The World is a Beautiful Place & I Am no Longer Afraid to Die – Illusory Walls

The World is a Beautiful Place & I Am no Longer Afraid to Die – Illusory Walls

Non è il momento di tirare delle conclusioni, ma il 2021 sembra essere stata una grande annata per la musica rock. Dopo anni in cui erano altri macro generi a dettare legge e nuove tendenze, come l’elettronica e la black music, stiamo registrando una bella manciata di bei dischi rock, soprattutto grazie a band emergenti che hanno fatto veramente il botto (leggasi Black Country New Road e Squid), ma anche grazie a degli evergreen come Godspeed You! Black Emperor e Low.

Esattamente a metà tra queste due anime della rinascita si pongono The World is a Beautiful Place, band che da queste parti avevamo particolarmente elogiato ai tempi di Harmlessness, uno dei migliori LP rock dello scorso decennio. Ora, con Illusory Walls, si può tranquillamente sostenere che la band non ha perso alcune delle sue migliori prerogative e qualità.

Nonostante l’ennesimo cambio di formazione, con la dipartita di Dylan Balliett e Tyler Bussey (quest’ultimo membro fondatore), Illusory Walls sembra un’opera ben intavolata. Coi suoi 70 minuti, si tratta inoltre del disco più lungo dell’intera discografia della band del Connecticut, e sicuramente il più importante dal punto di vista tecnico.

Infatti il gruppo raggiunge ora la sua completa maturità: si spazia tra pezzi come “Queen Sophie for President”, molto ballabile e con un’intro che ricorda tantissimo i migliori Cure anni ‘80, e le sferzanti chitarre di “Invading the World of the Guilty as a Spirit of Vengeance” (abbiamo capito che piacciono i nomi lunghi), fino alla bellissima cavalcata di “Infinite Josh”, i cui 15 minuti sembrano passare come niente, tra riff ipnotici e un’aura malinconica ma allo stesso tempo ammaliante, prima di arrivare a un finale che sale come fosse un pezzo dei Godspeed You! Black Emperor: in assoluto l’highlight dell’album.

La parte più debole è invece quella centrale. Non da buttare intendiamoci, ma non al livello dello scoppiettante inizio o della sperimentale conclusione dell’opera. Ma fosse perfetta anche quella, staremmo a parlare di un potenziale disco dell’anno.

In definitiva un bel lavoro dove non soltanto viene confermata la classe di questi ragazzi, ma lascia anche una nota positiva per questa voglia di spaziare e sperimentare su diverse sonorità come quelle prettamente più post rock dei due pezzi finali. Sicuramente non sarà ricordato come il loro capolavoro, ma è di certo un altro ottimo disco rock di questa annata così ricca di buone uscite.