Recensioni

Spiritualized – And Nothing Hurt

OK, ci siamo ridotti a commentare un nuovo album di J. Spaceman con una mini-recensione che certo non può rendergli giustizia. And Nothing Hurt è infatti un prodotto artistico che meriterebbe di essere sviscerato in tutte le sue sfaccettature, per questo promettiamo già da ora di tornarci non appena se ne avrà l’occasione, magari con un pezzo che riscriva un po’ il profilo di Jason Pierce e il suo significato nel rock britannico, altrimenti troppo spesso ingiustamente confinato alla sola elucubrazione intorno al capolavoro Ladies and Gentlemen We’re Floating in Space. Il nuovo disco non nasce in uno studio di registrazione o tantomeno in una sala prove come è sempre accaduto in precedenza, ma con il nostro seduto davanti un nuovo computer, nella sua casa di East London. Per un progetto nato quando ancora non era possibile fare tutto da soli, comodamente concentrati nella propria camera, si tratta di una novità di non poco conto, anche considerando che salvo ripensamenti, questa potrebbe essere l’opera che chiude l’esperienza Spiritualized. Già perché poi alla fine gli anni passano per tutti, e risulta difficile immaginare che Spaceman possa continuare all’infinito, vagando nell’universo pop rock come un’entità astratta, che non invecchia e non evolve, né deperisce. Intanto però abbiamo di fronte nove nuove canzoni di blues psichedelico e noise di matrice Velvet Underground (“The Morning After”, per dirne una, è puramente White Light/White Heat), arrichite dei consueti richiami gospel e brit pop, da sempre marchio di fabbrica dell’artista. Lo stato di forma ci sembra simile a quello in cui lo abbiamo ritrovato ai tempi di Sweet Heart Sweet Light (2012), nonostante il computer nuovo e la Bella Union che ne ha sposato la causa, incoraggiandolo a fare del suo meglio. Insomma, le sensazioni sono quelle di un classicissimo LP da parte di Jason Pierce, in cui il dettaglio è l’insieme, il corpo sonoro è montato con decine di tracce sovrapposte in un caos sinfonico ragionato e corale, e in cui non c’è uno strumento che si alza alto sugli altri e prende l’avanposto. Bello quando rallenta con ballate canonicamente Spiritualized come “Damaged” e l’iniziale “A Perfect Miracle”, che obiettivamente non hanno difetto alcuno, se non quello di parlare a un pubblico ormai distratto dalla velocità della vita moderna. And Nothing Hurt, invece, è un albo per cui occorre lasciarsi andare e da cui bisogna lasciarsi trasportare per goderne a pieno. Tanto banale quanto evidente. I Millennials faticheranno a capire, altri potrebbero aver trovato uno dei dischi dell’anno.

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