Daughters – You Won’t Get What You Want

Daughters – You Won’t Get What You Want

Loro le chiamano canzoni, termine che perfino nel post-punk che si getta nell’angolo del noise-core è ormai sdoganato. Canzoni, declamazioni, percussioni, accelerazioni, sospensioni, suggestioni: tutto macinato insieme fanno la sontuosa opera di ritorno dei Daughters (Providence, Rhode Island). Insistiamo sul concetto: canzoni a loro modo, dal 2003, quando debuttarono con Canadian Songs sulle ceneri di un’esperienza chiamata As the Sun Sets. Canzoni per come le cerca chi non si arrende a smanettare sugli streaming e sulle etichette di settore (tra le quali, appunto, la Ipecac di Mike Patton che lancia e crede nella forza del quartetto moralmente capitanato dal saggio bassista e polistrumentista Samuel Walker) e, insomma lo avete capito, canzoni per chi non si arrende mai: il 2018 aveva bisogno di un suo manifesto rumoroso che andasse anche oltre ai Preoccupations di New Material e agli stessi (apparsi un po’ seduti) A Place to Bury Strangers di Pinned e Re-Pinned. 
Otto abbondante è il voto, nonostante la distanza sonora e verbale (You Won’t Get What You Want pare titolo più che eloquente) a cui si appellano i nostri. Questo è un disco che mette l’ascoltatore in condizione di passività (un po’ come costringe a fare la produzione ombra/luce dell’ultimo Low), la metafora migliore è quella della puntura con siringa: stenditi, chiudi gli occhi, incrocia le dita e fidati. E se all’inizio fa un po’ male, poi brucia. Poi passa tutto. E la prossima puntura sarà una formalità, anzi hai quasi voglia di farla per risentire ciò che già credi di conoscere. E poi ancora, fin che il dolore va via.
Canzoni, dicevamo. “City Song” è in apertura, è quasi solo pura digressione, vita urbana, sofferenza tra le mura di casa. “The Lords Song” è in mezzo ed è veloce, di quelle che viene voglia di scappare o urlare, come solo David Yow del Jesus Lizard sapeva fare, ovvero scomporre una canzone punk dentro tante bottiglie diverse di liquore. “Ocean Song” è in fondo, è recitativa, taglia come le lame di una segheria perché in fondo l’intero disco è un intero girovagare tra rimembranze Dischord e i vari capannoni della parte industriale della metropoli. 
La morale è che ci va sempre una buona dose di coraggio per fare dischi così. E se i fans pian piano si attorcigliano di nuovo intorno ai Daughters non è per nostalgia. Oggi anche il pubblico del rock di settore è esigente. Se fai bene, te lo riconoscono. Se hai imparato la lezione, ti ripescano. E taluni di loro sostengono senza misure: disco dell’anno 2018. Noi invece sospendiamo la seduta nel dubbio perché manca (soltanto) un forte elemento di novità e diversità per rendere YWGWYW un lavoro realmente unico. Per quanto “Satan in the Wait” e “Less Sex” facciano intendere che, in futuro…

“Non mi dà più i brividi come allora, ma resta una delle cicatrici a cui sono più legato. Mi riempiva di carica come accade alla birra man mano che la si versa dentro il boccale. Già densa e corposa, sembra che si espanda ulteriormente. Quella canzone, tra l’altro, parlava di New York” (autocit. UnoZero)

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