La classifica dei migliori film del 2022

Salve a tutti e buon duemilaventitré. Come cattiva consuetudine questa rubrica sulle migliori opere cinematografiche dell’anno esce sempre più tardi. Ma sono anche passati vent’anni da ché conosco alcuni dei ragazzi della redazione e anche loro hanno imparato a non chiedere. Senza che ripercorra viali di ricordi, che potrebbero anche non interessarvi, vorrei raccontare un po’ di noi attraverso un importante documento audiovisivo uscito tra la fine del 2021 e l’inizio del ’22. Me l’ero colpevolmente perso tra i vuoti pandemici e mi è capitata una intensa visione in tempi recenti, subito dopo la commedia “Yesterday” di Danny Boyle.

Si tratta del lavoro di Peter Jackson sui Beatles: Get Back. Miniserie in 3 puntate, per oltre 8 ore di reperti restaurati dal 1969, sull’ambizioso progetto di un docu-film che avrebbe ripreso la creazione di un disco ex novo dei Fab Four, registrato in un’unica seduta live. Il progetto naufragò per le diverse frizioni all’interno della band e un generale senso di fine corsa che porterà i quattro di Liverpool a sciogliersi qualche mese più tardi. Jackson offre una duplice interpretazione al suo monumentale lavoro di ricostruzione di tutte quelle ore di girato: da una parte la grottesca forzatura di avere delle telecamere puntate tutto il tempo rende impossibile un reale confronto comunicativo all’interno della band e i vari caratteri di John, Paul, George e Ringo, in quanto persone con un passato comune, emergono per sottrazione; un po’ come accade a tutti noi incastrati nei ruoli sociali di ogni giorno. Dall’altra parte nel poter osservare da vicino il processo creativo di una delle più grandi band di sempre si stagliano prepotentemente, nel bene e nel male, i loro caratteri in quanto artisti; come tutti noi quando possiamo esprimerci liberamente senza vincoli socialmente imposti, o come avatar. E anche all’interno del processo creativo Jackson vuole darci una percezione scissa: ci sono i Beatles che cazzeggiano per trovare l’alchimia, anche quando questa sembra irrimediabilmente perduta, e ci sono i Beatles che creano dal nulla pezzi di canzoni che rimarranno IMMORTALI con la semplicità di chiunque sia mai entrato in una sala prove. Solo che loro erano i Beatles.

Sebbene in piccolo, rispetto a loro, credo che la vita di ognuno e le esperienze più significative possano essere esemplificate da questo spaccato di vita che è Get Back, con annesso il tempo dei ricordi, dei rimpianti, di ciò che poteva essere e non sarà più e di ciò che è stato e che avrebbe potuto andare diversamente. Per noi che sappiamo come la storia dei Beatles (anche quella tragica) andrà a finire c’è questo continuo stato di suspense in un colpo di scena che non verrà mai. Anche nella nostra esistenza ci sono le avvisaglie di qualcosa che sta per finire ma prima c’è ancora un ultimo concerto da suonare.

Piccola annotazione psicobiografica: fa impressione che i quattro del Mersey, al momento delle riprese, non avessero compiuto 30 anni ed avessero alle spalle gran parte della loro storia come artisti. Ed è persino straniante l’effetto di rivederli così giovani e così reali.

Ma veniamo all’annata cinematografica che, come accade ormai da tempo immemore, è assai parca di soddisfazioni. Se dovessi usare il metro di giudizio pre-Netflix pochissimi titoli arriverebbero al 7. Quindi il metro di giudizio di conseguenza si abbassa pena una questa classifica veramente corta e questo articolo sarebbe potuto uscire molto prima. Nessun capolavoro, qualche buon film, qualche discreta intuizione. Poco più, poco meno. Bando alle bande e via al classificone.

20. Metal Lords di Peter Sollett – commedia teen
Chiunque ha avuto in classe al liceo il compagno nerd del metal che suonava ultraveloce e si lavava i capelli una volta al mese. Ecco, questo è il film per ricordarcelo. Ciao Vinz!


19. Piggy di Carlota Martinez-Pereda – horror
Palpitante produzione spagnola che a conti fatti è l’equivalente di “Carrie” se Stephen King fosse nato in Extremadura.


18. The Northman di Robert Eggers – azione, storico
Caro Roberto, ho capito la precisione storica, la ricostruzione fedele e i costumi dell’epoca ma ci vuole anche una storia che non sia “Braveheart” senza vanagloria.


17. Skinamarink di Kyle Ball – horror
Strano animale questo Skinamarink. Lo avrei potuto anche alzare in classifica per l’originalità ma non sempre basta. Rimane un’esperienza visiva notevole. Formalmente narra la storia di due fratelli che si svegliano in casa e sono spariti padre, porte e finestre. *CONSIGLIATO DAL MESSERE.


16. Crimes of the Future di David Cronenberg – thriller/horror
Trovo che non sempre l’equilibrio tra le idee e lo svolgimento del plot sia fluido e coerente, del resto come altra produzione cronenberghiana. Tuttavia si torna ad alti livelli concettuali e di body horror.


15. The Outfit di Graham Moore – giallo
Un giallo sulla mafia di Chicago post Capone dall’impianto teatrale e il cui pregio è l’accumularsi di momenti depistanti. Sulla falsariga di tante cose che avete già visto.


14. Pearl/ X di Ti West – horror 
Sono due film ma hanno lo stesso regista, la stessa protagonista (Mia Goth) e parlano della stessa storia. Una specie di prequel e di sequel, senza il film in mezzo. Come i gemelli omozigoti sono uguali e diversi allo stesso tempo.


13. Something in the Dirt di Justin Moorhead e Aaron Benson – sci-fi
Dovreste essere abituati alle incursioni metafisiche del duo Moorhead e Benson. Ecco un’altra opera strampalata piena zeppa di idee e contenuti che faranno la felicità di fisici e ingegneri aeroqualcosa. *CONSIGLIATO DAL MESSERE.


12. Deadstream di Joseph e Vanessa Winter – commedia horror
Si può far paura e ridere allo stesso tempo? Si può comprimere Scream e Scary Movie in un unico ibrido? Probabilmente Joseph e Vanessa Winter ci riescono strizzando l’occhio a Raimi.


11. Barbarian di Zach Cregger – horror
Che occasione sprecata questo Barbarian. La prima parte è così chirurgica e crea un’atmosfera così malata che anche se apprezzato, il cambio di tono a metà, vanifica inevitabilmente lo sforzo fatto. Mezza Bombetta.


10. Argentina, 1985 di Santiago Mitre – storico/politico
Tratto dalla vera storia dei procuratori Julio Strassera e Luis Ocampo che indagarano sulla dittatura militare argentina. Figure che appartengono ad un immaginario di eroi per caso.


9. Hustle di Jeremiah Zagar – sportivo
Adam Sandler azzecca un altro film sulla storia di un procuratore di basket sul fallito andante che vede la sua ultima possibilità passare dalle mani di un giovane ragazzo ispanico. Sembra la solita solfa e lo è, ma meglio di altri dipinge la competitività del mondo NBA.


8. Emily The Criminal di John Patton Ford – drammatico
Un film su misura di Audrey Plaza sempre più a suo agio in parti drammatiche con quel tocco weirdo. E’ un film piccolo, piccolo ma con un’ottima resa finale.


7. Kimi di Steven Soderbergh – cyberthriller
Ecco lo spazio dedicato a Steven e il suo ultimo film girato con una go-pro e sceneggiato su un tovagliolo di carta. Eppure rimane uno dei thriller più veloci e validi di quest’anno.


6. Triangle of Sadness di Ruben Östlund – drammatico
Nella sua opera di distruzione della borghesia atomica contemporanea, Ostlund offre la sua visione più crassa e grottesca e pare quasi sport internazionale prendersela con i riccastri nipoti della globalizzazione. A volte Ruben ci è e a volte ci fa.


5. The Menu di Mark Mylod -horror + Boiling Point di Philip Barantini – drammatico
Come mai due film, chiederete voi? Perché mi piacerebbe che i due registi, che spero non sappiano nulla l’uno dell’altro, si incontrino per creare il crossover perfetto. Di The Menu salverei la prova di Fiennes e alcune delle trovate di fondo, ma eliminerei tutta la deriva gore finale che non ha nulla di catartico. A BoIling Point ruberei il finale e quell’atmosfera di tragedia imminente che emerge dalla tecnica di ripresa.


4. The Banshees of Inisherin di Martin McDonagh – drammatico
L’opera più intimista del commediografo irlandese e che riflette in modo allegorico sulla propria carriera dagli esordi teatrali, fino all’Oscar a Hollywood. La storia è esile, due amici in un piccolo villaggio sulle coste irlandesi, smettono di parlarsi, con conseguenze tra il grottesco e il tragico.


3. Tàr di Todd Field – drammatico
Un ritratto, quasi una biopic di un personaggio immaginario, la direttrice d’orchestra della filarmonica di Berlino Lydia Tàr, interpretata da una strepitosa e maligna Cate Blachett. Miglior prova attoriale dell’anno.


2. Everything Everywhere All at Once di Daniel Kwan e Daniel Scheinert – sci-fi
Piccolo gioiello visivo questo EEAaO. La storia a volte tende a disequilibrarsi e a ripetere alcuni pattern, per quanto visivamente interessanti. Solo questo difetto gli fa perdere la vetta della classifica.


1. Speak No Evil di Christian Tafdrup – thriller 
Avrebbe potuto essere un film di Haneke questa piccola produzione olandese e danese. Come in Triangle of Sadness anche qui è la borghesia ad essere presa di mira, ma da un punto di vista quasi opposto. Mirabile il modo in cui questo slow-burner insinua angoscia sino allo sconvolgente finale.

Si è fatta una certa. Ci leggiamo il prossimo anno.
Forse.