Recensioni

Space Afrika – Honest Labour

Quando ci si imbatte in musica come quella contenuta nell’ultimo lavoro degli Space Afrika, viene naturale pensare di trovarsi di fronte a un classico disco ambient, con tutti i pregi e i limiti che questa definizione può portare con sé.

Tuttavia, proseguendo con gli ascolti, un orecchio allenato non può fare a meno di constatare come una simile etichetta stia decisamente stretta a un LP come Honest Labour, che contiene una grande varietà di suoni, soluzioni e finezze.


Incasellare la musica del duo di Manchester non è quindi un’operazione semplicissima e già per questo il disco incuriosisce. Ci senti influenze dell’ambient di matrice più oscura, la dub techno, frequenti aperture melodiche, rimandi a quel dubstep urbano à la Burial che tanto ci ha fatto battere il cuore, echi dell’Andy Stott più romantico e dell’Actress più riflessivo. Gli artisti citati sono solo alcuni grandi (grandissimi!) nomi che ci vengono in mente mentre ci immergiamo in questo disco al contempo onirico e metropolitano.

Un album sull’amore, ma anche un disco politico, un marasma emozionale che colpisce l’ascoltatore in modo inaspettato, avvolgendolo e cogliendolo di sorpresa, per poi abbandonarlo e riaccoglierlo tra le sue braccia solo qualche minuto più tardi. Ciò è dovuto in parte alla struttura della tracklist e la moltitudine di particolarissimi intermezzi, che dà l’impressione di un certo spezzettamento, ma anche ai frequenti silenzi, fruscii, rumori di fondo che si incontrano nell’arco di tutto il disco.

Probabilmente i capiscers potrebbero parlare di deconstructed ambient. Badate bene, nonostante questo spezzettamento, non siamo di fronte a un fastidioso alternarsi di perdita e ritrovamento del filo del discorso o a un’accozzaglia di pezzi slegati l’uno dall’altro, ma piuttosto a un originalissimo viaggio all’interno di sfere molto contrastanti del nostro io. Sarete inquieti, sarete rilassati, vi sentirete nostalgici, oppure speranzosi, ma in nessun caso vi annoierete o vi sembrerà un ascolto banale.


L’immaginario visivo del disco, che abbiamo potuto apprezzare grazie agli splendidi visual durante la loro esibizione live all’ultimo Club to Club, è frenetico e rimanda a una Manchester cupa, piovosa, trafficata, illuminata dalle luci delle automobili che si riflettono nelle pozzanghere, come si può anche notare dalla copertina. Una città che opprime, ma anche una città che affascina, una notte oscura, ma anche una notte dove si vive e ci si (ri)conosce.
Per completare il quadro, a tutto questo gran frullato di suoni, visioni ed emozioni aggiungete delicate voci femminili, chitarre e persino archi, sezioni puramente hip-hop, a testimonianza che si tratta di un disco la cui catalogazione non è un’operazione così scontata.
Joshua Inyang e Joshua Reid ci introducono in uno strano mondo, dove sembra di camminare al confine tra realtà quotidiana e fantasia. Una sorta di sogno iperrealista, da cui forse si rischia di uscire con le idee un po’ confuse. A quel punto l’unica cosa che dovrete sapere è che in ambito electro nel 2021 non sono usciti molti dischi migliori di Honest Labour.

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