Attirati dalle ottime recensioni, anche italiane, che ne stanno tirando la volata, ci siamo fatti passare il promo del debutto su lunga durata dei Black Foxxes, trio di Exeter, nel Devon, inserito nel circuito Universal dalla Spinfarm Records.
L’album è intitolato I’m Not Well e offre undici canzoni rock che se non lo sapessi, tutto diresti tranne che possano provenire dal Regno Unito, tanto spingono forte con distorsioni ed effettistiche. L’interpretazione vocale di Mark Holley, elemento distintivo del suono finale della band ed eventuale primo punto discriminante fra chi apprezzerà e chi rimarrà freddino, rimanda più al cantato di formazioni emo core americane che a idoli pop britannici andati in scena negli ultimi vent’anni. In poche parole, un disco di rock elettrico, viscerale e da sparare così alto con l’impianto hi-fi, era davvero tanto tempo che non si sentiva nella terra d’Albione. Potremmo citare Amplifier e Oceansize, d’accordo, ma qui come accennato siamo su coordinate e accordature differenti, come intenti più vicine a musica indie e rough rock anni Novanta, sebbene la registrazione sia in realtà curata al minimo dettaglio, e rischiosamente vicina a quella di un prodotto dei Foo Fighters.
Il risultato è obiettivamente buono (soprattutto nella sua prima metà, I’m Not Well scorre via piuttosto fluido), e in un panorama desolante come quello attuale, soprattutto privo di novità degne di interesse e in grado di tenere a bada la stucchevolezza dello spirito revival che è sempre dietro l’angolo, è chiaro che riesce a destare chi cerca musica rock non ibridata ad altre correnti e sonorità. Le distorsioni e i filtri vocali fanno o dovrebbero fare il resto.
[Tweet “Black Foxxes: sano rock britannico, promosso con riserva. “]
Allargando il discorso al resto dell’annata, dovutamente visti i numerosi feedback positivi raccolti da questa prima uscita su LP dei Black Foxxes, la nostra posizione è un po’ più defilata e certo meno entusiasta di altre, sebbene in termini assoluti potremmo dirci vicini alla qualità raggiunta da Car Seat Headrest e DIIV coi loro recenti album millesimati 2016, ovvero i migliori episodi che il rock ha proposto quest’anno. I Black Foxxes sono bravi e hanno energia da vendere, ma il piatto ci pare mancare di un contorno che lo accompagni, ovvero di momenti diversi che ne spezzino un po’ il ritmo e soprattutto il volume, tanto che i brani che ci hanno convinti di più sono i due semi-lenti “River” e “Pines”, che pure non rinunciano a deformarsi per costruire altri strati di muro sonoro. Manca dunque un po’ di varietà di materia sonora, per il resto il talento pare esserci, la tecnica pure. Col secondo sforzo potrebbe andare meglio.
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