Electro Report 2021, pt. I

Durante lo scorso decennio, il mondo electro è stato il principale dispensatore di novità ed innovazioni per il panorama musicale, insieme alla black music nelle sue varie declinazioni. Da un paio d’anni a questa parte l’impressione è invece quella di un genere che sembra attraversare un periodo di stasi creativa e che quindi cerca di guardarsi anche indietro, ed in questa chiave vanno lette esperienze che provano a rileggere il passato con i mezzi del 2021. Ancora più importante, gli ultimi due anni sono stati purtroppo dominati dall’emergenza COVID, che ha fermato inevitabilmente il settore dei live. Per questa musica, legata a doppio filo con l’esperienza del ballo, anche nelle sue esperienze più cerebrali, è stata una botta probabilmente più difficile da sostenere rispetto ad altre realtà. Nella speranza che la pandemia diventi presto un brutto ricordo e riaprano anche club e discoteche, vi proponiamo questa raccolta di otto album che rappresentano alcune delle proposte più interessanti dell’annata in corso.

Fatima Al Qadiri – Medieval Femme. La talentuosa produttrice si lascia ispirare dalle donne arabe che hanno contribuito a rendere così evocativa la produzione poetica locale, facendo respirare quella tradizionale atmosfera attraverso pulsazioni avvolgenti e oscure al tempo stesso, senza tuttavia regalare momenti di stupore durante l’ascolto. Medieval Femme pecca di essenzialità, come se in alcuni frangenti avvertisse il timore di tentare soluzioni ricercate. Rimane un prodotto non bocciabile, ma date le aspettative era lecito sperare nel salto di qualità. 72/100


For Those I Love – For Those I Love. L’elaborazione di un lutto può diventare un’occasione per ricercare sé stessi e le motivazioni giuste per stare al mondo con maggiore consapevolezza. Immergersi in For Those I Love è come inserire gli auricolari in un diario colmo di frammenti di vita vissuta, che possono avvilire o accarezzare il cuore. L’innovatività della formula con cui l’irlandese David Balfe rende omaggio al caro amico suicidatosi è dettata dal connubio tra liriche cupe e influenze garage, che rendono alcune tracce persino ballabili. Esordio tagliente, dedicato a chi ha perso ma nonostante ciò continuerà ad amare. 80/100


Iglooghost – Lei Line Eon. Se Neō Wax Bloom, che aveva spiazzato e divertito tutti, era stato il coronamento dei precedenti EP a nome Iglooghost, Lei Line Eon fa un passo indietro. Cuore pulsante del disco è il violino, in grado di diluire le fasi più astruse delle composizioni. Non manca certo omogeneità al nuovo lavoro, quanto qualche sussulto che faccia balzare dalla sedia. Le poche lamentele non sono dunque rivolte alla creatività generale della proposta (ad oggi più unica che rara), ma a una scarsa varietà nella struttura dei brani, salvati di tanto in tanto da una produzione impeccabile. 76/100


Leon Vynehall – Rare, Forever. Al giorno d’oggi fondere elementi jazz ed elettronici non desta scalpore, in quanto esperimento meno fresco di quanto possa sembrare. Si pensi a St Germain – forse il fautore di questo accordo fra i due mondi, in chiave dancefloor – o alla recente collaborazione tra Pharoah Sanders e Floating Points, dove le ritmiche sono praticamente azzerate. Leon Vynehall sceglie la strada opposta a quest’ultima uscita, puntando maggiormente sulla componente elettronica. Da “Mothra” (dura prova per gli infissi di casa) ai sintetizzatori di “An Exhale”, una prova di maturità. 82/100


Maxwell Sterling – Turn Of Phase. Turn Of Phase ricorda il primo Daniel Lopatin della scorsa decade, quello sempre pronto ad interventi stranianti da un momento all’altro. La meta però non sempre viene raggiunta impeccabilmente, con alcuni pezzi che sembrano voler a tutti i costi giocare con l’imprevedibilità, smarrendosi sul più bello. Dove è invece presente la musica classica, l’atmosfera si fa meno cervellotica e assume una dimensione teatrale; è qui che il produttore britannico riesce a dare un’impronta singolare andando a favore del giudizio complessivo, diversamente meno brillante. 74/100


Naked Flames – 247 365. L’elettronica è un mondo così vasto che è impossibile riuscire a stare dietro a ogni singola uscita, ma è quantomeno doveroso provarci. Seguiamo quindi le riviste specializzate, le etichette giuste, e così via. A volte però può succedere che una scoperta avvenga per caso, com’è successo per questo giovane producer inglese. La sua presenza, anche se temporanea, nella chart 2021 di Rym, ci aveva incuriosito. E così abbiamo scoperto un artista molto prolifico, dedito ad un mix di house e techno volutamente lo-fi, che in questo lavoro in particolare trova il suo apice nelle trascinanti “The Ping” e “Rinse Off”. Niente di trascendentale o indimenticabile, ma è un ascolto piacevole e divertente che conferma l’esistenza di un sottobosco creativo in cui artisti semi sconosciuti regalano al pubblico internettiano una serie di inni house a bassa definizione.  72/100


Skee Mask – Pool. Il producer tedesco Bryan Müller è senza dubbio la punta di diamante della Ilian Tape, soprattutto grazie al precedente “Compro”, la cui più grande qualità era la grande organicità e compattezza. Non si può dire lo stesso di questo nuovo album, che nelle sue diciotto tracce esplora diverse sonorità, in una maniera che potremmo definire totalmente anarchica. Nonostante questo problema non da poco per chi predilige l’ascolto integrale, è difficile negare la qualità di queste composizioni, oltre all’immediata riconoscibilità di un sound che a questo punto comincia a diventare un vero e proprio marchio di fabbrica. “Pool” sa avvolgere e colpire, alternando episodi più duri ad altri più distesi ed atmosferici, con una fantasia sorprendente che testimonia la caratura dell’artista. A questo punto sarebbe ingiusto definirlo ancora un semplice revivalismo IDM. 82/100


Ziúr – Antifate. Non deve sorprendere il fatto che molti artisti, nel difficile momento storico che stiamo vivendo, decidano di provare a costruire suoni capaci di evocare suggestioni provenienti da mondi lontani o inesistenti, con l’escapismo come soluzione per una realtà deprimente. È quello che ha fatto Ziúr, sotto contratto per la PAN, che in questo “Antifate” immagina un’ideale colonna sonora per un viaggio nel mitologico paese di Cuccagna. Ne esce fuori un album coinvolgente, dal tono quasi magico, che sfugge alle classificazioni. Tra i momenti migliori sono da segnalare sicuramente l’opener “Alive, Unless?” o la danza tribale “Gravity’s Gravity, Clout Is Clout”, ma in generale tutti questi 43 minuti riescono a creare un’atmosfera mistica che rispecchia perfettamente le intenzioni della sua autrice. 78/100