Arctic Monkeys – Tranquility Base Hotel + Casino

Arctic Monkeys – Tranquility Base Hotel + Casino

Che non se l’aspettasse nessuno è scontato. Il sospetto è cominciato a venire quando è stato diffuso l’artwork, che aveva un vibe particolare ma era, appunto, solo un sospetto, non avevamo nessuna prova concreta. Ora le abbiamo, e alzino la mano i membri della giuria che si aspettavano una cosa simile.
Ma meglio non partire dalle differenze, partiamo del disco in sé.
L’influenza degli anni ’70 è evidente e innegabile. Ci sono alcuni momenti in cui al posto della band di Sheffield sembra di ascoltare un Elton John d’annata (sensazione fortissima in “Golden Trunks” e anche in “The World’s First Ever Monster Truck Front Flip”) e non c’era nemmeno bisogno che lo stesso Alex Turner ci dicesse che le canzoni non le ha scritte alla chitarra ma al piano, è pleonastico dopo anche solo mezzo ascolto di questo Tranquility Base Hotel + Casino. Sono sempre loro, eh: una volta assimilata la svolta di AM, si capisce subito che nonostante il piano questi sono sempre loro, tanto che pezzi come “Four Out of Five” o “She Looks Like Fun” potrebbero essere presi per degli episodi un po’ più strambi del disco precedente. Ma se ascoltato nell’insieme è tutto diverso, l’atmosfera che richiama alla mente è quella dimessa di un noir americano ambientato nella Los Angeles dell’epoca, tra lounge bar che servono alcolici di lusso e gente dell’upper class ubriaca che si mette nei guai parlando con chi non dovrebbe parlare.

In questo bisogna dare credito agli Arctic Monkeys o anzi, ancora meglio, ad Alex Turner. Infatti secondo il concept, se così si può chiamare, dell’album, loro sarebbero la band resident nell’albergo costruito sulla luna che dà il titolo al disco. Almeno a prima vista, dal momento che i testi sono sempre pieni zeppi del surrealismo e dell’ironia a cui siamo abituati già dal 2006, quindi non sai mai quanto effettivamente il protagonista del testo di turno sia serio e quanto sia faceto. Tuttavia, dando un occhio ai live sui talk americani (per ora uno e due), Turner ricorda ormai una rockstar che, per gli “easy money” citati in “Star Treatment”, se la canta e se la suona davvero in una residency in qualche casinò a Las Vegas. Da quel punto di vista, sembra che tutti i conti tornino; anche l’immaginario che i testi richiamano vuole molto spesso riportare a quelle atmosfere angelene anni ’60 tra il noir e il pulp a metà tra Ellroy e Sunset Boulevard.

Fin qui tutto bene, diceva Vinz in La Haine. Fin qui pare che stiamo parlando di un gran disco. Invece non è così semplice, e qui rientra il discorso delle differenze che ho evitato in apertura. Sappiamo benissimo che gli Arctic Monkeys non sono una band come le altre, che trova il loro suono e si mantiene in quelle coordinate. Non che ci sia niente di male, di band così che amiamo alla follia ce ne sono un casino. Ma ai Monkeys non piace essere monotoni. Fatti salvi i primi due album, incisi a distanza di un anno ma che attingevano alla stessa fonte pre-contratto-con-la-Domino, nessun disco è uguale al precedente per un motivo o per l’altro: l’influenza preponderante di Josh Homme in Humbug, i richiami quasi brit pop di Suck It and See o i richiami sabbathiani di AM, tutti elementi nuovi che andavano man mano ad arricchire l’opinione del loro pubblico, che infatti è cresciuto stabilmente e difficilmente smetterà di farlo. Però i primi cinque dischi due cose in comune ce le avevano. La prima era la presenza ingombrante e graditissima della batteria di Matt Helders, che qui non c’è. Non solo non è predominante, tranne che in sparuti passaggi, ma in alcune canzoni non c’è batteria e in altre, anche se c’è, non è Matt Helders a suonare! Ma come?! La seconda, fondamentale, è che erano tutte bellissime canzoni. Alex Turner è un autore straordinario, e poco importa quale veste volesse indossare in un disco, riusciva ad essere praticamente perfetto in ogni occasione, sapeva quando accelerare e quando rallentare, quando essere romantico e quando essere un cazzone, senza mai risultare forzato o fuori luogo. Si capiva quasi subito che una buona parte dei loro pezzi erano destinati a durare nel tempo, anche dopo pochi ascolti, anche dopo la piega cafona che il frontman ha deciso di abbracciare da SIAS – che nel frattempo è diventata insopportabile. Lo stesso però non possiamo ancora dirlo per Tranquility Base Hotel + Casino. Per spiegare quello che voglio dire prendo come esempio “Golden Trunks”. Parte come una bellissima canzone rock, con un riff che sembra riportarci ad AM, ma la canzone non lo mette in risalto come avrebbe dovuto. O meglio, lo fa, sì, ma per contrasto: proprio come i pezzi più “tosti” dell’album del 2013, quell’eco di Black Sabbath del riff stona con la costruzione del pezzo, sembra quasi che sia il riff giusto nella canzone sbagliata, se capite cosa intendo. E questa è un po’ la sensazione che si ha non solo alla fine dell’ennesimo ascolto, ma anche del primo o del secondo. L’impressione è che le canzoni ci siano, ma siano belle fino ad un certo punto, che siano un po’ underwritten, che non abbiano quella capacità di rimanere nel tempo, di voler essere riascoltate tra anni e dare i brividi comunque. Ovvio, non tutte le canzoni sono sullo stesso livello (“The Ultracheese” e “She Looks Like Fun” non giocano quasi nello stesso campionato), ma anche le migliori di TBH+C, come dire, non so se le metterei in un best of del gruppo.
Abbiamo tutto il tempo del mondo per cambiare idea con gli ascolti, e questa potrebbe essere solo una delle deviazioni nel loro percorso, ma per ora sembra quasi uno di quei fuochi d’artificio d’introduzione, che ti preparano allo show vero e proprio, quasi volutamente sottotono. Vedremo, noi non andiamo da nessuna parte e neanche loro.

Leggo fumetti e ascolto musica molto più di quanto sarebbe sano, ma molto meno di quanto vorrei. Tampono il vuoto con serie, film e pigrizia.

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