Long live the album!

Una delle cose che mi infastidiscono sempre è quando si sputano sentenze su un argomento usando a sostegno della propria tesi nient’altro che luoghi comuni. Quest’affermazione è valida per ogni settore dello scibile umano. Però qui si parla di musica, quindi entriamo nel merito della musica.

Nello specifico, capita spessissimo di imbattersi nel fenomeno di turno che magari si occupa di tutt’altro e vuole mettere il naso in cose che non padroneggia, l’Andrea Scanzi di turno, il quale se ne esce con la frase “eh ma ormai l’album è morto, è un concetto superato”, perché magari ha visto degli amici che mentre erano su Spotify ascoltavano una mezz’oretta di un Daily Mix invece che Born to Run da cima a fondo. A me, in genere, in casi come questo girano i coglioni. Mettiamo subito in chiaro il concetto: non è per niente vero che l’album è un formato superato. Guardiamola da un punto di vista più ampio.

All’invenzione della musica registrata, di certo il formato più popolare non era l’LP. Non solo, ma anche quando la musica pop per come la intendiamo noi è salita alla ribalta con le culture giovanili nel secondo dopoguerra, il focus principale è sempre stato sul singolo. Ricordo di aver letto che il business principale delle case discografiche sono stati i jukebox per molto più tempo di quello che uno si aspetterebbe crescendo con il mito degli anni ’60 e della musica psichedelica e della summer of love e annessi&connessi. A questo bisogna aggiungere che nei primi anni ’60 anche i long playing di nomi ormai sacri per chi ha mai ascoltato un po’ di musica pop come i Beatles o gli Stones, secondo ammissione di diversi produttori dell’epoca, non erano che raccolte di canzoni senza un vero collante (non mi sto inventando niente, guardate le interviste ai discografici – che brutta parola – nel documentario della BBC “When Albums Ruled the World”, credo che su in qualche modo su youtube ci sia). Cioè, per dirla come la diremmo noi oggi, non erano veri e propri album. Per quelli che noi oggi chiamiamo “album” si dovrà aspettare qualche anno, quando gli esperimenti di un giovine di belle speranze che aveva Dylan come cognome d’arte arrivarono ad un numero di persone abbastanza ampio ed abbastanza influente da convincere anche i grandi che forse si poteva organizzare un discorso di un certo tipo che durasse su entrambe le facciate del vinile. Poi certo, non è che Dylan sia stato il primo, sicuramente ci saranno stati artisti prima di lui che ci sono arrivati, ma questo tipo di cambiamenti sono davvero tali solo quando a sdoganarli è anche un grande nome. Ora, per farla breve, l’album è sempre stato un concetto proprio esclusivamente del mondo del rock. Poi a questo modello si sono adattati anche altri generi ed altri linguaggi, ma se ci fate caso è solo il disco rock che è rimasto intatto fondamentalmente dal ’65 ad oggi. Gli altri generi si sono adattati: il formato principale della musica black è stato il singolo fino al successo del formato lungo, che è stato a sua volta modellato a immagine e somiglianza di quello usato fin dagli albori del rock/pop. Se pensiamo ai grandi dischi di musica nera, uno dei primi nomi che viene in mente (cronologicamente parlando) è What’s Going On di Marvin Gaye, ed è arrivato diversi anni dopo l’assimilazione dei concetti di LP e album. Gli altri generi sono arrivati dopo e la differenza di linguaggio ha portato a modi alternativi di diffusione, basti pensare ai mixtape hip hop o alla musica elettronica che da sempre predilige singoli ed EP, per non parlare delle compilation.

Altro mito da sfatare (anche se con un po’ più di moderazione) è quello che solo internet abbia portato a questa frammentazione definitiva che avrebbe portato alla fine dell’amato formato lungo, che prima prosperava come un ciliegio in primavera. Magari non c’eravate, ma prima anche di Napster e WinMX il rapporto tra chi ascoltava e comprava regolarmente album e chi invece aveva cassette registrate dalla radio o cd masterizzati dal negozio di dischi non era necessariamente squilibrato a favore dei primi. Come ho detto, bisogna essere moderati perché comunque l’acquisto dei dischi era una pratica molto più diffusa, i numeri non mentono. Negli anni ’90 c’erano le rockstar che guadagnavano moltissimo dalla vendita dei dischi, e volendo anche durante i primi ’00 (perché il fatto che ora i vinili siano tornati di moda da meno di una decina d’anni non significa che i vinili vendano tanto: qualsiasi analisi dice che solo ora ci stiamo affacciando al 10% del totale). Gli artisti stavano meglio, ma non è che la pirateria non ci fosse. Aveva solo un’altra faccia, un altro livello di sforzo e un altro livello di diffusione.

Altro elemento che secondo me è importante sottolineare è che solo di recente siamo arrivati ad un punto in cui abbiamo effettivamente gli elementi per avanzare la tesi che il blocco di 10-12 canzoni potrebbe essere un formato superato. Lo sentiamo da una vita da voci più o meno autorevoli, ma quando lo diceva Billy Corgan nel 2006 quali elementi aveva per affermarlo? I dati di vendita dei dischi dei Pumpkins su iTunes? Dai, seriamente, quanta gente mai avrà avuto l’iTunes Store come fonte principale dei suoi consumi musicali? Oppure pensiamo ad un’altra cosa: qualsiasi utente di eMule o altri programmi p2p saprà che se si cercava qualcosa di un artista X (facciamo i Pumpkins per rimanere in tema), era molto più facile trovare tutto il disco piuttosto che la singola canzone, in particolare se questa canzone cercata non era una hit – a fronte di una Porcelina of the Vast Oceans trovavi dieci Mellon Collie, tutto il doppio cd. Quando si sentivano certe affermazioni, a me veniva da pensare maliziosamente che a morire non era il formato, ma le vendite di chi si stava lamentando in quel momento. Adesso almeno abbiamo come modello di ascolto più diffuso lo streaming legale, che sta portando dopo chissà quanti anni dei guadagni, ed effettivamente le playlist sono diventate uno strumento di capitale importanza per le case discografiche – se avete tempo e voglia, ci sono tantissimi articoli in giro che raccontano di come sia le etichette che lo stesso Spotify stiano sfruttando le playlist come veri e propri strumenti promozionali. Ma il fatto che ci investano le case discografiche non significa che tutti consumino la musica come vogliono le etichette, altrimenti le compilation su cassetta con cui molti di noi sono cresciuti o i cd masterizzati o le canzoni caricate sulle pennette mp3 non avrebbero mai visto la luce.

Se state leggendo questo pezzo, mi piace pensare che possiate fruire la musica come la fruisco io, ascoltando gli album interi, dall’inizio alla fine, e quando ascoltate una nuova uscita di un artista/gruppo che già conoscevate una delle cose che più vi appassionano sia il cercare le differenze con i dischi precedenti per comprendere l’evoluzione di quell’artista/gruppo. Beh, da quanto posso osservare nella mia esperienza quotidiana di fruitore di musica, questo è quello che pensano anche i musicisti. O almeno così danno a vedere. Quindi sì, lo scrivo di nuovo: non è vero che l’album è un formato superato.

Faccio un esempio che conosco molto bene. Prendete gli Arctic Monkeys. Sono diventati famosi su MySpace con una manciata di canzoni. Oddio, una manciata bella grossa, se vogliamo essere onesti, dal momento che ci hanno poi tirato fuori due album. Poi però sono stati il classico esempio di band che si evolve e cambia suono ad ogni album che decidono di far uscire. Magari non è un processo così “uniforme” come possiamo pensare, ma quello è il risultato finale. Vi ricordate quando nel 2012, poco tempo dopo l’uscita di Suck It and See, il gruppo di Alexuccio Turner buttò fuori R U Mine? Si percepiva chiaramente che avevano avuto un’idea, un nuovo suono, un nuovo tutto in realtà, e sono partiti da lì e hanno sviluppato il concetto in AM, che di fatto non è che la naturale espansione di R U Mine?.

Un altro esempio in un ambito diverso? Kanye West. Questo forse è ancora più interessante: passa dai primi due album molto conscious rap primi anni 2000, segnati da molto piano, molta dolcezza e pochissime tamarrate gangsta dozzinali, a un album che su RYM è classificato come pop rap, a un album senza mezzi termini neo-soul (e probabilmente il più seminale degli ultimi 20 anni – che brutto aggettivo, “seminale”), al massimalismo più estremo e bizzarro, a una roba quasi industrial, a un disco cangiante. Non solo, ha anche scritto i dischi strutturandoli diversamente in base a quale secondo lui era il formato in cui il suo pubblico li avrebbe ascoltati. I primi due erano long playing hip hop da ogni punto di vista, lunghi e con anche gli skit, quindi proprio con tutti gli stilemi dei dischi hip hop su cd, pensati per un ascolto continuo e in cui non ci si deve alzare a cambiare disco; Graduation e 808s hanno eliminato gli skit e le parti di troppo per diventare dei normalissimi dischi pop, tanto che neanche sfiorano i 52 minuti della durata di un vinile A/B; My Dark Beautiful Twisted Fantasy manda tutto a troie perché lì, come dicevo prima, Kanye vuole fare il massimalista e ritorna a fare un disco di un’ora mettendoci dentro anche una quasi-ballata distorta di 9 minuti e quindi vabbé; Yeezus è un prodotto fatto e finito per essere ascoltato in streaming, ridotto all’osso, il suo lavoro più breve sia per numero di canzoni che per durata; e The Life of Pablo addirittura è cangiante, nel senso che lo si può ascoltare solo in streaming e, a quanto pare, dall’uscita ad oggi è stato rilavorato interamente già tre volte. Che cos’hanno in comune questi sette dischi? Che sono tutti album, uniformi nel suono e nel mood al loro interno, ma distinti da quelli che li precedevano e li seguono.

Ora, sono sotto gli occhi di tutti i famosi esempi di artisti che si sono affermati o che si stanno affermando solo grazie a canzoni singole, bypassando lo scoglio dell’album. Prendete Drake, che descrive la sua ultima uscita More Life come una playlist, o per rimanere in Italia prendete LIBERATO o Ghali, che fanno milioni di visualizzazioni solo grazie ai pezzi singoli caricati su Youtube (non venitemi a parlare dell’album di Ghali, per favore, e quello di LIBERATO ancora non è uscito mentre scrivo, quindi è ancora un gran punto di domanda). Questa però è gente che cerca pubblico nel mainstream e, per quanto la qualità delle loro produzioni sia altissima, rimaniamo in un campo in cui la sperimentazione è lasciata al minimo. Diciamo, ecco, che cercano solo di fare belle canzoni, non di spingere più in là l’asticella. Truth be told, per fare questo discorso ho in realtà tenuto presente solo gli ultimi due nomi visto che Drake non mi piace neanche un po’ (tolti i gusti personali e le voci che abbia o abbia avuto dei ghost writer, di talento però ne ha).

Un esempio di artista mainstream che però si comporta in maniera totalmente diversa rispetto agli altri artisti mainstream è quel fenomeno di Kendrick Lamar e, indovinate un po’?, pure lui fa album e non si concentra solo sui singoli pezzi. Non solo, ma pure lui ad ogni uscita ci riempie di roba. Il suo album più breve è DAMN., che comunque dura quasi un’ora, e il suo migliore è quel totem assoluto di To Pimp a Butterfly, che arriva quasi a riempire totalmente la durata di un cd, 78 minuti e spiccioli. Roba da Tool.

Vogliamo rimanere nell’hip hop? No? Ok, ma il discorso sarebbe parecchio lungo e interessante, considerando quant’è importante anche il mixtape, che ha fatto la fortuna di parecchia gente, da Big K.R.I.T. a Clams Casino a Joey Bada$$ a The Weeknd, addirittura (le cui prime tre uscite furono proprio tre ottimi mixtape che lo fecero decollare nel radio-friendly in cui si trova adesso). E sarebbe interessante anche perché tolta l’elettronica più obscvra e difficilmente accessibile a tutti, l’hip hop è oggi il genere più dinamico e interessante da tenere d’occhio.

Lasciando da parte la musica black per arrivare a territori più familiari, secondo me possiamo affermare senza paura di smentite o di obiezioni che i musicisti coraggiosi, quelli che si fanno sempre riconoscere per il coraggio e per la qualità di quello che buttano fuori, non ne vogliono sapere di abbandonare un formato più lungo che dia loro la possibilità di costruire un discorso.

Negli ultimi mesi James Blake ha messo su Youtube due bellissimi pezzi nuovi, ma il grosso del suo lavoro, per lo meno quello che lo ha reso conosciuto presso il “grande” pubblico (le virgolette sono d’obbligo, visto che al concerto dei Radiohead della scorsa estate sembrava che solo io e qualche altro membro della redazione di DYR sapessimo i testi delle sue canzoni), è stato fatto sui suoi tre album. L’ultimo, per altro, è un behemoth vero, dalla umilissima durata di 76 (settantasei!) minuti.

E in realtà questa tendenza all’esagerazione, se ci pensiamo un attimo, è proprio il trend prevalente nel mondo della musica “che conta” da qualche anno a questa parte. La voce è quella che quel formato è in crisi? Benissimo, e allora noi vi sommergiamo di roba da ascoltare tutta sotto forma di lavori lunghi, ben strutturati e pensati da cima a fondo. Giusto per rinfrescare: Joanna Newsom non è mai andata sotto i 50 minuti, Sufjan fa un disco di natale di tipo cinquanta tracce, gli Autechre fanno un album di cinque dischi, gli Swans ormai sono anni che tirano fuori solo doppi cd che giocano con le due ore, anche l’ultimo album dei Knife (RIP) era doppio, Kamasi Washington butta lì un monolite di tre ore e tre dischi, il già citato Big K.R.I.T. fa un album di un’ora e mezza, i Brockhampton decidono che, perché no?, tre dischi in un anno saranno una buona idea, e i King Gizzard and the Lizard Wizard, per non sfigurare, di album in un anno ne tirano fuori cinque. Mi sembra un bel contraltare a quelli che dicono che gli album sono morti e adesso si fanno solo playlist di gente a caso.

Insomma alla fine, abbiamo fatto un gran giro ma siamo tornati da dove siamo partiti: il formato album è morto solo se è morta la tua voglia di impegnarti.

Leggo fumetti e ascolto musica molto più di quanto sarebbe sano, ma molto meno di quanto vorrei. Tampono il vuoto con serie, film e pigrizia.

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