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Memorìa: Have a Nice Life – Deathconsciousness

Se pensiamo agli ingredienti che gli Have a Nice Life avevano utilizzato per Deathconsciousness c’è da leccarsi i baffi ancora oggi: post punk, shoegaze, industrial, dark ambient, praticamente tutto ciò che era basato sull’assenza di luce, sul rumore e sulla bassa fedeltà fai-da-te. Ed era anche il 2008, cioè il momento in cui i dischi fondamentali di certi generi stavano finalmente arrivando alle orecchie di tanti che, fino a quel momento, magari avevano ascoltato principalmente rock anni ‘90 e ‘70 pre-punk.

Si era creato un piccolo culto attorno agli Oscuri Signori del Connecticut che, ricordiamo, avevano confezionato tutto in casa (cd da spedire compresi, con frasi personalizzate scritte a mano per rendere unica ogni copia) e avevano esordito con queste esatte parole in caps lock:

THE BAND HAVE A NICE LIFE WOULD LIKE TO ANNOUNCE THAT THEY HAVE RECORDED THE MOST DEPRESSING RECORD IN THE HISTORY OF MUSIC

Con questo si erano accomodati in quello sweet spot da cui riuscivano a colpire l’indie rocker alla ricerca del prodotto più scaruffiano, il darkettone in crisi esistenziale e il post metallaro dal cuore di cioccolato al latte, arruffianandoseli un po’ tutti. Tuttavia certe dichiarazioni rischiavano di far passare il loro doppio album per un pretenzioso polpettone nero come la pece. Che fosse tutto fumo e niente arrosto? Confesso di essermi presto schierato dalla parte dei detrattori e oggi i motivi di quella scelta mi sono più chiari di allora. Andiamo al sodo: mi ero sbagliato.

Avevo sempre guardato con sospetto gli atteggiamenti troppo alternativi giudicandoli per lo più come una posa e non una necessità, e Deathconsciousness trasudava voglia di distinguersi per forza. Tra un gran pezzo e l’altro, minuti e minuti di nulla per allungare il brodo e poter mettere un segno di spunta sulla voce “Fare un disco doppio” della lista “Fingersi Fighi”. Peggio ancora, questo modo di fare era accompagnato dalla pretesa di aver prodotto “il disco più deprimente della storia della musica” e questo volevo essere io a stabilirlo. Ma la goccia che aveva fatto traboccare il vaso era questa: erano supportati da chi i My Bloody Valentine non li aveva ancora ascoltati bene o neanche li conosceva. “The Big Gloom” sì, “Loomer” no? Sacrileghi. Eresiarchi. No. Roba da prendere Lost in Translation e usarlo come si fa con le croci contro i vampiri. E poi, Conqueror (Jesu, 2007) lo avevate ascoltato?

Tuttavia una ragione un po’ più seria c’era, perché nonostante tutto avrei abbracciato volentieri cotanta oscurità se solo i pezzi mi fossero piaciuti veramente. Il problema reale era che la promessa di “A Quick One…” e “Bloodhail” non veniva apparentemente mantenuta, con l’entusiasmo iniziale che veniva subito smorzato dalla noiosissima coppia “The Big Gloom” / “Hunter” dopo la quale nulla più presentava attrattive. In questo senso Deathconsciousness poteva davvero essere il disco più deprimente di sempre. Tutto nasceva, in sostanza, dal senso di frustrazione derivante da aspettative altissime che non erano state soddisfatte.

Oggi non mi faccio più rovinare le esperienze di ascolto in questo modo (o almeno mi piace credere che sia così) e ho ritenuto opportuno ripescare Deathconsciousness per ripulirlo da tutta quella negatività fuori luogo, ché quella che si porta dentro è già più che sufficiente. La notizia è che non sono riuscito a trovare un pezzo veramente brutto o fuori posto. All’epoca giudicavo la tracklist completamente sbilanciata a favore di The Future, il secondo disco, mentre i fan più accaniti difendevano col loro (nero) sangue la netta superiorità della prima parte, The Plow That Broke the Plains. La chiave doveva per forza essere lì, e infatti era così.

Playlist alla mano, ho deciso di mettere un segno di spunta vicino ai pezzi validi. Se a un primo riascolto avevo marcato come memorabili soltanto quelli più ritmati che già mi avevano colpito, alla seconda passata ho trovato il senso delle sezioni più atmosferiche, quelle “noiose”. In casi come questo l’onda della noia e quella dello stordimento passivo viaggiano insieme, e basta un attimo per passare dall’essere disturbati a sentirsi addirittura compresi e rassicurati. Le vibrazioni degli Have a Nice Life sono in grado di isolarti dai problemi.

La verità è che l’hype è una brutta bestia. Quando tutti osannano qualcosa e tu non sei sintonizzato sulla stessa frequenza resti inevitabilmente deluso, e a quel punto il tuo giudizio risulta compromesso. Nel caso migliore finirai comunque per sfruttare la rete di sicurezza del “sì, ma”, e in fondo neanche questo caso fa eccezione. Alcune delle loro trovate restano forzate e un po’ esagerate, hanno la tendenza a voler dire più del necessario e questo resta il loro difetto più evidente.

Eppure so che ormai di questo disco non potrò più fare a meno.

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