16 Aprile 2021
Si è discusso fino alla nausea del concetto di comfort zone, tanto che ormai risulta quasi anacronistico. A tal proposito Andy Stott si comporta come una mosca bianca, sempre alla ricerca di nuove forme, e funge da grido di dissenso verso questo approccio al suono. Ogni tassello della sua discografia è impregnato delle ispirazioni del momento, così come Never The Right Time, che fa di necessità virtù adattandosi alla malinconia pandemica. Ci viene presentato come la quadratura del cerchio, i cui picchi vanno ricercati nell’irripetibile trittico iniziato con Luxury Problems. Proprio lì avvenne la svolta dettata dall’ausilio della componente vocale, prestatagli dalla sempreverde Alison Skidmore, sua vecchia insegnante di piano anche qui presente a più riprese.
Della vena techno contenuta in It Should Be Us non c’è traccia, mentre balza agli occhi una macchia che li lega indissolubilmente, ovvero la leggera mancanza di fluidità, di coerenza tra le idee proposte nelle tracce. In fondo, sebbene sia un boccone duro da mandar giù, Andy Stott è umano, e la vulnerabilità compositiva qui palesata in alcuni frangenti – “Repetitive Strain”, titolo quantomai azzeccato – ne è la conferma. Ma prima che qualcuno lanci l’invettiva, calmiamo gli animi dicendo le note negative sono concluse, e vista la caratura del personaggio non poteva essere altrimenti.
La riflessività dell’opener “Away Not Gone” si ripresenta ciclicamente lungo l’ascolto, bisogna però aspettare il colpo di coda prima di immergersi nuovamente in certe sonorità, coi tappeti ambient di “Dove Stone” che lasciano spazio alla miglior incarnazione di Stott contenuta in questo LP: “Hard to Tell”. Frugando fra le sue reminiscenze audiofile deve essersi imbattuto nella creatura di Micheal Gira, perché il pezzo è invaso da quei passaggi così divini e angoscianti al tempo stesso di cui gli Swans sono docenti universitari. Le novità sono concentrate perlopiù nel mezzo della scaletta; ne è un esempio il pop stralunato di “Don’t Know How”, la cui seconda metà lascia entrare una linea di basso penetrante, a testimonianza del fatto che quelli del mancuniano sono i bassi più avvolgenti dell’intero panorama elettronico.
Dovendo tirare le somme, l’ennesima espressione della filosofia stottiana non conosce considerevoli défaillance, nonostante le vette dello scorso decennio vadano giustamente ritenute tali. Finché tornare a respirare l’atmosfera dei club rimarrà utopia, fluttuare nel cosmo disegnato da Andy Stott rappresenterà un piacevole, necessario, sospiro di sollievo.


