19 Agosto 2022
Da alcune settimane stiamo ascoltando When the Wind Forgets Your Name, il nono album di inediti a firma Built to Spill, e siamo convinti che stavolta Doug Martsch abbia fatto un pieno centro. Non è ancora maturo il momento di fare paragoni diretti con i migliori episodi della discografia della band, ma le melodie di queste nuove tracce riescono a coinvolgere da subito, senza risultare appiccicose dopo alcuni ascolti successivi.
When the Wind Forgets Your Name presenta alcune delle migliori canzoni mai scritte dall’artista nativo dell’Idaho, e anche una manciata di nuove idee per arrangiamenti e di espedienti tecnici che certo dimostrano la voglia di provare ancora a mettersi in gioco, o quantomeno ad essere aperti a nuove possibilità.
A spalleggiare il titolare del progetto ci sono infatti il produttore brasiliano Lê Almeida e il suo collaboratore di lunga data João Casaes, entrambi della formazione jazz rock psichedelica Oruã. Il disco ha avuto una gestazione complicata, per la distanza tra i protagonisti, impossibilitati a vedersi di persona durante i vari lockdown, e forse perché questo nella testa di Doug doveva essere un’opera importante nella storia dei Built to Spill, ovvero non un album di passaggio, ma una sorta di colpo di coda in grado di riaccendere, forse per un’ultima volta, le antenne dell’annoiato pubblico indie rock per sintonizzarle su qualcosa di sua produzione.
I brasileiri aggiungono colori e sensazioni Seventies con il loro approccio solare e pissichedelico, mentre Doug, con la sua vocetta da eterno ragazzino, sembra quasi crogiolarsi nella nostalgia che creano gli arpeggi di Stratocaster effettata al micro flanger. In evidenza sicuramente “Elements”, tanto confortevole quanto post al punto giusto: forse la migliore del nuovo lotto. C’è anche del vibe da college rock in brani come “Spiderweb” o “Never Alright”, quest’ultima tutta giocata sull’alternanza tra power chords e armonici. Convince anche la ripetitività del singolo “Fool’s Gold” (non l’omonima hit degli Stone Roses, ma anch’essa di natura psych di fondo), e la facilità di scrittura che si nota in “Understood”, che mostra dei Built to Spill ancora freschissimi nel suonare del rock d’impatto.
Ecco, When the Wind Forgets Your Name è un altro buon disco rock da parte di una formazione che proviene dai lontanissimi anni ’90, in questo 2022 in cui sembra che finalmente qualcuno abbia capito che certa musica non la puoi suonare da remoto, ognuno in cameretta sua, con la tisanina alle erbe fumante pronta sul tavolo, ma va prodotta in sala prove, ad alto volume, e in piedi, con in braccio lo strumento.


