Se si considerano tutte le uscite registrate a nome Avey Tare, ma proprio tutte, comprese le collaborazioni, a partire da Spirit They’re Gone Spirit They’ve Vanished (2000), Cows on Hourglass Pond risulta essere il settimo long playing in studio per il super-freak di Baltimora. Più ragionevolmente, accludendo il succitato Spirit e il pressoché inascoltabile Danse Manatee al catalogo degli Animal Collective, e dimenticando l’episodio con la ex compagna Kría Brekkan dei múm datato 2007, ci sentiamo di contare quattro dischi ascrivibili al solo David Michael Portner, in arte Avey Tare.
Per quanto ci riguarda, il suo primo vero sforzo solistico è stato infatti Down There (2010), ovvero la sofferta collezione di brani che ha seguito il successo planetario – nel mondo indie, s’intende – di Merriweather Post Pavilion. Solitamente gli AC ti fanno pensare a qualcosa di luminoso, colorato, psichedelico, quello invece era un album dark e profondissimo, a tutt’oggi incompreso dai più, probabilmente perché arrivato troppo presto, mentre ancora si stava decifrando la luce di quello che ad oggi è probabilmente il lavoro più completo degli Animal Collective (e della sua imperdibile appendice Fall Be Kind).
Da quel momento, salvo qualche episodio isolato con la band, il nostro ci è sembrato incapace di ritrovare il fuoco dell’ispirazione che lo aveva animato fino al parto del capolavoro. Invece di esorcizzare il problema, Down There – che però capolavoro non lo è – ha intrappolato Avey in catene da cui ha faticato a liberarsi, sbraitando e sclerando come in preda a una massiccia dose di caffeina. I due dischi solisti in mezzo tra Down There e Cows on Hourglass Pond, come pure buona parte delle cose degli Animal Collective di Centipede Hz e Painting With, non si possono definire riusciti. Anzi, nel caso di Enter the Slasher House e Eucalyptus, siamo su livelli davvero troppo bassi rispetto alle capacità dell’artista.
Si celebra giustamente Panda Bear, autore di un ulteriore ottimo disco solista, ma in questi anni ci si è dimenticati troppo facilmente che nel bene e nel male, gli AC dipendono principalmente da Avey Tare. Quando hanno fatto grandi cose, c’era Avey Tare in forma, anche prima che si svegliasse il talento di Noah Lennox. Prendete Sung Tongs: è quasi tutto merito di Avey. Lo stesso Spirit è un album che nasce dalla sua fantasia.
Composto in una delle città più vivaci e alternative d’America quale è in questo momento Asheville, in Nord Carolina, Cows on Hourglass Pond è stato poi registrato con un Tascam 48, una macchina che incide su nastro reperibile in Rete con meno di 1.500 euro. E vi assicuriamo che se ciò non vi fosse stato detto, non pensereste mai a una registrazione così rischiosamente imperfetta. Perché per questa musica, perlopiù di base acustica, è davvero più che sufficiente avere uno strumento del genere, evidentemente. E in generale, nella poetica e nella storia degli Animal Collective, una mossa simile non è neanche così sconvolgente.
Cows è una collezione molto armonica e in un certo senso contenuta, rispetto agli standard recenti. Meno sofferta, più eterea e basica al contempo. Talmente semplice da essere per lunghi tratti quanto di più accessibile il buon Tare abbia mai pubblicato, e tanto che non è insensato parlare addirittura di pop, almeno per alcuni dei dieci brani (pensiamo a “Remember Mayan” in particolare). Vi si ritrova l’umore dei tempi di Feels (2005), seppure gli anni e la maturità si cominciano a far sentire nei temi e nell’energia della performance musicale. Cows on Hourglass Pond è rilassato – anche quando è scanzonato, come in “K.C. Yours” – e nostalgico al punto che sembra proprio voler riallacciare rapporti e connessioni con l’Avey Tare di quindici anni fa (incredibile che ne siano già passati così tanti). Rende l’immagine di un quarantenne che dopo tanto girovagare, studi e lavori in giro per il paese, avventure, amori, alcuni successi e diversi fallimenti, torna nella casa dove è cresciuto, e nella propria camera rimasta intatta ma un po’ impolverata, prova a ricordare quei sentimenti, senza rinnegare però tutto il percorso di crescita e di esperienza. Non è amarcord, ma ritrovarsi, per tornare a essere se stessi.
Piace davvero tanto già al primo ascolto, anche grazie a una tracklist che si svolge bene ed è in grado di tenerti alto il grado di attenzione con i diversi toni, tempi e battiti dei dieci pezzi che, senza sembrare troppo simili, suonano omogenei e confluiscono l’uno nell’altro in modo naturale.
Cows on Hourglass Pond non è inferiore a Buoys, e questa è davvero una grande notizia.
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