La recensione di Every Country’s Sun, nono full length in studio per gli scozzesi Mogwai, comincia dall’ascolto della prima traccia estratta dal nuovo LP dei colleghi Godspeed You! Black Emperor, disponibile in streaming su Bandcamp. Non è la prima e non sarà l’ultima volta che le due band sono messe a confronto diretto, ma il fatto che dopo tanti anni di onorata carriera siano ancora in piazza, e in uscita con i rispettivi nuovi album nello stesso mese del 2017, costringe inevitabilmente a ripercorrere il loro percorso e soprattutto a verificare la tenuta artistica dei loro progetti. Mentre scriviamo, non abbiamo ancora ascoltato per intero Luciferian Towers – questo il titolo del disco dei canadesi – mentre abbiamo già provato, contestualizzato e perfino accantonato quello dei Mogwai.
Every Country’s Sun non convince perché l’abbiamo già sentito chissà quante volte, da parte loro e dei loro epigoni, essendo quanto di più accademico e seduto ci si possa attendere da loro. Ma basta mettersi d’accordo, perché non tutti vogliono ordem e progresso dal rock, altrimenti non ci sarebbe così tanta gente ad aspettare il solito inutile nuovo sforzo dei Foo Fighters, per esempio, anch’esso in uscita in questi giorni. Se serviva del nuovo materiale per avere la scusa per partire in tour, questo LP fa il suo dovere concretamente, e promette una sicura resa live. Se invece anche e soprattutto quando c’è di mezzo il morfema “post” si richiede qualcosa di programmaticamente differente, almeno nel tentativo, allora non ci siamo proprio. Con tutto che i Mogwai hanno almeno tre o quattro dischi irrinunciabili (e li andiamo ad elencare: Young Team, Come On Die Young, Happy Songs for Happy People, e volendo anche la compilation Ten Rapid, di fatto il loro primo vero test su lunga durata), di una versione compressa e ridotta del genere non sappiamo che cosa farcene nel 2017.
Poco cuore e tanto mestiere. Un’aurea mediocritas che si può comunque obliterare, lasciar passare e far finta di apprezzare, perché tanto ormai il loro status permetterebbe loro di continuare a fare dischi del genere per diverso altro tempo senza che i più abbiano qualcosa da obiettare, ma che non può lasciare impassibili gli alternativi sensibili che nel post rock, nel suo momento d’oro, hanno comunque investito energie e ricerca. Il bisogno di rifuggire dagli stilemi più demagogici del pop non può portare, come soluzione, ad altri stilemi preconfezionati, altrimenti è l’annullamento delle ragioni del sottogenere. Sì, nel tempo si sono aggiunti i sintetizzatori, gli organi da cattedrale, i beat elettronici e nuova effettistica, ma tutto sembra confinato alla stessa formula di ormai tanti anni fa. Perché dovremmo soffermarci su un albo del genere, con tutto il ben di dio che sta uscendo in queste ultime settimane? Una chance meglio darla ai GY!BE, che almeno ci provano.
Al di là dei luoghi comuni, pochi generi hanno saputo reinventarsi e andare costantemente al…
Se ci seguite, sapete già quanto apprezziamo l’opera di James Holden. Nella nostra recente classifica…
Si è sempre dedicata una certa attenzione alla creatura di Matt Berninger e soci, vuoi…
Con il suo album più musicale di sempre, il compositore canadese Tim Hecker sceglie di…
SCARING THE HOES accennava già dal titolo intenti più vicini al divertissement che alla volontà…
Radical Romantics è il terzo disco firmato Fever Ray, l'alias con cui Kerin Dreijer Andersson…