Ci eri mancato Club to Club

Mi accingo a scrivere questo report mentre sto rientrando a casa al termine di tre giornate a Torino e, guardando con occhi assonnati la strada che scorre fuori dal finestrino, ripenso alle serate intense che ho appena vissuto. Negli anni ho partecipato a tante edizioni di Club to Club e ogni volta è una bellissima esperienza, ma quella di quest’anno è stata particolare, per diversi motivi. Innanzitutto, il nome stesso del festival, ribattezzato, come già nell’edizione online del 2020, C0C – The Festival As A Performance, in attesa di poter celebrare il ventennale di C2C, rimandato per due anni di seguito a causa della pandemia. La sede prescelta per gli eventi principali, per ovvi motivi, non ha potuto essere il Lingotto e tutti i concerti si sono tenuti alle Officine Grandi Riparazioni (OGR), bellissimo complesso industriale di fine ottocento, già sede in passato di vari eventi legati a C2C. Pur essendo una location piuttosto grande, la capienza è stata ridotta del 50% dagli organizzatori, nonostante le norme anti-Covid vigenti avrebbero permesso il 100%. Scelta encomiabile e saggia, che ci ha permesso di godere della musica in spazi più ampi, in maggiore sicurezza e in un clima di festa. Concedetemi, prima di incominciare con il resoconto vero e proprio, di complimentarmi per l’organizzazione impeccabile dell’evento, dai controlli all’ingresso, alla gestione degli eventi, ad aspetti apparentemente banali come i bar, ma che se funzionali contribuiscono a rendere l’esperienza di un festival decisamente migliore.

Venerdì

Fatte le dovute premesse, possiamo incominciare. Purtroppo non abbiamo potuto partecipare alla prima serata, quella del giovedì, quindi il racconto inizierà dal venerdì sera. Arriviamo a piedi alle OGR, in meno di 5 minuti superiamo tutti i controlli e consegniamo le giacche al guardaroba. Siamo già belli carichi, ma ci concediamo una prima di una lunga serie di birrette al bar. Sebbene la maggior parte del pubblico debba ancora arrivare, l’atmosfera è elettrica ancor prima dell’inizio dei live. Si sente che c’è voglia di musica dal vivo, di stare in piedi uno di fianco all’altro e di ballare, dopo così tanto tempo che tutto ciò ci era stato negato. È Stefania Vos ad aprire, con un bel set introduttivo che ci godiamo in zona mixer.

Nel mentre le OGR iniziano a riempirsi e piano piano ci spostiamo al centro della platea, cercando di trovare il giusto compromesso tra qualità sonora, distanza dal palco e vicini di posto ideali. Concluso il primo live, parte un motivo a noi familiare: è Still Life, capolavoro di Oneohtrix Point Never, il pezzo prescelto per gli intermezzi di questa edizione. Credevo che Second Mistake di Ayya, utilizzata negli anni passati, fosse una scelta perfetta e definitiva, ma devo dire che anche questa si è rivelata assolutamente azzeccata. Passano pochi istanti e già Beatrice Dillon sale sul palco.

Il suo ultimo disco, Workaround, è stato osannato in modo trasversale dalla critica e quindi sono in tanti ad aspettarla. A onor del vero a me il disco era subito piaciuto, però alla lunga l’ho trovato un po’ monotono e non ha resistito benissimo alla prova del tempo, scomparendo presto dai miei ascolti. In ogni caso live i pezzi acquisiscono nuova linfa vitale, con delle bassline potentissime che ti sconquassano le viscere e che quasi ti obbligano a ondeggiare ritmicamente. Quando la performance sta per volgere al termine finalmente il pubblico è al completo e il colpo d’occhio è molto bello, con la gente stretta tra il caratteristico colonnato delle OGR, che dà quasi l’impressione di trovarsi all’interno di una chiesa. Applausi convinti per la Dillon e qualche minuto di attesa per l’arrivo di Koreless, uno degli artisti che attendevo di più questo weekend e autore di uno dei migliori dischi del 2021.

Entra in scena con una luce eterea, che volge al bianco, si muove lungo tutto il palco con passo cadenzato e schiena dritta, in modo particolarmente teatrale, mentre un muro sonoro che va sempre più stratificandosi riempie le nostre orecchie. Poi prende posto tra synth e computer e dà il via a un set spettacolare, con i suoi pezzi spesso rivisitati e dilatati: non si è limitato al compitino insomma. Peccato solo che tanti tamarri presenti non l’abbiano capito e quindi c’era un po’ di chiacchiericcio di sottofondo. Apro la polemichetta: a quelli che si lamentano se non sentono drop e cassa dritta, consiglio di andare al Cocoricò la prossima volta. Chiudo la polemichetta. L’artista successivo è un altro favorito di DoYouRealize: si tratta di Vladislav Delay, in questo caso inserito nel cartellone del festival non col suo moniker più famoso, ma col suo cognome. La musica che incide a nome Ripatti è più danzereccia e uptempo e infatti il set è molto divertente e ballabile, ma sempre di grande classe e senza concedere facili ammiccamenti al pubblico meno preparato. Da parte nostra applausi a scena aperta alla fine.

Ormai si sta facendo tardi e la tripletta Dillon, Koreless, Ripatti è stata davvero pazzesca, ma è arrivato il momento di Bill Kouligas, noto produttore e fondatore della Pan, probabilmente la casa discografica migliore dello scorso decennio. Il suo live è il più “ignorante” di tutti, con cassa dritta, cambi di ritmo killer e qualche drop, che dopo le 2 del mattino ci sta sempre benissimo. Balliamo davvero tutti e siamo felici come bambini! Una ragazza di fianco a me, in evidente alterato stato di coscienza, urla: “Per oggi abbiamo finito di fare gli intellettuali!” Ridiamo di gusto e balliamo fino a che non si accendono le luci a segnalare che è arrivato il momento di tornare a casa.

Sabato

Dormo fino a tardi, mi sveglio, bevo tanta acqua e faccio una colazione leggera, poi mi concedo una corsa rigenerante per smaltire le tossine, approfittando della bellissima giornata e degli stupendi parchi torinesi. A pranzo agnolotti, battuta di fassona e barbera. Pomeriggio di assoluto relax sul divano, tanto Torino la conosco a menadito, avendoci vissuto per due anni, quindi non ho bisogno di fare il turista. Poi capatina allo Stadium per un brutto Juve – Fiorentina, a cui però non manca la goduria finale del gol vittoria di Juanito Cuadrado a tempo scaduto. Cena post partita e via di nuovo alle OGR, un pelo più tardi rispetto al giorno prima. Ci perdiamo quasi tutto il live di Tomat, ma arriviamo in tempo per gustarci gli Space Afrika, duo britannico che propone un set molto interessante, con dei visual schizofrenici di paesaggi urbani. Arriva finalmente il momento di un altro live molto atteso, quello di Caterina Barbieri. Per me è la terza volta con lei, quindi so benissimo cosa aspettarmi. In questo caso propone il set con i visual di Ruben Spini. Tutto veramente magnifico e Caterina si dimostra una vera dea, oppure un’aliena se preferite. Particolare l’esecuzione di Fantas, eseguita nella sua variazione alla chitarra invece che al synth, ma sempre bellissima. Anche in questo caso applausi a scena aperta da parte di tutti, nessuno escluso, a testimonianza del fatto che la Barbieri è stata capace di costruirsi un seguito notevole e un successo assolutamente meritato, in Italia e all’estero.

C’è a malapena il tempo di rifiatare un po’ e di metabolizzare ciò che abbiamo appena visto, che è già l’ora di Skee Mask. Per me è la seconda volta con il produttore tedesco, quindi sono già preparato psicologicamente a un live non adatto ai deboli di cuore. Anche senza l’effetto sorpresa della prima volta, mi diverto tantissimo e credo che la sua performance sia il vero highlight di tutto il finesettimana. Un artista completo, che con Pool ha pubblicato uno dei dischi electro migliori del 2021, successore di quel instant classic techno-ambient di Compro, che già aveva ricevuto ovunque recensioni entusiastiche. Anche in questo caso balliamo fino a che non accendono le luci e ci cacciano dalle OGR.

Domenica

Dormo un po’ meno del giorno precedente e mi concedo una giornata a spasso per Torino, rivisitando luoghi che evocano bellissime memorie personali e mi riportano indietro a un periodo della mia vita che ricordo con grande piacere. Torino come sempre è bellissima, forse non la città più bella d’Italia, ma di sicuro quella che amo di più. Compro un paio di libri a una bancarella dell’usato in via Po, mangio una farinata al volo, faccio una capatina all’ex negozio di dischi di fiducia e cammino per ore. Cala di nuovo la notte ed è il momento di tornare alle OGR per l’ultima serata di questa edizione di Club to Club. Dopo un primo set straniante, ma molto interessante da parte di Lyy Sünnœtty Pækkülyttï [Artetetra], arriva il momento di L’Rain, una delle artiste più chiacchierate di quest’anno, dopo la pubblicazione di Fatigue, mini album dal sapore sperimentale. È un live davvero coinvolgente, con tanti strumentisti bravi e in grado di creare un muro sonoro stratificato. La vena rumoristica dei brani emerge molto di più rispetto al disco e in tanti pezzi si ha quasi l’impressione di trovarsi al cospetto di una band shoegaze. Veramente una bella sorpresa! Sono sicuro che di L’Rain sentiremo parlare ancora a lungo.

L’artista successiva è Tirzah, che un mese fa ha rilasciato un disco che comparirà in tante classifiche a fine annata. È una performance molto statica. Lei è coadiuvata da due strumentisti e, mani rigorosamente dietro la schiena, recita i suoi versi a tratti sensuali, a tratti sciamanici e ossessivi. Chiudo gli occhi per qualche secondo e immagino di stare al Bang Bang Bar di Twin Peaks e di ondeggiare a ritmo di musica di fianco a Audrey Horne.

Riapro gli occhi ed è già il momento di DJ Nigga Fox, che si presenta sul palco carico a pallettoni, con indosso la maglia della Juve. È il live più incendiario di tutto il weekend e il pubblico apprezza. Tiriamo fuori le ultime energie che ci sono rimaste e balliamo senza sosta fino a fine serata. Il set termina, ma il pubblico invoca il nome del produttore portoghese di origini angolane e lo costringe a ritornare sul palco per un ultimo pezzo. Quando si accendono le luci, a malincuore ci avviamo verso l’uscita e con passo lento e stanco torniamo ai nostri alloggi. Andiamo a letto esausti ma felici per una trasferta e un lungo fine settimana che valeva la pena di essere vissuto. Alla prossima volta, Club to Club, ci eri mancato!