Dylan Carlson – Conquistador

Dylan Carlson – Conquistador

All’inizio degli anni Novanta, nella stessa Seattle in cui stava nascendo il grunge (fenomeno che diede nuova linfa al rock attenendosi quasi pedissequamente alla formula intro-strofa-ritornello eccetera eccetera) e nel roaster della stessa etichetta di Nirvana, Mudhoney e Soundgarden, gli Earth spiccarono per la distruzione della forma-canzone dall’interno, utilizzando gli stessi strumenti (la sacra triade chitarra-basso-batteria) e la stessa penuria di accordi dei mostri sacri di cui sopra, caratterizzandosi fin da subito per una ripetitività che era più che altro un testardo incaponirsi fino allo sfinimento, un prenderti per frustrazione ma anche per sottrazione. Togliere tutto il superfluo, arrivare al punto, insistere su quello, passare oltre. Il primo EP Extra-Capsular Extraction e soprattutto Earth 2: Special Low Frequency Version sono i manifesti di questo minimalismo pesante convenzionalmente definito drone metal, diciamo un Terry Riley che incontra i Melvins.
Negli album successivi la creatura Earth è approdata su altri lidi (non sempre del tutto a fuoco, a onor del vero), finché, dopo quasi dieci anni di silenzio, nel 2005 arriva Hex; or Printing in the Infernal Method, la svolta. Quell’incaponimento si trasferisce dalla piovosa Seattle al polveroso sud degli USA, in un’atmosfera folk di decadenza post-far-west più rilassata e leggera – anche se pesca a piene mani dalla narrativa di Cormac McCarthy – che lascia anche spazio a sorprendenti aperture melodiche. The Bees Made Honey in the Lion’s Skull, Angels of Darkness, Demons of Light (I e II) e Primitive and Deadly, portano avanti (e anche bene) questo modus operandi, ma ascoltando Conquistador ci si rende conto che è qui che voleva arrivare Carlson, a un’ulteriore – e letterale – sottrazione, sacrificando anche basso e batteria sull’altare del minimalismo chitarristico.
Perché questo album è a tutti gli effetti ciò che sarebbe dovuto arrivare dopo Hex, è la sua naturale prosecuzione. Ma di Hex, o meglio nello stile di Hex, c’è solo la chitarra. Ebbene sì, è un disco di sola chitarra (con incursioni della moglie Holly, batterista degli Earth, e di Emma Ruth Rundle) che inspiegabilmente non solo sta in piedi, ma funziona a tal punto che non lo si riesce a immaginare accompagnato dagli altri strumenti. Attenzione, però: non è né un mero esercizio di stile né tantomeno un feticismo per “riccardoni”, anche se a livello sonoro si sente la mano di un mago della chitarra, re Mida Kurt Ballou, che dimostra ulteriormente la sua magnificenza da produttore oltre che da deus ex machina di certi Converge.
Il fatto è che Conquistador è un lavoro così a fuoco e scritto così meravigliosamente bene che rischia di oscurare il percorso intrapreso dagli Earth. Ma in un certo senso la distruzione è marchio di fabbrica di Carlson: se negli anni Novanta ha massacrato la forma-canzone, ora non lo spaventerà il farsi carico di questo minimalismo che taglia definitivamente i ponti con Seattle ma in un certo senso anche con il “drone”, per abbracciare il concetto della sottrazione. In un momento storico in cui tutto va verso l’aggiungere, ben venga un’opera che resiste all’iper-stimolazione.