Quando il 31 maggio è uscito Humility, il primo singolo da The Now Now, in molti hanno avuto un presentimento. Sarà vedere 2D con gli occhi bianchi (bianchi…) che pattina su una spiaggia californiana; sarà il mood del pezzo che fa subito pensare agli episodi sereni (tipo 19-2000) del self-titled uscito diciotto anni fa; sarà il titolo della canzone, sarà che “If you’re coming back to find me / You’d better have good aim”. Per alcuni sarà anche Jack Black (de gustibus?), anche se poi la chitarra, nel pezzo, la suona George Benson. Ma non c’è molto da stupirsi: “Hollywood is alright / Hollywood is fragrant. / Jealousy has gone far / It makes you kill the vibe”. Parole sante, 2D. Parole sante.
Verrebbe spontaneo partire da qualcos’altro (non dai testi) per parlare di questo disco: magari il fatto che Murdoc, ancora in prigione per contrabbando, è stato temporaneamente rimpiazzato da Ace, un personaggio delle Superchicche (sì, quelle, il cartone animato trasmesso su Cartoon Network all’inizio
Però potremmo anche fare i precisoni (un po’ è il nostro lavoro), e far notare che – come The Fall nell’era Plastic Beach – The Now Now è stato concepito durante il tour di Humanz, e proprio per questo è molto meno affollato di collaborazioni esterne, risultando spoglio, narrativo, oscuro – molto ma molto più vicino al mood dell’Albarn solista. La differenza, rispetto al fratello The Fall che si narra sia stato concepito in gran parte sull’iPad del nostro, è che The Now Now si nutre profondamente dell’attitudine di live-playing della band odierna, che Damon ha voluto mantenere produttiva e in azione, cavalcando l’onda del successo riscosso l’anno scorso – a fronte di un album che, poi, non è certo stato il grande capolavoro delle scimmie animate. Senza stare a parlarne troppo mi sento di dire che in Humanz c’erano cose belle, sì, e pure cose inutili. Ma il pubblico anche lì godette forte, e fu un pubblico in parte nuovo, giovane, acerbo… se quel processo musicale di creazione e diffusione fosse stato interrotto avremmo assistito ad un altro iato, altri due, quattro, chissà quanti anni prima di un nuovo disco dei Gorillaz. E invece… now now, proprio subito subito.
Murdoc non ne sarà contento – una volta affermò che Damon Albarn e i suoi non sono altro che una falsa tribute-band, mandata sulla terra da Satana per rovinare la carriera della SUA creatura – ma gli uomini di banalissima carne che si spacciano odiernamente per i Gorillaz hanno fatto un piccolo miracolo. Online c’è il live di presentazione del 24 giugno, in diretta da Tokyo, completo, potete andarvelo a vedere. Ma la vera perla, la vera ciliegia ghiacciata dell’estate se la son goduta i saggi che hanno comprato il biglietto per il concerto di Lucca il 12 Luglio, in Piazza Napoleone. Parlarne mi riesce quasi difficile, ma vi lascio immaginare che effetto possa fare ricevere con continui supporti video, una dopo l’altra – e solo per dire le più eclatanti: Last Living Souls, Rhinestone Eyes, Tomorrow Comes Today, On Melancholy Hill, El Mañana, Strobelite, Stylo, Dirty Harry, Feel Good Inc., Kids With Guns e (alla fine, col cuore già dilaniato) Clint Eastwood. Il tutto mentre sul palco si alternavano Peven Everett,
Ma sapete perché The Now Now è un gran disco? Se cancellassimo tutto quello che ho scritto finora, se non sapessimo niente dei Blur, dei Gorillaz e della loro storia immaginaria, o della storia vera di Damon Albarn; se anche lui e gli altri non avessero fatto un concerto pazzesco Lucca, o in tutta la vicenda non ci fosse di mezzo la risonanza mediatica di nomucoli come Jamie Principle e Snoop Dog – insomma: in un’ipotetica situazione di grado-zero (quella poi di un adolescente che muove i primi passi nel mondo della musica alternativa), alla pura e vergine prova dell’ascolto, The Now Now vince. Conquista, abbraccia, accetta (“Where the beautiful people at?”), quindi conduce, emoziona, e senza risultare mai stucchevole tranne che forse sulla stranissima Idaho… ma son dettagli: è un disco fresco, a tratti imprevedibile, eclettico nel modulare insieme componenti acustiche ed electro; ma anche trasportante, coerente e più omogeneo di altri dischi dei Gorillaz; estivo ma tristissimo, rinfrescante come un drink ghiacciato ma che ti spacca la testa con tre sorsi. E poi bisogna dirlo, fuor di metafora, che qui c’abbiamo un Damon Albarn (o un 2D) davvero emozionante, che cantando ci racconta una disillusione onirica e affilatissima. Insomma niente. È lui. Lo possiamo mettere sugli scudi, tatuarcelo sul braccio sinistro, farci i santini: uno dei pochi che tiene il passo di artisti come Thom Yorke e Sufjan Stevens, estremamente prolifico ma con un livello medio delle produzioni altissimo – e con in mezzo, quando la ruota gira bene, autentici capolavori come questo disco.
La scommessa è che resterà, e la puntata è sicura. Che poi, dai Gorillaz del 2018, nemmeno te l’aspettavi. Quindi pace, fate play: c’è solo da godere. Ci si vede nella classifica di fine anno, quando ormai l’avremo imparato a memoria.
Immagini scattate a Lucca da Daniele Farinelli
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