Recensioni

Suede – The Blue Hour

Fisico asciutto, abbigliamento sobrio, capelli ancora in testa, tazza di tè in mano, e la calma di chi è consapevole che non venderà un botto di dischi, ma che se comunica bene il contorno, può ancora contare su uno zoccolo duro di fan che vada come vada, saranno sotto il palco ad aspettare. Da questa premessa nasce The Blue Hour, l’ottavo LP dei londinesi Suede, ormai solidi nella formazione della reunion, che poi è quella del periodo Coming Up, ovvero il loro maggior successo commerciale. Si tratta di un album naturalmente adulto – nei contenuti e soprattutto negli arrangiamenti – ma ancora drammaticamente sentito, tanto che le performance di Brett Anderson stridono un bel po’ con la sua tranquillità nelle interviste. Sembra un uomo ormai in pace con se stesso, in pace ed integrato nella società, mentre nel disco te lo ritrovi ancora sbattuto e disperato, tanto che non comprendi facilmente qual è la verità: urgenza espressiva o proforma di mestiere? Le nuove tracce sono quattordici, e paiono il naturale proseguimento della via riaperta con Bloodsports (2013) e Night Thoughts (2016), con i quali chiude un’ideale triade dell’età adulta dei Suede. Forse il vero punto di riferimento sarebbe Dog Man Star, tanto incompreso all’epoca quanto rivalutato come classico brit pop negli anni, ma onestamente, al di là delle interpretazioni e delle parti soliste, il songwriting di The Blue Hour non si avvicina quasi mai quello dei veri tempi d’oro della band. C’è tanta energia, una gran voglia di continuare ad esserci e di parlare a chi anche se in ritardo ha amato i Suede, ma si fatica ad arrivare in fondo a questi 52 minuti senza fermarsi almeno un paio di volte. Magari l’obiettivo è stato proprio quello di darci un albo su cui dover tornare più volte, e non un pugno di canzoni tra cui individui facilmente i momenti più orecchiabili, e butti il resto. Non è il solito disco che, da modesti ascoltatori rock quali siamo divenuti negli ultimi 25 anni, ormai riusciremmo a giudicare con mezzo ascolto distratto: il nuovo Suede richiede uno sforzo comprensivo in più. Nel melodramma un po’ forzato che fa da sfondo, c’è anche una discreta voglia di osare strade più tortuose, di non fare la cosa più facile, ma anzi di raggiungere la soddisfazione con soluzioni più sofisticate. Massiccio in questo senso il lavoro di Richard Oakes, che deve aver messo davvero tanta materia musicale sul tavolo di Anderson, che poi ci ha montato sopra le sue melodie. I frammenti di dialoghi che aprono o chiudono le canzoni fanno molto cinema noir – e anche un po’ Manic Street Preachers – e rendono l’idea di blocco unico che The Blue Hour vuole essere. E sì, ci sono anche quei due, tre, forse anche quattro pezzi che potrebbero far parte di un best of che includesse solo i Suede dal 2000 in poi. In conclusione, suggeriamo questo lavoro a chi è affezionato al gruppo e a chi ha vissuto il brit pop negli anni Novanta e ora vuole convivere l’età adulta con i personaggi di un tempo, seppure naturalmente invecchiati.

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