19 Settembre 2021
Dicevano che Walter Schreifels aveva finito la voce. Dicevano che dopo il primo dei Rival Schools non ne aveva più azzeccata mezza. Dicevano che le reunion sono solo per i nostalgici e per quei mocciosi che vanno ai festival senza sapere neanche chi vi suona, e che quella dei Quicksand non interessa nemmeno a questi, perché negli anni Novanta non hanno mai venduto tanti dischi. E che dopo Interiors (2017) lo sfizio se l’erano tolto, per cui potevano tornare in ibernazione. I cazzi invece, i Quicksand di Distant Populations sono una band vivissima, che può ancora ispirare nuove generazioni di ragazzi che decidono di riunirsi in una sala prove per suonare, anziché rinchiudersi in cameretta a giocare con la playstation o con il software per fare trap. Un po’ come è accaduto ai Deftones o ai Thursday, che della musica dei Quicksand ne hanno masticata tanta.
Le vie dei Quicksand dipartono sempre da una sezione ritmica che sembra nata per fare blocco assieme, come Bonucci-Chiellini quando si gasano nel loro lasciar passare neanche un pallone. Su questo motore rodatissimo formato dalla coppia Alan Cage (batteria) e Sergio Vega (basso), si muovono i giochi di chitarra di Schreifels, che a volte puntella altre alza un muro di suono su cui poi ha ancora la forza di cantare. Facilmente una voce – sottile come la sua – potrebbe finire sommersa da una simile onda d’urto, ma il sapiente mixaggio di Josh Wilbur riesce a bilanciare i pochi ingredienti, rendendo tutti gli amplificatori protagonisti in egual misura. Non ci sono ridondanze, e se hai ancora la fortuna di avere un impianto hi-fi degno di questo nome, con pezzi come “Brushed” o “Colossus”, giusto per citarne due, ti puoi davvero divertire.
Quicksand, ma ultimamente anche Turnstile e The World Is a Beautiful Place and I No Longer Want to Die: sembra che certo rock dalle fondamenta post hardcore e dal taglio emotivo stia battendo colpi importanti in questo periodo in cui di certo non riesce nemmeno ad esprimere quel senso di libertà dalle costrizioni, dalle regole, dalle routine in cui invece ci ritroviamo a convivere. Se tuttavia dischi come Distant Populations riusciranno ad arrivare ai giovani che di band come i Quicksand non ne immaginano nemmeno l’esistenza, magari riusciranno a vivere un po’ di quello spirito degli anni in cui questa musica nasceva. Non si stava tanto meglio, anzi, ma si riusciva ancora a sognare.


