The Flaming Lips – Oczy Mlody

The Flaming Lips – Oczy Mlody

Se abbiamo ripreso il titolo di una loro canzone e l’impasto di colori degli artwork di uno dei loro album per scegliere rispettivamente il dominio e l’ambientazione della prima pagina del nostro umile sito, è perché l’ammirazione per i Flaming Lips ci ha accompagnato nei momenti cruciali di (ri)nascita concettuale di questa webzine. Abbiamo proclamato The Soft Bulletin disco-chiave ben prima che Pitchfork vi pubblicasse uno speciale a riguardo e altre riviste a ruota lo iniziassero a venerare per quello che è, ovvero l’ultimo capolavoro assoluto del rock del Novecento.

Il gioco non è bello quando è corto, perché coi Flips le stramberie non sono mai mancate – basta leggere i titoli delle canzoni dei loro primi album per realizzare che tutto è cambiato, e niente lo è davvero – ma quanto accaduto nel post-Embryonic è a questo punto della storia da prendere e analizzare a parte. O forse, semplicemente, tanti anni di allucinazioni, visioni psichedeliche, trovate improbabili che un po’ fanno ridere, un po’ lasciano interdetti, tante droghe leggere (Coyne) e qualcuna anche pesante (Drodz) alla fine hanno presentato il conto: dal 2009 a oggi abbiamo avuto cinque dischi coi cosiddetti Fwends, una serie di EP tra cui ricordiamo quelli usciti assieme alle gommose a forma di cranio prima e di feto poi, quello con la canzone lunga 6 ore prima, e quello con la canzone lunga 24 ore inserita in una chiavetta USB all’interno di un teschio di plastica poi, le collaborazioni con Neon Indian e i Foxygen da un lato, e quelle con Miley Cyrus e Ke$ha dall’altro. E sì, abbiamo avuto anche un altro full lenght a firma dei soli Flaming Lips intitolato The Terror, anche se è scivolato via senza lasciar traccia, anche perché a forza di urlare “a lupo a lupo”, non se l’è filato seriamente nessuno. Insomma, un caos demenziale che ormai non ci fa più ridere, se non di amarezza. Il gioco è bello quando è vario.

Se non altro già con The Terror sembravano essersi accorti che il pubblico ha maggiormente apprezzato il vibe melanconico di The Soft Bulletin e di altri momenti più trasognati, in realtà presenti in molti altri loro capitoli, e allora anche nel nuovo Oczy Mlody – non vi stiamo a spiegare cosa vuol dire, perché onestamente non è interessante saperlo – continuano a ricercarlo, con gli espedienti tecnici ed elettronici che ormai da qualche anno dominano il loro sound. Oczy Mlody è in questo senso il disco che doveva essere The Terror: sembra svanita la vena goliardica, e c’è un’aria generale da after-party che tradisce ancora una forte voglia di psichedelia pasticciata ai limiti dell’insensato. In tre o quattro brani si ritrovano reperti del talento melodico di un tempo, seppur disturbati da scelte sonore che non lasciano emergere quel poco che è rimasto dei migliori Flaming Lips. Nel resto dell’albo il suono digitale – messo in piedi da synth, iPad e sequencer magari pure fighi come i Korg Volca o l’OP-1 della Teenage Engineering, che riescono a simulare benissimo anche le distorsioni – ha preso il sopravvento sulle chitarre, ormai pressoché disperse. Questa evidente disaffezione per il rock guitar-based è definitivamente sancita da dodici nuove canzoni che pure quando l’arrangiamento potrebbe prevederle, sostituiscono le sei corde con altra strumentazione. Il resto sono filtri vocali, beat e tastiere. Immaginate un navigato chef che ha a disposizione alcune materie prime tipiche della cucina tradizionale, ma che sceglie di lasciarle nel frigorifero, per usare invece altri ingredienti più sperimentali provenienti da località lontane, con cui cucina un piatto fusion magari interessante e al cui sapore devi fare il palato, ma che una volta digerito ci ripensi e dici “ok, ma la prossima volta non lo ordino”. Questo è l’effetto che ti fa Oczy Mlody, anche quando le cose si fanno più dirette come in “We a Family” e “How?”: semplicemente, non ti va di riascoltarle. Difficile quindi che questo quindicesimo LP resti tra gli imprescindibili della band di Oklahoma City che forse il suo vero epitaffio l’ha lasciato con Embryonic. Magari sbagliamo. Magari no.

 

 

Sono un pubblicitario prestato al mondo del vino. Una notte ho sognato che vincevo al SuperEnalotto, e coi soldi vinti aprivo il miglior negozio di musica di sempre, dove si ascoltava e si vendeva solo la musica che dicevo io. Se qualcuno non era d'accordo, quella era la porta. Se fallivo, fallivo. Se facevo successo, chiamavo Mark Hollis a suonare in acustico e Oneohtrix Point Never a fare un DJ set. Mentre attendo che ciò diventi realtà, ho aperto con un po' di amici di lungo corso forumistico questo posto, dove mi rifugio tutti i giorni, non appena posso. Una volta ho quasi sfiorato la mano di Michael Stipe. Ho l'autografo di Maynard James Keenan. E anche quello di Aaron Turner. Conosco Burial personalmente.

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