2 Aprile 2017
La scorsa estate Phil Elverum ha perso la moglie Geneviève. Era malata di cancro al pancreas, aveva solo trentacinque anni e aveva dato alla luce una figlia appena un anno prima. A Crow Looked at Me, il nono albo a nome Mount Eerie, racconta i giorni successivi alla morte della compagna e la vita senza di lei.
Quando perdi qualcuno così vicino a te, non è detto che tu voglia elaborare il dolore e condividerlo con il resto del mondo, ma se ti capita di essere un poeta o un musicista, può diventare inevitabile farlo, anche se non vuoi cantare un elogio funebre o farne arte a tutti i costi. Diventa un bisogno essenziale, uno sfogo che solo una chitarra classica può ascoltare e accompagnare. Questo è il disco di Elverum, e più che mettersi a parlare di arrangiamenti essenziali, di elencare quali strumenti ha utilizzato e di fare riferimenti ad altri episodi del suo percorso, la cosa che si dovrebbe fare è ascoltarlo in un ambiente statico e silenzioso, in perfetta solitudine, con i testi sottomano se non si riescono a distinguere le parole della limpidissima prosa delle undici tracce.
È la narrazione, o meglio, l’interpretazione dei contenuti l’unica chiave di lettura per apprezzare questo album. Le micro-storie del vissuto, i ricordi, le sensazioni che l’autore vive quando torna nelle stanze che hanno ospitato la malattia e gli ultimi giorni della compagna di vita, ma anche quelli felici, di cui restano scatti senza vita appesi al frigorifero. E ciò che viene dopo, ovvero come si può e deve continuare con una figlia che non ricorderà nulla di questo dolore, ma che avrà queste canzoni per scoprire quanto ha sofferto suo padre.
Non abbiamo mai approfondito più di tanto il cammino di Elverum con i Microphones prima e come Mount Eerie poi, anche se The Glow Pt. 2 (2001) è presente nella nostra TOP 100 anni ’00, ma A Crow Looked at Me, lo possiamo già dire, sembra proprio un capolavoro istantaneo, o quantomeno uno dei dischi folk più importanti che il decennio in corso ha finora proposto, e si va ad aggiungere a una serie di recenti eccellenti titoli in cui è la morte il tema portante. Pensiamo a Carrie & Lowell di Sufjan Stevens, più melodioso e visionario, a Benji dei Sun Kil Moon, in cui Kozelek è narratore di singole storie, tutte vere, di persone ormai trapassate. Ma anche all’estremo saluto di Bowie con Blackstar, e al tragico evento che ha scosso la composizione di Skeleton Tree di Nick Cave. Andando più indietro negli anni, tornano in mente anche Hospice degli Antlers e Young Prayer di Panda Bear.
Il dolore può di certo ispirare l’artista, ma per scrivere pezzi come “When I Take Out the Garbage at Night”, “Swims” e “Real Death”, devi avere le idee molto lucide, e nel momento in cui sei pronto di renderla pubblica, aver rielaborato la sofferenza per canalizzarla in note e melodie, seppure scarne o quasi inesistenti come quelle di Elverum. A Crow Looked at Me potrà stancare, perché è musica che per quanto ti può inizialmente ispirare compassione e far riflettere profondamente, potresti non voler più ascoltare. Sai cosa c’è dentro, ed è la morte vera. E per dirla tutta, la morte è l’ultima cosa con cui vuoi avere a che fare.


