. Tantissima musica: lo show 3D dei Kraftwerk, l’esperienza della Boiler Room nel contesto del VIVA! Festival in Valle d’Itria feat. John Maus, Goldie, Laurel Halo (I will find you again and marry you), STILL e Awesome Tapes From Africa, il folle dj set di Arca, il caldo live di Sampha (incontrato in incognito in mezzo alla folla della Boiler, più incappucciato di Liberato) e quello, freddissimo, degli Iceage, con l’acid di Helena Hauff che ho dovuto ascoltare da lontano. Su disco, la carica di Nicolino Jaar in forma Against All Logic, il fantasioso DJ-Kicks di Forest Swords, le tamarrate dei Moderat e dei Ninos du Brasil a finestrini abbassati nella notte della Blood Moon, Malibu di Anderson .Paak nel relax più totale. E poi l’uscita più bella dell’estate, Family Portrait di Ross From Friends, condividendone il primo ascolto tra le foreste e il mare. Infine un lungo tour di Matera, rincorrendo la golden e la blue hour, sperimentando cose e assaggiando nuovi sapori mentre le luci dei Sassi si accendevano al tramonto una dopo l’altra. Il drink: Moscow Mule. Il taglio di carne: Picanha. Il gusto di gelato: ananas e zenzero. Il libro: Neve di primavera di Yukio Mishima. Il film: Profondo Rosso di Dario Argento. Special mention per i panini gourmet di Pescaria. Più che la classica fenice, è stato bello scoprire di saper essere il Fuoco stesso e dare un senso al nickname che ho scelto di usare. Ora, però, si sente un esagerato bisogno del profumo dell’autunno. (Pierluigi Ruffolo)


Mai vissuto un periodo come questo. Gli ultimi tre mesi mi hanno letteralmente sballottato tra tre regioni e due stati diversi in un flusso di eventi che definire incontrollato è peccare di eufemismo. La stabilità non c’è ancora – chissà se mai ci sarà -, però arrivare a Dublino e trovare ad accoglierti un live al buio degli Autechre non è malissimo. Una lista di cose: negozi di libri bellissimi, fumetti che costano un casino, tantissima musica elettronica (con i dischi nuovi di Ross From Friends e DJ Koze a cullarmi e sospingermi e quello degli Amnesia Scanner a togliermi la pelle di dosso), zero possibilità di andare a guardare le grandi scogliere ma forse per ora è meglio così perché voglio che sia un’esperienza più spirituale che turistica, l’emergency tax, la visita di Checco Bergoglio che blocca la città, l’alcool tremendo e abbondantissimo, una ragazza bellissima che ti strega dicendo che ama Berserk e il suo gruppo preferito sono i Tool facendomi battere il cuore dopo mesi di sicurezza che si sarebbe ridotto ad un organo da manutenere e mai più sarebbe risorto a metafora, la bellissima saga di Elena Ferrante che spero di finire prestissimo, una chiesa ogni tre case, la sicurezza che entro il 2019 potrò fare il viaggio in Giappone che sogno letteralmente da una vita, Philip K. Dick letto sul tram la mattina che ti toglie la sicurezza di essere sveglio, l’assenza quasi patologica di cibi sani e sapori delicati, il ritorno prepotentissimo della musica rock (i nuovi di Mitski, Snail Mail, Beach House e Young Fathers ma soprattutto Daniel Blumberg), Liberato a darmi sicurezza nei momenti di pausa, lo splendido primo numero di The Passenger, gli ostelli, un team di lavoro stupendo. A settembre si torna a casa da turista, nella speranza di – altra lista – arrostirmi al sole, bere del buon rosato, fare un bagno nudo una notte, mangiare vagonate di percochi, stare con gli amici e prendere cinque chili in cinque giorni. Bella? Non lo so. Di sicuro però è l’estate più strana delle 28 che ho vissuto. (Edoardo Ardito)


Nell’estate in cui sono tornato al mare di mia sponte dopo non so quanti anni, forse 18, e in cui ho preso n. 3 multe in un mese dopo non averne ricevute per almeno 10, mi sono tuffato nella musica classica. Il box con tutte le sinfonie di Sibelius, la nona di Mahler diretta da Claudio Abbado, la sonata in SI minore di Liszt, vario Janáček, e tanto pianoforte di Martha Argerich – che icona pop da copertina! – sono stati la colonna sonora di qualche giorno all’Argentario, dove mi sono appostato non lontano dalla spiaggia dei cani, sperando ingenuamente che non ci fossero anche i padroni. Sotto l’ombrellone un libro sul vino etneo scritto da Salvo Foti, edito dalla Maimone, e “La Scopa del Sistema”, il primo romanzo di David Foster Wallace, che tuttavia mentre scrivo non ho ancora terminato. Ho invece portato alle Eolie “Storie delle Terre e dei Luoghi Leggendari” di Umberto Eco, perché in quello scenario non sei sicuro se ti trovi in un posto reale o di fantasia, e perché ho deciso di leggere tutti, ma proprio tutti i testi di un autore a cui devo moltissimo. I romanzi li ho terminati, sono quindi passato ai saggi e alle tesi. Di base a Lipari per 20 giorni, ho ascoltato il nuovo (bellissimo) disco dei Low (ne parleremo), le versioni al piano di Josh Cohen delle canzoni dei Radiohead che tutti conosciamo e tanto Slanted & Enchanted dei Pavement, sull’onda del gustoso ultimo LP di Malkmus. Ho mangiato la pasta alla norma, i cannoli e tantissimi capperi e cucunci. Ultima tappa delle non-ferie (perché mentre ero via stavo comunque lavorando) è stata Porto San Giorgio, nelle Marche, dove The Now Now e Third dei Portishead hanno fatto da sfondo al viaggio A/R in auto. Pranzo top dell’estate presso Trattoria Lore’. E poi acqua calda, venticello, sabbia pulita, incredibilmente poco chiasso… ci torno prima della fine dell’estate se posso. (Daniele Sassi)


Tra CR7, la Sardegna a temperatura ideale e i bimbi che crescono, il concerto di St.Vincent a Milano, le sempre troppe telefonate, l’ardore del flusso di Whatsapp, il mondiale, il ponte di Genova, il clima di Torino e un giretto in Germania, non mi sono accorto né che l’estate (perché l’estate è tale solo se la di vive da post-adolescenti) sia arrivata né che se ne sia quasi andata. Eppure ricordo tutto, musica e fatti si legano, ben oltre il mistico ma in realtà semplificativo concetto di colonna sonora. Mentre andavo a prendere Ronaldo all’aeroporto Sandro Pertini avevo Parklife, forse “London Loves”, probabilmente “Trouble in the Message Centre”, o tutte e due perché mentre atterrava c’era un muto tra due canzoni; tra le curve della Gallura si cantava tutti insieme “Giving Up the Gun” mentre sognavo di tornare indietro a “Taxi Cab”, la mia preferita; prima, durante e dopo il lavoro molto Masseducation + “Fast Slow Disco”; il cellulare ha avuto un sottofondo, “Pennies from Heaven”, “Knock On Wood”, cose così, roba vecchia antirughe; Griezmann lo associo ancora a “Making Plans for Nigel” in ogni sua versione, mentre la costernazione di una mattina in alta montagna, a non molti chilometri da Genova (può sembrare paradossale ma non è così) è coincisa il primo ascolto di “The Rover”. Infine sono tornato indietro, aspettando Legoland, in loop con “God Bless Ohio” all’ingresso e la voglia matta di scrivere di “Over Rainbows and Rainier” sul prossimo numero di Billboard. C’è un titolo per tutto questo a due giorni dal mio compleanno? Forse uno: “Nothing’severgonnastandinmyway(again)”. (Luca Momblano)


“Borderlands” di Tim Hecker nelle orecchie. 15 gradi. Una luna quasi piena alle spalle a farmi da guardiana. L’Orsa Maggiore davanti a me (…Orsa? Ma dove? A me è sempre parsa una padella). Bagliori multicolore all’orizzonte, due intermittenti. Alza lo sguardo al cielo, se ne hai il coraggio. E dimmi se esiste un posto migliore al mondo di una spiaggia notturna. Sardegna, costa settentrionale. Ci voleva una botta di vita come questa, dato che negli ultimi tempi funziono a corrente alternata. Sono stato fermo per anni, ci vuole del tempo per riprendere la piena operatività. One foot in front of the other, babe. Sì, la luna di miele con Singularity prosegue senza pause, “Emerald Rush” mi dà ogni volta la spinta a vivere la mia piccola realtà quotidiana immersa in un universo spazio-temporale sterminato dalle infinite variabili. Ma cerco sempre la pace spirituale e DJ Healer mi mostra la via: that’s God’s creation. Anche Skee Mask mi dà una mano, con una sferzata di nostalgia intensificata dal sempreverde Selected Ambient Works 85-92 (riporto inoltre la magia di “Tha” alla guida nel buio sterrato dell’isola). Tutto molto romantico, ma la strada è ancora lunga. Go go go, figure it out, but don’t stop moving mi dice Sia. You can do this. Ricostruisci la tua vita, rimembrando prima di chiudere gli occhi amori nati e perduti in pochi giorni con gli Stars of the Lid. (Manuel Dal Fara)


Non serve molto: un telo bianco o un lenzuolo, con dei fermi alle estremità affinché il vento che spazza sempre forcella Agardaia (o Nagardaia) non lo sollevi, e un piccolo proiettore portatile. Il problema maggiore in un paese abbandonato da circa settant’anni sulle montagne friulane è reperire l’elettricità. Fortunatamente il CAI, che ha risistemato un ricovero adiacente alle bianche ossa della chiesetta di San Giacomo in Palcoda, ha lasciato un generatore a kerosene per il viandante millennial. Così con un manipolo di amici abbiamo allestito un piccolo cinema all’aperto come piacerebbe molto a Michel Gondry. Per tre sere, di ritorno da qualche escursione e subito dopo la grigliata d’ordinanza, ci siamo goduti tre film horror per rendere il tutto suggestivo abbastanza da rinchiuderci nelle nostre tende a sgranare rosari affinché il bosco non ci inghiotta. La prima sera, con superficialità quasi ingenua, abbiamo riguardato “The Blair Witch Project”, la seconda “The Endless” e la terza “Hereditary”. Ferragosto alternativo ma la prossima volta mi porto dietro il catalogo Pixar o, al massimo, Forrest Gump. (Giovanni Di Benedetto)

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