Recensioni

Tyler, the Creator – Igor

Impossibile negare, anche per il più accanito dei detrattori del genere, che Tyler, The Creator sia stato uno dei nomi cruciali per la musica contemporanea di questo decennio. Fin dalle prime uscite ha sempre mantenuto uno stile unico, e ha tirato dritto per la sua strada senza seguire i trend e le mode. 
Tyler ha seguito solo ed esclusivamente i capricci del suo cervello, disturbato forse, ma geniale.
Si è dimostrato artista nel vero senso della parola, seguendo un percorso non solo musicale, ma curando anche grafiche, video, immagine pubblica.
Tutto impeccabile, certo, ma la musica è musica e deve essere valutata a prescindere dal contorno. Nel caso di Tyler il problema non si pone, perché il livello della sua proposta è obiettivamente altissimo.
Se i primi LP lasciavano un pizzico di amaro in bocca per un motivo o per un altro, col bellissimo Flower Boy il passo in avanti era stato clamoroso, consegnando ai posteri uno dei dischi chiave del decennio tutto.
E con questo Igor, interamente prodotto da egli stesso, il nostro fa un altro movimento in avanti (pur non raggiungendo, a parere di chi scrive, le vette altissime del predecessore).
Sarebbe stato facile seguire una linea che gli aveva garantito il rispetto unanime di tutti, dal pubblico alla critica.
Ed invece Tyler ci consegna un albo diverso, che ripesca l’elettronica grezza e paranoica degli esordi sposandola all’estetica neo-soul di Flower Boy, il tutto farcito da un tappeto di synth funkeggianti che sembrano usciti dagli anni 80.
Anche in questo caso, notiamo la personalità dell’artista: il ripescaggio degli ’80s è stato davvero caratterizzante dell’annata (bastino come esempio Sharon Van Etten o i Boy Harsher), ma il modo in cui tutte queste sonorità ed influenze vengono trattate in questo progetto fa davvero la differenza. I pezzi fluttuano in questo spazio indefinito, tra elettronica, soul e synth funk, restituendoci di volta in volta una fotografia diversa dell’immaginario dell’artista. E così abbiamo dei pezzi più aggressivi (“New Magic Wand”, “What’s Good”) e altri nei quali la componente melodica prende il sopravvento (“Gone Gone/Thank You”, o “Earfquake”, diventata addirittura una hit da classifica negli USA).
Quello che sorprende è anche il modo in cui vengono utilizzate le collaborazioni, quasi sottovoce: ok, Kanye fa benissimo il Kanye in “Puppet”, ma i credits pullulano di nomi altisonanti spesso ridotti a fare le backing vocals (Solange o Pharrel, ad esempio). Questo ci fa capire come tutti gli artisti coinvolti nel progetto Igor si siano piegati semplicemente ai capricci di questo meraviglioso direttore d’orchestra.
Che, con questo album, certifica ancora di più (se mai ce ne fosse ancora bisogno) la sua caratura.

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