Electro Report 2018, part II

Eccoci con un altro rapporto sul mondo della musica elettronica del 2018. Nelle ultime settimane abbiamo voluto concentrare le attenzioni sulle uscite di dischi importanti e attesi come Konoyo di Tim Hecker, Infinite Moment di The Field e Nothing 2 Loose di DJ Healer, ma ora è tempo di srotolare tutti assieme i pensieri raccolti su dieci release di sicuro interesse. Per i più oziosi, abbiamo collocato Aphex Twin all’inizio dell’articolo, in modo da non perdere tempo nello scrollare verso il basso ed eventualmente passare oltre. Per tutti gli altri, la roba più rilevante viene dopo…

 

Aphex Twin – T69 Collapse. Siamo fortunati, con questa nuova uscita stiamo ufficialmente vivendo una nuova epoca di quello che da molti viene considerato il numero uno dell’elettronica di tutti i tempi. Dopo l’inaspettato ritorno con Syro, Cheetah EP, le varie uscite più o meno segrete e il ritorno sulla scena in giro per mezza Europa, quando parliamo di Aphex Twin non possiamo certo più parlare di un artista scomparso. Resta però il fatto che i tempi degli album rivoluzionari non sono mai sembrati così lontani. Dei regali elencati sopra le cose migliori che il nostro amato (amatissimo) Richard sembra essere stato in grado di riportarci sono decisamente le emozioni dal vivo, delle quali ricordiamo l’indelebile adrenalina e la surreale euforia della ormai leggendaria performance al Field Day di Londra 2017. Per quanto riguarda il lavoro in studio, invece, il fuoriclasse irlandese purtroppo sembra sempre più incapace di svincolarsi da una scena che è riuscito a plasmare e a formare in larga parte, legata alla prima IDM, facendo capo a un certo modo di concepire il suono e la musica che oggi si è fatto molto più astratto e distaccato sia nella forma che nella sostanza. Troppe cose sono cambiate dai tempi di Drukqs (2001), specialmente in un genere che si muove a velocità supersoniche, in cui un anno vale come cinque anni di altre scene. Ci sono stati troppi lavori equivalenti a una rivoluzione copernicana nel mezzo, troppi Cosmogramma, troppi Untrue, troppi R Plus Seven perché questo tipo di musica non suoni troppo, troppo, prevedibile ormai, nonostante i breakdown strabilianti, le strutture genialmente fuori di testa e il talento cristallino ancora alla luce di tutti. Scomparire per tutto quel tempo evidentemente ti ha fatto perdere qualche colpo Richard, il che è più che naturale, e anzi sarebbe stata una cosa fuori da ogni logica del cosmo e dell’universo se tu fossi stato in grado di regalarci una nuova era della musica elettronica incentrata sul tuo nome nel 2018, ma sai com’è, noi fan siamo sempre pronti ad aspettarci di tutto da te. 65/100 Thomas Borgogni.


Aïsha Devi – DNA Feelings. Con DNA Feelings è impossibile parlare di cosa si sia provato a comunicare, di quale sia il concept, di cosa voglia esprimere Aïsha Devi. È tutto immerso in un alone di mistero e impalpabilità, e questo non offre appigli neanche durante i momenti più concreti. Oddio, “concreti” è un parolone. La sensazione che ho provato per praticamente tutto il disco è la stessa che mi capita di provare in alcune installazioni di arte moderna, quelle più sensoriali: sei in uno spazio vuoto e grandissimo, e tutto è pensato per non far altro che evidenziare la grandezza sterminata di questo spazio. Poi vengono introdotti dei suoni, degli elementi percettivi, che non capisci a pieno (a me l’arte moderna fa sempre questo effetto), ma afferri, sai dove vogliono andare a parare, capisci a cosa richiamano. Elementi di concretezza, appunto; una frase, una voce, una litania, un beat o quasi. È così che è strutturato DNA Feelings. Lunghe, algide note di synth che vanno a delineare la base, enorme e fredda, su cui si vanno ad inserire elementi che teoricamente dovrebbero rimandare alla musica da club, ma che poi di fatto sono così molecolarizzati da risultare irriconoscibili o provocatori. Senti formarsi una melodia, ti fai l’illusione che potrebbe trasformarsi in una canzone, e poi dopo 5 secondi questa melodia scompare nello stesso nulla da cui è venuta (prendete “Inner State of Alchemy” come esempio principe. Dovrebbe essere una canzone da club, ma come si fa a ballarla?). Tuttavia queste suggestioni si capisce che vogliano rimandare a qualcosa, a un concetto, a delle sensazioni che tutti noi riconosciamo, soprattutto se cerchiamo di prendere in considerazione i pochi testi comprensibili e i titoli di canzoni e disco. Ma è come se la loro inafferrabilità da una parte e la mancanza di chiarezza anche quando sono comprensibili dall’altra creino una sensazione quasi di presa in giro, come se i concetti profondamente spirituali che vengono espressi in pezzi come “Time (Tool)” e “Time Is the Illusion of Solidity” siano espressi in maniera così astratta e insieme ammiccante da colpirti e insieme farti capire che sono state scritte proprio con questo intento. Mi rendo conto che in questa recensione si parla pochissimo del disco, ma d’altra parte l’avete ascoltato? Come si fa a parlare di DNA Feelings? 81/100 Edoardo Ardito.


 

Eartheater – IRISIRI. Non è sempre facile etichettare il genere musicale di una release e la maggior parte delle volte il principale discrimine sono i canoni che decidiamo di prendere in considerazione quando ci mettiamo all’ascolto. Nel caso di IRISIRI potremmo quasi parlare di un LP folk pop molto astratto e sperimentale e quindi includerlo nella grande famiglia del rock ma guardando alla sostanza pare più che giusto incasellarlo sotto l’etichetta “electro”. Un album fatto al computer, che nonostante molti elementi puramente strumentali suona immediatamente elaborato su un DAW (digital audio workstation) che guarda caso esce per la PAN, etichetta che si conferma ancora una volta il massimo dell’avanguardia. Esoterismo e mistero a palate a partire dalla copertina, ma non è questo ad affascinarci principalmente, sono proprio le canzoni a funzionare e a conquistare la nostra piena attenzione. Tutte le tracce girano su strutture fuori di testa, sample improbabili e passaggi a dir poco bislacchi eppure ogni cosa ha il suo senso e motivo di esistere. La nostra Eartheater evidentemente ha un concept così chiaro in testa che nonostante alcuni momenti estremamente barocchi riesce con naturalezza a dominare tutti gli elementi a sua disposizione. Un taglia e cuci preciso e netto di suoni di chitarra, voci indemoniate e percussioni industrial: non una cosa da tutti. Detto ciò,13 tracce per 40 minuti di sperimentazione possono sembrare una sfida tosta da affrontare, specialmente nell’epoca degli ascolti usa e getta ma vi assicuriamo che non è così, anzi, è più probabile che questo autunno vi troverete a voler rimettere il disco da capo più volte senza neanche accorgervene. 76/100 Thomas Borgogni.


Gas – Rausch. Povero Wolfgang Voigt, ti abbiamo colpevolmente snobbato qui su DYR. Per rimediare, provo a riassumere in meno di 300 parole l’impatto di una leggenda della techno che dopo 17 anni di viaggio extradimensionale, è tornata a riproporci le sue visioni in HD. Dopo l’acerbo esordio, due album di ottimo livello, l’essenziale Pop e l’incredibile ritorno dell’anno scorso con Narkopop, il sesto lavoro dell’artista tedesco tenta di compiere dei passi in avanti e di smuovere i binari di un percorso creativo rigidissimo (difficoltà che il suo diretto discendente The Field conosce bene). Fedeli diari di psichedeliche passeggiate nella natura incontaminata dei boschi, le opere di Gas si sono sempre contraddistinte per i beat primitivi, ancestrali e i synth a volte eterei e sublimi, a volte attori di terrificanti incubi (classici effetti dell’LSD). Rausch non è diverso da ciò, con la mastodontica cassa che annulla tutto col suo incedere inesorabile dal secondo atto in poi, ma un tenore sinistro pervade l’album fin dal primo secondo: questo è decisamente un bad trip. I rami intricati e le foglie ostruiscono la vista, finché al quarto pezzo scopriamo l’intruso: gas velenosi e complessi industriali che mantengono in vita ingranaggi infernali, che vanno a disturbare il ritmo e il paesaggio naturale di Rausch nelle ultime tre parti. In una probabile metafora di tempi tesi e incerti, la lotta fra le drammatiche note e i drone apocalittici prosegue fino all’ultimo istante, senza una risoluzione. Eh no Wolfgang, così non è giusto: sei appena tornato e già fai il difficile? Adesso vogliamo sapere come va a finire. 80/100 Manuel Dal Fara.


Lotic – Power. Un disco su cui avremmo sperato di perdere tanto tempo, un lavoro che abbiamo aspettato per anni dopo il grandissimo EP che era Heterocetera, sopratutto dopo la pompatissima campagna pubblicitaria a dir poco insolita in questo campo, e invece ci troviamo davanti ad un’amara delusione, inutile girarci tanto intorno. In tre anni pochissime novità a livello sonoro, qualche poco convincente azzardo in più per quanto riguarda le strutture e l’inserimento di alcune voci quasi mai all’altezza di portare avanti il discorso da protagoniste come abbiamo visto fare ad altri interpreti del genere (primo tra tutti Arca con il suo ultimo album). Un ascolto, due ascolti, tre ascolti, non resta molto se non il dispiacere di trovarsi davanti ad un grandissimo talento che evidentemente si è perso più per i party di Berlino che in studio in questi anni di latitanza, speriamo che ritrovi presto la sua strada. Per tutti gli interessati ribadiamo l’invito a fare un passo indietro nella sua discografia, troverete tante belle chicche dark, sperimentali, coinvolgenti e dal grandissimo carattere, tutte cose che sembrano diluite o perse in questa uscita. 60/100 Thomas Borgogni.


Ursula Bogner – Recordings 1969 – 1988 (2018 Remaster). Qui si parla agli appassionati di kosmische ed elektronische musik di matrice teutonica. La Faitiche, per celebrare il suo decennale, ripubblica questa raccolta di bozzetti sonori della ricercatrice farmaceutica originaria di Dortmund, morta nel 1994, che in fin dei conti si può annoverare tra le grandi menti dell’elettronica tedesca. La sua è una storica che sarebbe giusto recuperare e conoscere, e postare almeno in Inglese su Wikipedia. Recordings 1969 – 1988 è un’uscita importante l’etichetta di Jan Jelinek, che di fatto nacque proprio per pubblicare questo documento storico, e include quattro nuove tracce che precedentemente erano state pubblicate solo in un singolo 7 pollici. La ripetitività dei loop e dei plop, la natura sintetica di certi suoni che ti viene naturale inquadrare in una precisa fase della musica elettronica, le brevi esplorazioni di spettri dello stesso range, ti fa sentire come all’interno di una navicella spaziale in orbita nello spazio, in cui tutto è ovattato e rallentato, come in 2001 Odissea nello Spazio di Kubrick ed epigoni. Si tratta di elementi sonori che funzionerebbero alla grande come base audio di un documentario sullo spazio della BBC o di qualche altra testata professionistica, e che chi ama possedere titoli diversi da quelli comunemente riconosciuti nella propria discoteca, dovrebbe davvero considerare di acquistare in questa nuova edizione rimasterizzata. Questa è una storia vera. 85/100 Daniele Sassi.


Toxe – Blinks. La reginetta dell’underground si reinventa nella forma e nello stile restando fedele alla linea di fondo che la caratterizza da sempre con un nuovo EP tanto conciso quanto denso. Synth estroversi e in primo piano panneggiano melodie raffinate ed orecchiabili come da copione ma i suoni non sono più quelli graffianti a cui ci ha piacevolmente abituati. Tutto si è fatto più chiaro e nitido rispetto al passato, sempre tanti reverberi e delay ma le scelte sono tutte in nome di un ascolto più cristallino. La ragazza rimane un mostro anche per quanto riguarda le ritmiche e dimostra ancora una volta tutto il suo talento nel tessere sempre l’abito perfetto per ogni occasione con batterie in grado di legare i momenti più disparati delle sue tracce in modo magistrale. Sono le percussioni il vero cuore di queste tracce. Dove le melodie restano relativamente statiche le sue ritmiche riescono sempre a trascinarci in momenti ora più introspettivi, ora più concitati più o meno dolcemente. La violenza generale degli esordi si è fatta sbiadita e ci mostra una Toxe più quieta, introspettiva e pacata ma ci va benissimo anche in questa veste. Il suo Muscle Memory del 2015 rimane una mezza pietra miliare del genere e difficilmente queste quattro tracce possono reggere il confronto con quella che probabilmente rimarrà per sempre la punta di diamante della sua discografia, ma staremo a vedere cosa ci serberà in futuro. 76/100 Thomas Borgogni.


Skee Mask – Compro. Per quanto abbiamo avuto modo di capire, questo progetto di Bryan Müller parte sempre da una base di batteria e breakbeat che si auto-ambienta in spazi sonori che si assestano facilmente sulle modalità di certa techno ormai vintage. Per il nuovo LP intitolato Compro (in Italiano non suona molto bene), l’autore si sposta ancor più su coordinate IDM, recuperando anche parte del gusto melodico dell’esperienza SCNTST. In “Muk FM” si respira aria di casa Autechre, mentre in “Via Sub Mid” ci si muove agili e techno sopra una base che sa tanto di Selected Ambient Works. Insomma, per la serie “bentornati anni Novanta”. Ci piacciono anche di più “Flyby VFR” e soprattutto “Soundboy Ext.”, con il loro spettro sci-fi e il drumkit che rimanda alle lezioni jungle di fine millennio, senza tuttavia risultare datate. In generale è un long playing che funziona soprattutto quando Müller lascia che siano le trame ambient a dettare l’umore, permettendo di immaginare scenari eterei, glitch e postmoderni, nonché di memorizzare le melodie portanti. Edito da Ilian Tape, Compro è un lavoro che piacerà soprattutto a chi si è smarcato dal rock tradizionale in tempi non sospetti, e ha già ricordi profondi e sentimenti ormai ben elaborati rispetto alle prime esperienze di ascolto di musica elettronica. Chi è partito con le prime uscite di Aphex Twin, Autechre e LFO, non potrà non godere di questo disco di Skee Mask. 80/100 Daniele Sassi.


Prime Minister of Doom – Mudshadow Propaganda. Se di Nothing 2 Loose di DJ Healer è facile innamorarsi al primo colpo, più gelido è l’impatto con l’alter-ego Prime Minister Of Doom, progetto dedicato a una techno minimale che pur non nascendo già vecchia, nemmeno brilla in ingegno e dettagli sonori di corredo. Tutto suona preciso, matematico, fin troppo quadrato e privo di spunti di riflessione anche per chi campa di cose simili. Mudshadow Propaganda è da considerare a tutti gli effetti come seguito del lavoro a nome Prince of Denmark, ed è probabilmente per questo che gli appassionati del producer hanno puntato i loro risparmi su di esso, tanto da renderlo presto fuori commercio, se non a prezzi esageratissimi su Discogs. Poco male perché il disco da non perdere è Nothing 2 Loose, che pur non essendo perfettino né nel concetto né nell’esecuzione, ha certamente un cuore, cosa che forse il Ministro in parola ha congelato anzitempo (non serve e non basta la voce soul che canta il refrain campionato di “Deep in Your Heart” a farci cambiare idea). Parliamo al nostro pubblico e dal nostro punto di vista forse non più comodo e grandangolare come un tempo, ma per quanto ci riguarda, i voti e i giudizi rintracciabili in Rete per questo LP sono fin troppo generosi. Per noi è una sufficienza che sa di bocciatura. 60/100 Daniele Sassi


Rival Consoles – Persona. Spulciando l’infinita lista di produttori house e techno, devo ammettere che Ryan Lee West, alias Rival Consoles, me l’ero perso. E ora, alla faccia mia, si gode il suo momento di popolarità col suo ultimo album Persona. Non che io abbia qualcosa contro la disarmante sovrabbondanza di artisti nel genere, ma che io ricordi i periodi d’oro della dark techno e della deep house erano ben altri e comunque, in caso volessi dei banger usa e getta senza pretese particolari, spesso mi basta mettere su Clark che almeno mi fa ridere. Forse è questo che mi ha attirato di Persona, l’evidente amore per le percussioni e le lavorazioni dei beat che lega i due artisti, ma a differenza del musicista della Warp e i suoi intenti ironici e psichedelici, Rival Consoles è più serio, ordinato, a modo: ogni boom, kick e hi-hat al suo posto, al servizio di ritmi scorrevoli ed atmosfere sobrie. Un Clark in giacca e cravatta, insomma. L’opener “Unfolding” si dispiega gradualmente come un’orchestra e la title track rivela l’ambientazione cupa e astratta con impeccabile eleganza e pulizia sonora. E a proposito di titoli, per chi se lo stesse chiedendo il nome dell’album è una citazione del capolavoro di Ingmar Bergman, il che di conseguenza ci fa immediatamente capire il perché della presenza di intermezzi ambient e della scarsa presenza di luce: quando si va in profondità nella psiche umana, il viaggio è solitario e un po’ oscuro. Il video della meravigliosa “Untravel” ne è una testimonianza diretta. 78/100 Manuel Dal Fara.

 

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