Serie TV
Re: Serie TV
vista, ma permangono le mie perplessità...
sì, la settima sarà l'ultima...però già da 3 stagioni circa il livello è sceso, secondo me...mentre le prime due-tre rimangono belle, molto anche...
prima che arrivi qualcuno a fare paragoni è ovvio(e almeno io ho sempre detto) che è un prodotto molto diverso da un BB e compagnia...più caciarone e leggero, meno curato e profondo, più da intrattenimento "semplice", un pò ingorante, ma lo è sempre stato.
sì, la settima sarà l'ultima...però già da 3 stagioni circa il livello è sceso, secondo me...mentre le prime due-tre rimangono belle, molto anche...
prima che arrivi qualcuno a fare paragoni è ovvio(e almeno io ho sempre detto) che è un prodotto molto diverso da un BB e compagnia...più caciarone e leggero, meno curato e profondo, più da intrattenimento "semplice", un pò ingorante, ma lo è sempre stato.
- Azrael1793
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Re: Serie TV
ovvio ovvio..madsun wrote:vista, ma permangono le mie perplessità...
prima che arrivi qualcuno a fare paragoni è ovvio(e almeno io ho sempre detto) che è un prodotto molto diverso da un BB e compagnia...più caciarone e leggero, meno curato e profondo, più da intrattenimento "semplice", un pò ingorante, ma lo è sempre stato.
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So reiniziati li zombi, stasera li vedo, ma il finale dell'ultima stagione mi ha lasciato veramente perplesso
Re: Serie TV
Chiedo delucidazioni visto che sono abbastanza inesperto sulle serie tv: mi consigliano Lost, è valido? The Walking Dead migliora dopo le prime puntate o semplicemente non fa per me?
- Azrael1793
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Re: Serie TV
Totemto wrote:Chiedo delucidazioni visto che sono abbastanza inesperto sulle serie tv: mi consigliano Lost, è valido? The Walking Dead migliora dopo le prime puntate o semplicemente non fa per me?
lost ha un po' scosso l'industria secondo me, ovvio che non sono un esperto del pre lost, però è stata la prima serie che ho guardato seriamente, addirittura insieme a mio padre e mio fratello piccolo, e ha generato un casino di cloni.
Prima e seconda stagione grandi veramente, terza meno, il resto bruttino ma si fa guardare perchè ti ci affezioni e vuoi vedere il finale. Comunque forse è la serie da iniziare se non ne hai viste altre.
The walking dead è controverso, chi lo odia a prescindere, chi lo ama incondizionatamente. Se te l'hanno spacciata per capolavoro comunque hanno fatto male, è una serie lenta, a volte ridicola, però fatta bene nel complesso. Sicuramente non tra le mie preferite.
Intano la nuova puntata sui morti mi ha lasciato meh come al solito. Specie quando Rick inizia a piangere per un nonnulla.
Homeland forse meglio questa che la stagione precedente per ora.
E gira anche il teaser di misftis, al solito con bella musica sotto (R U mine?)
Re: Serie TV
Di serie conosco Twin Peaks e Breaking Bad, quest'ultima la sto per finire e entrambe mi sono piaciute all'inverosimile. Non mi sono piaciute Twd (come ho già detto) e Game of Thrones (forse anche per la mia difficoltà ultimamente con tutto ciò che riguarda ambientazioni fantasy-medievali).Azrael1793 wrote:lost ha un po' scosso l'industria secondo me, ovvio che non sono un esperto del pre lost, però è stata la prima serie che ho guardato seriamente, addirittura insieme a mio padre e mio fratello piccolo, e ha generato un casino di cloni.Totemto wrote:Chiedo delucidazioni visto che sono abbastanza inesperto sulle serie tv: mi consigliano Lost, è valido? The Walking Dead migliora dopo le prime puntate o semplicemente non fa per me?
Prima e seconda stagione grandi veramente, terza meno, il resto bruttino ma si fa guardare perchè ti ci affezioni e vuoi vedere il finale. Comunque forse è la serie da iniziare se non ne hai viste altre.
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Re: Serie TV
Di certo non metterti a guardare The walking dead, e' spazzatura.
"Signori, voi mi potete dire a casa vostra ciò che vi piace"
Re: Serie TV
niente che non abbiamo già detto http://doyourealize.it/panopticon/serietv-for-life.html
prova House of Cards totemto. Quella è oggettivamente intoccabile. Non esistono i gusti in quel caso.
prova House of Cards totemto. Quella è oggettivamente intoccabile. Non esistono i gusti in quel caso.
Re: Serie TV
Su La Repubblica di oggi era riportato un estratto da un'intervista a Vince Gilligan, il creatore di Breaking Bad. E' tratta da Serial Writers, raccolta di interviste ad autori di serie tv edita da Link - Idee per la televisione, in libreria da oggi. Che sia interessante? Tra gli altri anche

Da X-Files a Breaking Bad, Vince Gilligan brucia le anime dei suoi protagonisti sotto il sole di deserti alieni e alienanti. Sceneggiatore, produttore e regista, figura compiuta di showrunner, insegna che una serie eccellente è il risultato del funambolismo di chi, come lui, assolve pragmaticamente tutte le funzioni. Breaking Bad (in Italia visibile su Rai 4 e AXN), nata come riflessione di Gilligan sulla crisi di mezz’età, danza sul filo della recessione economica americana. Eppure il suo scopo non è illustrare la discesa all’inferno di un uomo che prima di morire vuole regalare un futuro dignitoso alla sua famiglia, ma vincere una sfida: trasformare il protagonista da eroe a villain senza perdere spettatori lungo la strada lastricata delle cattive azioni di Walter White, insegnante di chimica riciclatosi cuoco e spacciatore di metanfetamine. [...]
Signor Gilligan, lei ha esordito nella sceneggiatura cinematografica e poi è passato a quella televisiva.
«Sì, sono cresciuto in un paesino della Virginia e fin dall’età di dieci anni desideravo fare cinema. Sono finito a fare televisione e ci sono arrivato nel modo più felice: dopo il college [...] ho partecipato a un concorso per sceneggiatori in Virginia. C’erano 30-40 concorrenti in tutto e ho vinto. Uno dei giudici era Mark Johnson, produttore, tra gli altri, di Rain Man. L’uomo della pioggia, a cui piacque molto il mio modo di scrivere e che divenne il mio mentore. Fu lui a suggerirmi di proporre qualche soggetto per la serie X-Files, di cui ero già un fan, e della quale sono poi diventato sceneggiatore e produttore. Tutto quello che so oggi di questo lavoro lo devo ai sei anni passati a X-Files accanto a Chris Carter: scrivere script per il cinema e farlo per la televisione sono cose molto diverse, impari a lottare con deadline risicate e in qualità di produttore devi lavorare affinché la storia sceneggiata diventi quella concepita sotto ogni aspetto, sei un po’ l’avvocato che ne perora la causa. Breaking Bad esiste grazie a X-Files, e anche la sua struttura narrativa in cinque atti e l’importanza data all’aspetto visivo discendono da lì. Infatti Carter dava – ed era tra i pochi, vent’anni fa – più rilevanza all’aspetto visivo che alla narrazione. Mostrare più che raccontare: negli anni Novanta era un concetto radicale. La tv non offre molto tempo per le riprese e ci si concentra sulla storia, ma io ho fatto tesoro di questa filosofia e l’ho applicata a Breaking Bad. Sono orgoglioso quando per quattro-cinque pagine di copione non ci sono dialoghi fitti eppure si racconta comunque qualcosa ».
Com’è nata Breaking Bad?
«Qualche anno fa mi ha contattato un collega dei tempi del college che aveva lavorato con me a X-Files e mi ha detto, scherzando, che dovevamo metterci a fabbricare droga in un camper e smerciarla. In quel momento è nata l’idea del personaggio di Walter e di una serie incentrata sulla peggior crisi di mezz’età – io stesso mi trovavo alla soglia dei quarant’anni – della storia. Il titolo viene da un modo di dire negli stati del Sud, da dove provengo: Breaking Bad è quello che accade se una sera esci per berti qualcosa ma ti ubriachi, provochi una rissa e finisce che la polizia ti porta via. Un modo di dire che in California nessuno conosceva. E quando proposi questo titolo ai produttori della Sony non lo compresero e volevano cambiarlo».
Come funziona la writer’s room di Breaking Bad?
«Sono fortunato, ho un ottimo staff. Ci riuniamo e discutiamo per ore ponendoci le stesse domande: “Cosa pensa Walt, dove andrà a parare?”. Ci interroghiamo per dieci ore al giorno e poi cerchiamo di costruire mattone dopo mattone ogni episodio. Abbiamo due settimane per pensare una puntata e poi, mentre uno di noi la scrive, passiamo ad arrovellarci sulla successiva. Siamo dei privilegiati, non arriviamo alla fine della stagione con l’acqua alla gola ed esausti come accade a chi scrive per i network. Per intenderci, abbiamo iniziato a pensare alle trame della quarta stagione a giugno e a girare nel gennaio successivo, quindi abbiamo avuto sei mesi per portarci avanti. Avevamo già otto episodi pianificati e tre-quattro completamente scritti, e mentre mi accingevo a scrivere la tredicesima puntata stavano girando la nona ».
Ci parli della genesi del protagonista.
«L’ho chiamato Walter White perché mi piaceva l’allitterazione di nome e cognome, e successivamente mi sono inventato svariati motivi totalmente pretestuosi per questo nome – per esempio che White evocherebbe il fatto che il bianco è il colore del lutto in Asia. Ho scelto di farne un insegnante perché sia mia madre sia la mia fidanzata lo sono, è una categoria maltrattata e che apprezzo. Mi intrigava che Walt spacciasse metanfetamine non per il fatto in sé, piuttosto perché mi attraeva che un cittadino ligio diventasse un criminale per scelta. La “meth” è il mezzo per guadagnare soldi, Walt avrebbe anche potuto mettersi a stampare soldi falsi, un metodo altrettanto illegale, ma serviva qualcosa che fosse deplorevole, che facesse soffrire e morire la gente. Le metanfetamine distruggono vite. Per farle bisogna cucinarle e conoscere la formula, e quindi un insegnante di chimica mi sembrava l’ideale».
Fino a dove voleva far arrivare il suo protagonista?
«Non lo sapevo, non credevo che Walt sarebbe diventato oscuro fino a questo punto. Non è cattivo di per sé, non era questa l’intenzione: Breaking Bad è lo studio di un personaggio che non è piacevole, ma è interessante; il pubblico deve arrivare a considerarlo un cattivo, ma ogni spettatore deve arrivarci in tempi diversi. È un gioco pericoloso perché può far perdere ascolto, ma il concept originale della serie aveva l’obiettivo di osare. Con il trascorrere delle stagioni Walt è diventato sempre meno amabile, mentre i comprimari come Jesse e Hank hanno conquistato sempre più i favori del pubblico».
Può menzionare le sue fonti di ispirazione, oltre al già citato Carter?
«Ho visto più televisione di quanto chiunque della mia età avrebbe dovuto, ma la mia ispirazione per Breaking Bad proviene per lo più dal cinema, dai western di Sergio Leone come C’era una volta il West, un film assolutamente imperdibile, che propongo a tutti i registi che arrivano sul set. E poi mi sono ispirato a Kurosawa, a I sette samurai, a Kubrick e a Il braccio violento della legge, che rividi prima di girare l’episodio pilota e del quale ho adottato lo stile quasi da cinéma verité, così lontano da quello ipercinetico e concitato di oggi. Insomma, provo a rubare ai migliori. Per il resto, cerco, nonostante sia un maniaco del controllo, di lasciar spazio ai registi. Per fortuna loro non posso aggirarmi sul set perché sono bloccato a Burbank nella writer’s room, ma appena finisco raggiungo il New Mexico e dirigo io gli episodi finali. Le mie preferenze vanno alle riprese a mano fisse, alla composizione ampia del quadro e alle focali lunghe. Una volta le televisioni erano piccole e non si poteva infarcire troppo l’inquadratura, mentre oggi gli schermi piatti arrivano a 60 pollici, per cui si può osare molto di più».
Oggi come considera Breaking Bad?
«Sto invecchiando e Breaking Bad è la mia riflessione su questo processo – e la morte. Ho già accennato al fatto che per me la serie parla di un uomo che ha la crisi di mezz’età peggiore della storia, ma va aggiunto che poi scopre che la sua vita non è a metà, bensì alla fine, e questo cambia tutto. Gente più in gamba di me come Michael Mann ha detto che per giudicare non gli serve sapere di cosa parla una serie o un film, le sue ragioni o la sua morale, vuole conoscere la storia per decidere. Allo stesso modo, anche il pubblico può giudicare da solo guardando Breaking Bad».
LORENZA NEGRI[/spoiler]
[spoiler]Vince GilliganAaron Sorkin
Oltre al film The Social Network, è autore di fortunate serie tv come The West Wing e The Newsroom
Matthew Weiner
Autore e regista tv, è creatore della celebre serie Mad Men, oltre che autore dei Soprano
David Benioff
Scrittore e produttore, suo è il libro-film La 25esima ora, ed è co-creatore della serie tv Game of Thrones

Da X-Files a Breaking Bad, Vince Gilligan brucia le anime dei suoi protagonisti sotto il sole di deserti alieni e alienanti. Sceneggiatore, produttore e regista, figura compiuta di showrunner, insegna che una serie eccellente è il risultato del funambolismo di chi, come lui, assolve pragmaticamente tutte le funzioni. Breaking Bad (in Italia visibile su Rai 4 e AXN), nata come riflessione di Gilligan sulla crisi di mezz’età, danza sul filo della recessione economica americana. Eppure il suo scopo non è illustrare la discesa all’inferno di un uomo che prima di morire vuole regalare un futuro dignitoso alla sua famiglia, ma vincere una sfida: trasformare il protagonista da eroe a villain senza perdere spettatori lungo la strada lastricata delle cattive azioni di Walter White, insegnante di chimica riciclatosi cuoco e spacciatore di metanfetamine. [...]
Signor Gilligan, lei ha esordito nella sceneggiatura cinematografica e poi è passato a quella televisiva.
«Sì, sono cresciuto in un paesino della Virginia e fin dall’età di dieci anni desideravo fare cinema. Sono finito a fare televisione e ci sono arrivato nel modo più felice: dopo il college [...] ho partecipato a un concorso per sceneggiatori in Virginia. C’erano 30-40 concorrenti in tutto e ho vinto. Uno dei giudici era Mark Johnson, produttore, tra gli altri, di Rain Man. L’uomo della pioggia, a cui piacque molto il mio modo di scrivere e che divenne il mio mentore. Fu lui a suggerirmi di proporre qualche soggetto per la serie X-Files, di cui ero già un fan, e della quale sono poi diventato sceneggiatore e produttore. Tutto quello che so oggi di questo lavoro lo devo ai sei anni passati a X-Files accanto a Chris Carter: scrivere script per il cinema e farlo per la televisione sono cose molto diverse, impari a lottare con deadline risicate e in qualità di produttore devi lavorare affinché la storia sceneggiata diventi quella concepita sotto ogni aspetto, sei un po’ l’avvocato che ne perora la causa. Breaking Bad esiste grazie a X-Files, e anche la sua struttura narrativa in cinque atti e l’importanza data all’aspetto visivo discendono da lì. Infatti Carter dava – ed era tra i pochi, vent’anni fa – più rilevanza all’aspetto visivo che alla narrazione. Mostrare più che raccontare: negli anni Novanta era un concetto radicale. La tv non offre molto tempo per le riprese e ci si concentra sulla storia, ma io ho fatto tesoro di questa filosofia e l’ho applicata a Breaking Bad. Sono orgoglioso quando per quattro-cinque pagine di copione non ci sono dialoghi fitti eppure si racconta comunque qualcosa ».
Com’è nata Breaking Bad?
«Qualche anno fa mi ha contattato un collega dei tempi del college che aveva lavorato con me a X-Files e mi ha detto, scherzando, che dovevamo metterci a fabbricare droga in un camper e smerciarla. In quel momento è nata l’idea del personaggio di Walter e di una serie incentrata sulla peggior crisi di mezz’età – io stesso mi trovavo alla soglia dei quarant’anni – della storia. Il titolo viene da un modo di dire negli stati del Sud, da dove provengo: Breaking Bad è quello che accade se una sera esci per berti qualcosa ma ti ubriachi, provochi una rissa e finisce che la polizia ti porta via. Un modo di dire che in California nessuno conosceva. E quando proposi questo titolo ai produttori della Sony non lo compresero e volevano cambiarlo».
Come funziona la writer’s room di Breaking Bad?
«Sono fortunato, ho un ottimo staff. Ci riuniamo e discutiamo per ore ponendoci le stesse domande: “Cosa pensa Walt, dove andrà a parare?”. Ci interroghiamo per dieci ore al giorno e poi cerchiamo di costruire mattone dopo mattone ogni episodio. Abbiamo due settimane per pensare una puntata e poi, mentre uno di noi la scrive, passiamo ad arrovellarci sulla successiva. Siamo dei privilegiati, non arriviamo alla fine della stagione con l’acqua alla gola ed esausti come accade a chi scrive per i network. Per intenderci, abbiamo iniziato a pensare alle trame della quarta stagione a giugno e a girare nel gennaio successivo, quindi abbiamo avuto sei mesi per portarci avanti. Avevamo già otto episodi pianificati e tre-quattro completamente scritti, e mentre mi accingevo a scrivere la tredicesima puntata stavano girando la nona ».
Ci parli della genesi del protagonista.
«L’ho chiamato Walter White perché mi piaceva l’allitterazione di nome e cognome, e successivamente mi sono inventato svariati motivi totalmente pretestuosi per questo nome – per esempio che White evocherebbe il fatto che il bianco è il colore del lutto in Asia. Ho scelto di farne un insegnante perché sia mia madre sia la mia fidanzata lo sono, è una categoria maltrattata e che apprezzo. Mi intrigava che Walt spacciasse metanfetamine non per il fatto in sé, piuttosto perché mi attraeva che un cittadino ligio diventasse un criminale per scelta. La “meth” è il mezzo per guadagnare soldi, Walt avrebbe anche potuto mettersi a stampare soldi falsi, un metodo altrettanto illegale, ma serviva qualcosa che fosse deplorevole, che facesse soffrire e morire la gente. Le metanfetamine distruggono vite. Per farle bisogna cucinarle e conoscere la formula, e quindi un insegnante di chimica mi sembrava l’ideale».
Fino a dove voleva far arrivare il suo protagonista?
«Non lo sapevo, non credevo che Walt sarebbe diventato oscuro fino a questo punto. Non è cattivo di per sé, non era questa l’intenzione: Breaking Bad è lo studio di un personaggio che non è piacevole, ma è interessante; il pubblico deve arrivare a considerarlo un cattivo, ma ogni spettatore deve arrivarci in tempi diversi. È un gioco pericoloso perché può far perdere ascolto, ma il concept originale della serie aveva l’obiettivo di osare. Con il trascorrere delle stagioni Walt è diventato sempre meno amabile, mentre i comprimari come Jesse e Hank hanno conquistato sempre più i favori del pubblico».
Può menzionare le sue fonti di ispirazione, oltre al già citato Carter?
«Ho visto più televisione di quanto chiunque della mia età avrebbe dovuto, ma la mia ispirazione per Breaking Bad proviene per lo più dal cinema, dai western di Sergio Leone come C’era una volta il West, un film assolutamente imperdibile, che propongo a tutti i registi che arrivano sul set. E poi mi sono ispirato a Kurosawa, a I sette samurai, a Kubrick e a Il braccio violento della legge, che rividi prima di girare l’episodio pilota e del quale ho adottato lo stile quasi da cinéma verité, così lontano da quello ipercinetico e concitato di oggi. Insomma, provo a rubare ai migliori. Per il resto, cerco, nonostante sia un maniaco del controllo, di lasciar spazio ai registi. Per fortuna loro non posso aggirarmi sul set perché sono bloccato a Burbank nella writer’s room, ma appena finisco raggiungo il New Mexico e dirigo io gli episodi finali. Le mie preferenze vanno alle riprese a mano fisse, alla composizione ampia del quadro e alle focali lunghe. Una volta le televisioni erano piccole e non si poteva infarcire troppo l’inquadratura, mentre oggi gli schermi piatti arrivano a 60 pollici, per cui si può osare molto di più».
Oggi come considera Breaking Bad?
«Sto invecchiando e Breaking Bad è la mia riflessione su questo processo – e la morte. Ho già accennato al fatto che per me la serie parla di un uomo che ha la crisi di mezz’età peggiore della storia, ma va aggiunto che poi scopre che la sua vita non è a metà, bensì alla fine, e questo cambia tutto. Gente più in gamba di me come Michael Mann ha detto che per giudicare non gli serve sapere di cosa parla una serie o un film, le sue ragioni o la sua morale, vuole conoscere la storia per decidere. Allo stesso modo, anche il pubblico può giudicare da solo guardando Breaking Bad».
LORENZA NEGRI[/spoiler]
Re: Serie TV
Sto alla 3a puntata di The Blacklist.
Serie non molto impegnativa ma buona se si cerca azione alla The Bourne Identity
Serie non molto impegnativa ma buona se si cerca azione alla The Bourne Identity
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