Questa recensione l’abbiamo già scritta in passato, ma con un voto diverso. Più alto. Perché Ode to Joy lo abbiamo già ascoltato più volte negli ultimi anni.
Non servirà a nulla, ma il nostro infinitesimamente piccolo lo vogliamo spendere per ammonire Jeff Tweedy rispetto al percorso che ha intrapreso più o meno da Sukierae in poi, tra progetti solisti, in famiglia, e con il progetto originale, i Wilco.
In tempi in cui le piattaforme streaming e le maggiori testate (vedi Pitchfork, anzi, non vedere che è meglio) sono giunte a considerare “indie” perfino Lana Del Rey, avere l’opportunità di ritrovare un nuovo album dei Wilco ti fa ancora sentire vivo. Purtroppo si tratta di un’eccitazione che non dura a lungo, perché quando sei appena al quarto d’ora di ascolto di Ode to Joy, comprendi di essere dentro a un film già visto di recente, di cui tuttavia ti sei presto dimenticato il titolo. Non un buon segnale di partenza.
Cosa distingue questa uscita dai precedenti WARM, Schmilco, Sukierae? Soltanto il lavoro di Glenn Kotche al drumkit – sfruttato solo parzialmente per le sue abbondanti qualità tecniche e tonali – e il tanto temuto esercizio di Nels Cline, un tempo spauracchio di una deriva sbrodolante, oggi pressoché fondamentale per distinguere un pezzo dall’altro. Già perché Tweedy è ormai ben tranquillo nella sua comfort zone e non sembra intenzionato ad uscirne per equilibrare diversamente il songwriting. Gli altri membri del gruppo, con tutto il rispetto, non ci sembrano più rilevanti nella storia della band di Chicago. Mestieranti buoni per la foto di gruppo da stampare nell’artwork di corredo, e bravi soldatini di accompagnamento durante i generosi tour.
[Tweet “Un po’ sì, ma un po’ no eh caro Jeff.”]
Se è giusto accettare che l’artista non sia più quello obliquo e arrischiante dei suoi anni migliori, che l’età ormai è troppo avanzata per tentare qualcosa di nuovo, e che Jim O’Rourke non sarà più della partita, lo è altrettanto il sentirsi annoiati dal ripetitore automatico di queste uscite così troppo uguali fra di loro. Puoi anche decidere di non evolverti più, ma un disco all’anno (con tanto di relativi video di supporto, così cheesy e uncle-rock che se ne farebbe veramente a meno) su queste identiche coordinate ogni volta è davvero troppo da mandare giù.
Ode to Joy offre almeno due-tre canzoni rilevanti nella discografia dei Wilco o dell’artista in generale? Sembrerebbe proprio di no. Ci sono alcuni motivetti azzeccati, un paio di code strumentali ben studiate – ma anch’esse ormai già sentite – e il bel suono della storica Martin di Jeff. Troppo poco per accontentarsi. Siamo più lenti e goffi di un tempo, ma non siamo ancora così anziani come loro. Per noi i Wilco migliori finiscono con “Art of Almost”, e della recente ondata di dischi, bocce ferme salviamo in pieno solo Star Wars.
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