21 Gennaio 2019
Why Hasn’t Everything Already Disappeared? è il titolo dell’ottavo album dei Deerhunter, quintetto di Atlanta capitanato dal talento creativo e visionario di Bradford Cox. Arriva a tre anni e mezzo da Fading Frontier, e propone dieci nuove composizioni, per neanche quaranta minuti di musica totali.
Senza particolari rivoluzioni nel loro suono ma con un grado di ispirazione ancora sufficientemente illuminato per non richiamare alla memoria alcun déjà-écouté, i Deerhunter pubblicano – ancora per la 4AD – delle canzoni di pop acculturato in cui la base folk è argomentata con sintetizzatori, filtri vocali, effettistica più o meno funzionale a mantenere giocattoloso e caroselliano il taglio delle interpretazioni. Le armonie sono docili, gradevoli, di facile consumo, tanto che lo scenario spettrale di alcuni momenti del loro vecchio catalogo è ormai svanito, in favore di un tono da fantasmi viventi, non più apocalittici ma coscientemente integrati. Ci sono ancora echi di quella vena radioheadiana – “What Happens to People?” il brano cardine del lotto – e metropolitana che pure manteneva il background indie rock americano, ma Why Hasn’t Everything Already Disappeared? scorre via leggerissimo, come un vino di fin troppo facile beva, privo di spigoli o quantomeno di grande carattere, di cui non ti rimane molto una volta andato giù. Vorrai la seconda bottiglia e quindi il secondo giro, dopo qualche tempo, ma solo perché sai che l’ascolto è stato così poco impegnativo che ti vuoi sforzare di riprovarci per trovare qualche dettaglio più profondo, e qualche crepa in cui infilarti. Che invece non ci sono.
E allora a cosa serve un albo come Why Hasn’t Everything Already Disappeared?? L’interrogativo non è inquietante, ma pensando ai Deerhunter e a Bradford Cox in generale come musicisti dalla poetica ben definita, nel mezzo di un percorso artistico che li ha già visti brillare con disconi come Microcaste/Weird Era Cont. (2008), Logos (2009) e Halcyon Digest (2010) – per non citarne altri con picchi di livello similare – che il ragionamento in cerca di una risposta porti a uno statico entertainment per intellettuali dell’indie lascia inizialmente un po’ di amaro in bocca. Vogliamo di più da talenti del genere.
Parlandone così, sembra una piena bocciatura, in nome di chissà che cosa di più alto e significativo, che possa cambiare il mondo. Manco stessimo aspettando The Wall 2.
Per fortuna non è così, e isolando certe pretese al fine di valutare solo le canzoni per quello che sono, ovvero canzoni, non ci pare niente male questo nuovo Deerhunter. Tutto è ben a fuoco, non ci sono momenti di stanca o di scarsa ispirazione come si diceva, e anzi, vi troviamo quei tre, forse quattro pezzi da raccolta antologica della band. Più che l’incipit o il gran finale, vi suggeriamo di prestare attenzione alla parte centrale del disco.


