6 Novembre 2021
Family Portrait è uno dei dischi a cui sono più legato, e non necessariamente per il suo valore qualitativo, bensì per l’impatto avuto su di me in un determinato momento della mia vita. Il debutto del producer britannico esce nell’estate a cavallo tra la conclusione del mio ondeggiante percorso liceale e l’imminente approdo nel mondo universitario. Logicamente, questo è la superficie di un periodo carico di consapevolezza, responsabilizzazione e, più in generale, di quel genere di cambiamenti così improvvisi da non permettere di rendersi conto della loro portata.
Si tratta di un’esperienza di ascolto fortemente introspettiva, che mi invita ad analizzare le circostanze del momento e a farmi rendere conto del balzo che la mia vita fin lì abbastanza statica sta per compiere. Da quel momento e ancora oggi, rispolverare Family Portrait equivale a ripensare col sorriso a un periodo emotivamente complesso, abbinato a una colonna sonora già di suo impegnata a giocare con i ricordi, a completamento di un intricato meccanismo nostalgico.
Ad inizio 2021 sembra smuoversi qualcosa, con il lancio di una nuova etichetta, la Scarlet Tiger, accompagnato da quella che in gergo viene chiamata banger. Al tramontare della stagione estiva arriva, invece, l’annuncio dell’atteso nuovo LP. Tread si apre con “The Daisy”, che strizza l’occhio alle più recenti apparizioni di Floating Points, che con Crush ha lavorato fortemente sull’elaborazione di melodie complesse, attraverso l’uso di sintetizzatori modulari. “The Daisy” ne semplifica il concetto e funge da primo tassello di uno strabiliante trittico d’apertura, assieme a “Love Divide” e “Revellers”. Quest’ultima si rivela la traccia più completa del lotto, imprevedibile tanto nella struttura quanto nella gestione dell’altalena emotiva.
In Tread, sebbene tante tracce siano più cervellotiche, l’amore per i sample non viene messo da parte, e la miglior espressione di tale soluzione risiede nell’accoppiata formata da “A Brand New Start” e “XXX Olympiad”. La prima ne è così colma da far pensare al fatto che la sua presenza all’interno di un album jazz rap non sarebbe affatto fuori luogo.
Inoltre, dà la sensazione di trovarsi davanti a un bivio, rappresentato dalle direzioni perseguibili dall’album: una dettata da un comprensibile ammorbidimento del sound, l’altra che vede nel brano in questione un semplice momento di quiete prima della tempesta. Felix Clary Weatherall scherza con l’ascoltatore e inserisce una terza strada, che imbocca nell’immediato attraverso il brano successivo.
“XXX Olympiad” segue la scia delle prime canzoni ma adotta una struttura più articolata, croce e delizia della seconda metà del progetto, che da un lato ne guadagna in fruibilità – per quanto di assoluto livello, costruire il sound di tutto Tread attorno ai primi tre pezzi avrebbe oltremodo appesantito l’ascolto – però dall’altro ne esce confuso in termini di idee.
“Grub”, per esempio, deve parecchio al Burial della scorsa decade, e palesa più di quanto ritenuto accettabile il fatto che quell’incedere tipicamente future garage non appartenga al classe ’93. Per di più, la coda non offre sussulti degni di nota, che avrebbero certamente giovato alla valutazione complessiva e, forse, consentito di perdonare la stanchezza del blocco centrale.
Detto ciò, il nuovo corso è sensato perché, nonostante personalmente non tocchi le corde giuste a livello emotivo, dopo una fase della carriera dedita agli aspetti più intimi e dal sapore lo-fi del genere house, optare per un percorso orientato verso una sintesi di modernità dalla rapidità incessante e, per forza di cose, più distaccata, non penso possa essere considerata un’alternativa inadatta al personaggio in questione.
Insomma, ci si trova davanti ad un lavoro ampiamente sufficiente, a cui però manca la convinzione necessaria per mettere in pratica le pur ottime idee esplicitate nella seconda parte del disco, ancora acerbe. Il preambolo posto ad inizio articolo dunque serve puramente a motivare la delusione (se mai si possa parlare di delusione in certi casi) maturata in seguito a ripetuti ascolti. Nutrivo aspettative smodate verso un artista giunto solamente alla seconda fatica in studio? Probabilmente sì, ma agire diversamente sarebbe stato come separarmi dal coinvolgimento irrazionale che spesso ricerchiamo nell’arte, e non mi pare il caso di disumanizzarci in questo modo.


