Recensioni

Diiv – Deceiver

Esistono strutture ritmiche e sonore con le quali nasce una certa confidenza. Con le quali si flirta in un determinato momento della propria vita. E nelle quali, una volta immersi, ci si crogiola perché è come galleggiare nel liquido amniotico. Le hai fatte tue nel periodo decisivo della formazione del gusto adulto e, da quel momento, le conosci e riconosci, ne osservi le sfumature, e nel giudicarle ti senti totalmente a tuo agio. Di questi cliché ci si sente padroni e, automaticamente, si diventa esigenti e intransigenti. È valso per il movimento beat, per l’hard rock, per il punk, per il metal di prima generazione, per un certo pop sintetico e poi per la rinascita delle chitarre elettriche negli anni ‘90 così come può valere oggi per la grande ondata legata – nelle più disparate forme – all’hip-hop, ovvero all’attuale dominio delle timbriche riconducibili alla black music. Non si può dire non possa assolutamente valere, tanto più su queste colonne, per uno dei crossover più amati dai rocker della Generazione X: il lato dreamy del rumorismo-pop, trascinato dal successo a sé stante del movimento grunge, ovvero ciò a cui è stata appiccicata l’etichetta shoegaze. Riassuntamente e superficialmente: melodia, mid o slow tempo, volumi estremi e delay spinto sul mixer, forma canzone. Tutto insieme.

I DIIV di Zachary Cole Smith sono dentro questa scatola qui. E con Deceiver, terzo lavoro sulla lunga distanza e dalla lunga gestazione anche per motivi di ordine personale (e relativo terzo rimpasto in sezione ritmica), il contenitore è ancora più delineato che in passato. Ovviamente è il contenuto a marcare i confini, quindi un certo mood generale del disco, la produzione se vogliamo, le stesse composizioni nonostante siano un po’ sparpagliate le frescure jingle-jangle che facevano la differenza tra sé e gli altri nell’acclamato precedente Is The Is Are. È però la fattura che mette la band di New York (con radici genetiche nel vicino Connecticut) ancora al di sopra della media di un genere che per il resto viene tenuto vivo dalle reunion dei dinosauri e nel segmento più heavy dai Nothing.

Non che in Deceiver manchino episodi più vividi e animati (il primo singolo “Skin Game” oppure “The Spark” che è una canzone che proviene dagli istinti smarriti dei migliori The Pains of Being Pure at Heart), però la scelta generale è quella di un disco nel complesso più solido e più cupo. Due elementi che rischiano di banalizzarlo, perché in termini di shoegaze marziale molto se non tutto è già stato esplorato, perché di fatto quel che manca nel 2019 sarebbe piuttosto la pietra miliare che fa sognare anche alla luce del sole. Ventiquattro ore al giorno, sette giorni alla settimana. Aspetteremo ancora, immaginando che ottimi pezzi di rock contemporaneo quali “Between Tides” e “Blankenship” si possano fondere in qualcosa di definito, nuovo e diverso. Che non conosciamo ancora e che saremo pronti a esaltare come la nuova rinascita delle emozioni chitarra, basso e batteria in 4/4.

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