7 Novembre 2021
Ci sono alcuni artisti che trovano la loro cifra stilistica nella leggerezza, nella capacità di cesellare melodie a presa rapida capaci di fare breccia senza neanche il bisogno di un ascolto critico.
Kristin Hayter non fa certamente parte di questa categoria. Tutti i suoi progetti suonano invece oscuri, sinistri, intrisi di disperazione e violenza, e hanno contribuito a farla entrare nel novero delle dark lady più angosciate e sperimentali, facendo azzardare paragoni con Nico e Diamanda Galas.
Non fa eccezione questo Sinner Get Ready, che si inserisce alla perfezione nel percorso della cantautrice statunitense, presentando però diverse differenze rispetto alla furia cieca e distruttiva del precedente Caligula. In queste nuove canzoni la Hayter compie infatti un’operazione completamente opposta, provando ad esorcizzare i suoi demoni tramite intensi momenti di catarsi, per quanto anch’essi illuminati da una luce sinistra. E così qui e lì spuntano addirittura accenni di melodia, soprattutto in “Perpetual Flame of Centralia”, che sa molto di Nick Cave, e nella favola gotica “Pennsylvania Furnace”.
Le tracce noise sono quasi completamente scomparse, sostituite da una strumentazione che si riallaccia all’antica tradizione musicale folk americana, accompagnata da una ricerca vocale sempre notevole, e a degli interessanti esercizi di minimalismo che arricchiscono le composizioni più ispirate.
L’idea è sicuramente intrigante, per quanto già percorsa da altri maestri dark del passato, ma forse non tutte le canzoni riescono a trovare una quadratura perfetta in questa operazione che vive sul filo di un sottile equilibro.
La vera intuizione geniale si trova in “Man Is Like a Spring Flower”, ennesima invettiva femminista della carriera di Lingua Ignota, dove il tema della sofferenza che l’amore dell’uomo può procurare viene risolta in una ripetizione ossessiva che rende l’ascoltatore completamente assuefatto, in trance di fronte a tanta magniloquenza.
“The Solitary Brethen of Ephrata” chiude Sinner Get Ready in maniera solenne, anche se non riesce a raggiungere il pathos estremo di “Holy Is the Name (Of My Ruthless Axe)”, l’accorata preghiera posta alla fine di “All Bitches Die”.
Tirando le somme, si tratta senza ombra di dubbio di un altro centro per Kristin Hayter, sicuramente più accessibile e probabilmente anche meno sperimentale dei lavori precedenti a nome Lingua Ignota, ma non per questo da sottovalutare all’interno di una discografia ormai cult.


