Per chi scrive, The Sacrificial Code è stata la colonna sonora del primo lockdown, ovvero quello dell’incognita sulla sopravvivenza,
Quell’organo che trasmetteva sensazioni simili a quelle per le immagini del video di Untitled #1 dei Sigur Rós, mi ha fatto scoprire e seguire l’artista Kali Malone, e ho fortemente voluto inserire quel disco nella TOP 100 di fine decennio, anche se all’epoca sembrava un po’ una forzatura, o una fascinazione del momento.
La scorsa estate è arrivata una mini-opera, Living Torch, che offriva uno altro sviluppo possibile – sebbene decisamente meno inquietante – della sua poetica che solitamente quelli che ne sanno, entro i nostri confini, includono nella categoria “altri suoni”. Un lavoro diritto al punto, che tuttavia non lasciava intravedere spunti di particolare ingegno: qualcosa che nonostante la sua riuscita, se non fosse stato pubblicato dall’autrice di The Sacrificial Code, ai più sarebbe passato inosservato.
Does Spring Hide Its Joy è invece una composizione dedicata al pubblico del drone, sia questo di matrice elettronica (Ben Frost il riferimento) o più chitarristica (Sunn o))) e Khanate su tutti). L’amicizia e la stima di Stephen O’Malley portano la nostra Kali su un percorso già tracciato, e quindi meno personale rispetto alle precedenti uscite. Il limite di questo traspare sin dai primi ascolti di questa suite che sa tanto di sfondo un’installazione d’arte plastica. Manca la sensazione di unicità che invece lo studio di organo di The Sacrificial Code, pure con tutte le sue dissonanze un po’ stranianti, riusciva a creare.
Ci prova più il violoncello elettrificato di Lucy Railton che la chitarra di O’Malley – in realtà raramente altrettanto pulita nella sua storia – a riportare la magia della composizione originale, che da comunicato stampa nasce e viene sviluppata a Berlino nella primavera del 2020, in due teatri rimasti chiusi per via del periodo di lockdown, che certo con tutte le sue limitazioni, immobilità e silenzi ha ispirato la creazione di Does Spring Hide Its Joy. Il titolo d’altronde sembra un interrogativo all’epoca del tutto comprensibile.
Il punteggio in centesimi è comunque medio-alto secondo gli standard di DYR, perché in ogni caso stiamo parlando di una produzione di sincera qualità. Inoltre da parte sua, il trio riesce a fondersi e confondere l’ascoltatore in ciascuna delle tre versioni dell’opera. Diviene infatti complicato distinguere chi sta suonando (probabilmente tutti e tre allo stesso tempo), e seguire il flusso sonoro dal primo all’ultimo minuto. Ciò è di fatto una conseguenza della stasi e dell’incertezza del periodo delle restrizioni della pandemia, e un motivo per tornarci più volte, senza quindi pretendere che Does Spring Hide Its Joy possa essere assorbito con la velocità di Living Torch.
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