15 Maggio 2021
Annie Clark, si sa, è una trasformista nata, e calarsi nella parte di un nuovo personaggio certo non la manda in paranoia. Basti pensare al delicato pop sopra le righe degli esordi, perfezionato nello schietto Strange Mercy e irrevocabilmente spazzato via da quell’omonimo album che ne ha sancito di fatto la consacrazione, incoronandola regina indiscussa del rock alternativo americano. Eppure è altrettanto vero che non le era mai capitato di dover cambiare in corso d’opera.
Inizialmente doveva trattarsi di un disco heavy ispirato ai Tool (!), invece Daddy’s Home – così intitolato a causa della scarcerazione del padre – è un tuffo nell’immaginario appartenente alla prima metà dei Settanta e nelle sue registrazioni blueseggianti. Alla statunitense tocca quindi fare i conti con un ruolo meno audace di quello incontrato nell’altalenante Masseduction, prodotto sbagliato nelle intenzioni, in cui volle strafare inutilmente.
La necessità di rialzarsi dopo questo parziale insuccesso e gli indizi trapelati dall’iniziale accoppiata di singoli lasciavano presagire un revival sì di pregevole fattura, ma pur sempre un revival. Il terzo estratto “Down” cambia le carte in tavola e, almeno per il sottoscritto, aumenta le aspettative. Lo stupendo giro di chitarra e la varietà di strumentazione elevano il pezzo a uno dei migliori del lotto. Daddy’s Home prosegue dispiegandosi in maniera cinematografica, tra una “Down And Out Downtown” che funge da colonna sonora per la nostra illusoria passeggiata attraverso le strade della Grande Mela, e una “The Laughing Man” dagli espliciti rimandi a Cassavetes.
Progressivamente prende piede una piega maggiormente sensuale, resa al meglio in “Somebody Like Me”, in cui la Clark esprime una peculiare visione del romanticismo, sottolineando la fragilità insita in ognuno di noi. “Love is a mutually agreed-upon delusion. […] there’s action and agency involved – we’re going to build this idea of who we are and what we are together.”
Le tracce conclusive quasi passano in sordina, non perché ci siano cali qualitativi da segnalare – anzi, “…At The Holiday Party” andrebbe menzionata per l’elasticità vocale a là Tori Amos – ma perché arriva il sospiro di sollievo che tanto speravo di tirare una volta concluso l’ascolto. Lo pseudonimo St. Vincent esce vittorioso dall’esperimento, evitando di caricarsi dei ridondanti cliché legati alla decade da cui prende spunto e consegnandoci un’artista in ottimo stato, ripresasi dal precedente divisivo lavoro. Ora possiamo metterci comodi e godere dei nuovi pezzi, senza speculare ansiosamente sulla sua prossima metamorfosi.


