Dubstep, UK Garage e derivati
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oppholdsvaer
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Re: Dubstep, UK Garage e derivati
domanda generale.
conoscete raccoglitori di dj set validi e aggiornati, gratis e con scaletta che riguardano i nomi in ballo in questo thread.
ad esempio, a parte il magnifico fabric, non mai sentito un mix di ramadanman. non ho mai sentito untold, nè 2562.
avete link da suggerire? perchè ascoltando ben ufo ho imparato alcuni trick interessanti, vorrei capire come interpretano la cosa anche i suddetti e altri..
conoscete raccoglitori di dj set validi e aggiornati, gratis e con scaletta che riguardano i nomi in ballo in questo thread.
ad esempio, a parte il magnifico fabric, non mai sentito un mix di ramadanman. non ho mai sentito untold, nè 2562.
avete link da suggerire? perchè ascoltando ben ufo ho imparato alcuni trick interessanti, vorrei capire come interpretano la cosa anche i suddetti e altri..
La scena canadese caga in testa a tutte le altre.
Re: Dubstep, UK Garage e derivati
ma se intendi per l'ascolto, su souncloud solitamente trovi dj set a badilate, o ancor meglio su mixcloud.oppholdsvaer wrote:domanda generale.
conoscete raccoglitori di dj set validi e aggiornati, gratis e con scaletta che riguardano i nomi in ballo in questo thread.
ad esempio, a parte il magnifico fabric, non mai sentito un mix di ramadanman. non ho mai sentito untold, nè 2562.
avete link da suggerire? perchè ascoltando ben ufo ho imparato alcuni trick interessanti, vorrei capire come interpretano la cosa anche i suddetti e altri..
riguardo ai trick non so a cosa ti riferisci invece.
- absent friend
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Re: Dubstep, UK Garage e derivati
Non è questo il punto, è normale. C'è che se ascoltandolo ho avuto l'impressione che la cassa dritta non funziona e leggendo una sua intervista c'è lui che dice di essere incompetente per quanto riguarda suddetta cassa, la mia opinione assume un certo fondamento.Quindi non mi scandalizzo se usa il sequencer, non mi "invecchia" se usa certe soluzioni (esempio contrario: Heligoland), e non mettiamolo in croce perché "tanto tempo fa aveva detto che...". La gente cambia idea sulle cose che fa, è normale.
- absent friend
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Re: Dubstep, UK Garage e derivati
intanto RA gli da 4.5
Re: Dubstep, UK Garage e derivati
Mi scuso in anticipo per la prolissità. Non c'è difetto peggiore. Whatever.
Mi inserisco (di sicuro sgraditamente) nel forum da grande appassionato e per nulla esperto del genere (per inciso, la condizione d’esperto in ogni contesto artistico la trovo una buffonata nel migliore dei casi, pura arroganza nel peggiore. La considerazione quasi auto-consolatoria di Pilgrim che si autodefinisce ascoltatore “quasi ingenuo perché ascolto la metà di quello che ascoltate voi dal punto di vista dell'elettronica” la trovo il peggior esempio di un (certamente innocente, ci mancherebbe) complesso di inferiorità nei confronti dei cosidetti ‘esperti’. Ma per favore. La musica, e l’arte in genere, non è certo fatta per gli smanettoni. E ciò non vuol dire certo che sia populistica. Ma allo stesso tempo apprezzare la grandezza di un pezzo è un esperienza che va decisamente oltre il possedere o meno un pedigree. Qui non si tratta di giudicare se una dichiarazione dei redditi sia corretta, o un sintomo corrisponda a tale malattia. Questa non è scienza, è arte, e se perdiamo di vista sta cosa, allora ben venga il governo dei tecnici dell’arte)
In ogni caso, dal mio umile punto d’osservazione, noto una serie di ossessioni, o meglio, di dogmatismi che mi sembrano impedire un’articolazione propria del pensiero critico. PRIMO, il voto. 87 si, no, forse. 82. 73. Dai facciamo 78. No, no, 60. 65. Non c’è niente di male a dar voti, nè a contestarli (anzi, è divertente eccome). Ma ridurre un pezzo al voto (implicita conseguenza dell’ossessione votante) è ridicolo. Peggio, è un blocca-pensiero, un mental (b)lock. SECONDO, l’inevitabile sabbia mobile dell’attesa. Burial, ma anche Radiohead e pochi altri, ci consegnano inescappabilmente ad un aporia ad ogni loro apparizione (o meglio, ad ogni apparizione da quando sono giustamente idolatrati come geni del genere). L’attesa del necessario capolavoro. Il che implica l’adorazione fomentata dell’ottimista che abbandona ogni giudizio di valore per lanciarsi in lodi sperticate alla gloria di Burial. Oppure l’amara delusione dell’appassionato che si sente tradito da quella che, at best, vede come un’occasione mancata di tacere e, at worst, una mera operazione commerciale che sfruttando l’aspettativa di cui sopra ripropone la solita minestra riscaldata. In entrambi i casi, a muoversi nella sabbia mobile dell’aspettativa non si può che finir sommersi. TERZO, il concetto d’innovazione. Che un autore si innovi, chiaro, è legittima ed anche giustificata pretesa. Cos’è innovarsi tuttavia? E’ produrre ‘suoni innovativi’, come qualcuno suggeriva? Non necessariamente, grazie al cielo.
Mi sembra che il triplice dogma di cui sopra si basi su una triplice riduzione. 1: L’opera è ridotta ad una mera valutazione statistica, con cui inoltre si collega immediatamente ad altre opere dello stesso artista, così da creare un appiattimento dogmatico delle stesse, come se la differenza tra due canzoni stia solo nell’essere più o meno altre nell’immaginaria classifica che vi abbiamo superimposto. 2: L’opera è ridotta ad una reazione sul passato: sarà all’altezza, andrà oltre, deluderà? Con buona pace della singolarità dell’opera stessa. 3: l’opera è ridotta ad un mero discorso d’innovazione – cosa c’è di nuovo? – che però soffre dei pre-concetti sull’innovazione di cui sopra.
Credo che in questo triplice peccato stia, molto semplicemente, tutto il problema di un mercato commodificato in cui la creazione è ridotta a merce, e dunque standardizzata, quantificata, comparata. Chi si sognerebbe di paragonare un Matisse e un De Chirico riguardo ad una fantomatica classifica? Questa è comunque un’altra storia. Obiezioni di merito possono esser poste, anche accettabili senza dubbio. Prendetela come una traccia per riflettere riguardo alla critica musicale, non solo come professione ma come atteggiamento, ed a cosa fa per l’arte che si propone di criticare.
Ora, per me un’opera non può essere riducibile a tali standardizzate pigrizie mentali. Un pezzo musicale è un atto di creazione in cui il pensiero traccia un ponte con un fuori, con un milieu, semplicemente, con uno spazio e le sue relazionalità. Vuol dire che non possiamo criticare? Non sia mai. Però facciamolo riguardo a dove ci porta, o meno, un pezzo. Cioè, a dove ci porta fuori di sè. Se la critica si riduce alla semplice costatazione autoreferenziale del pezzo in sè, entro la discografia di un cantante o le caratteristiche d’un genere. Beh. Che qualcuno ci salvi. [Fatemi anche notare che citare interviste passate per poi mostrare come l’autore abbiama cambiato attitudine lo trovo già ridicola come pratica (abusata) in caso di politici – come se cambiare idea, o sperimentare, fosse delitto, come se l’ottusità del muso fosse qualità e lo scarto della farfalla becera coerenza -, ma nel caso degli artisti fa semplicemente ridere i polli. Sbellicare. O volete criticare Picasso che diventa cubista perchè da giovane faceva ritratti classici e parlava al massimo di periodi blu? Ma dai...]
Detto ciò, a mio parere Kindred è eccezionale. Certo, lungi da me porlo al livello di Untrue. Ess, infatti, in un certo senso, va oltre. Si lo so. Bum. Risate. Vediamo un pò.
Va oltre non certo nella mera logica classificatoria (nel senso di classifica, ma anche in un certo senso di classificazione). Dal punto di vista della riduzione di un’opera di creazione ad un mero 1-100 di valutazione, beh, Untrue sta ovviamente sopra. Però qual’è la forza dei tre pezzi di Kindred, da ascoltare per me rigorosamente insieme?
Deleuze diceva che giudicare libri come oggetti fine a se stessi, così da compararli tra loro e dissezionarli, è lavoro da imbecilli. Un libro è una proliferazione di relazioni. Un libro crea nel senso di creare problemi a cui non offre cero risposte, ma in base ai quali produce linee di fuga che vale la pena, o meno, di seguire. Se ci porta da qualche parte, se lo fa ad una certa velocità, se sprigiona certe affettività, allora il libro, il pezzo, vale. Altrimenti è muffa. Noi spesso analizziamo la musica come analizziamo una colonna greca al British Museum o un quadro di Manet al Louvre. Analizziamo i pezzi come se fossero pezzi in un museo, astratti dal resto, separati dalla loro potenza di creare. Così facendo perdiamo di vista sia la connessione di tali opere con la storia spazio-temporale in cui sono creati. Sia la generazione di nuove connessioni che essi creano, entro il loro contesto, ed oltre, in un tempo a-storico in cui producono nuove direzioni. Creazione e contestualizzazione sono la stessa cosa, sono una connessione tra pensiero e un oltre, un fuori.
Ciò che Kindred fa è tessere una relazione nuova (questa è l’innovazione, non la semplice e semplicistica introduzione d’un ‘suono innovativo’) tra il trend del momento (dub step), la città dove nasce (Londra), la nostalgia d’un passato passato (la cultura rave). E lo fa in modo tale da mostrare che tale passato non è affatto passato, che l’esperienza collettiva rave della Londra anni 90 si è traslata nella caotica I-Pod-ed experience della Londra anni 10. E lo suggerisce attraverso la musica. Non si tratta di ‘burialismi attaccati male’, ‘ricicli’ o altre amenità. Per favore. Ma non riuscite a vedere oltre? Credere che i pezzi siano ‘attaccati’, o se per questo ‘staccati’, in tal modo senza una precisa volontà a riguardo? Solo per stimolare semplici sensazioni d’ascolto superficiale? Da un produttore serio e creativo come Burial, il minimo è chiedersi il perchè di tale scelta.
La mia risposta è che si tratta di connessioni create tra un genere musicale, una città e una multi-generazione di ascoltatori. L’articolo su Quietus, citato sopra, si avvicina a questa idea. I suoni rauchi e sporchi delle produzioni precedenti hanno finalmente trovato la loro collocazione nel rumore di fondo della città. La musica si è esposta e fusa col tran-tran cittadino al punto che non c’è più il comfort di una registrazione continua da studio. Quando si deve entrare in tube, scendere dal bus, togliere le cuffie per sentire cosa ci stanno chiedendo, beh, anche la musica deve fermarsi, qualsiasi direzione, qualsiasi linea di fuga stesse inseguendo. Al tempo stesso la disconnessione, la non-coincidenza, la non-sequenzialità non può più semplicemente essere manifatturata in studio. Fuori, nell’aperto, si sottostà al tempo stesso alle pause inaspettate ed alla regolarità estrema dei tecno-ritmi cittadini. Accidentalità e Routinarietà si intersecano, ed intersecano i suoni di Burial, i suoi suoni, ovvio, non ‘riciclati’, piuttosto finalmente portati fuori, esposti e connessi alla città che ne è il terreno dove son stati coltivati.
Questa è musica contemporanea, musica che rispecchia il suo tempo socio-musicale (temporanea) ma al tempo, posizionatanon ‘dentro’ il suo tempo, ma in un certo senso a fianco (con-temporanea), tale tempo spinge oltre. Musica che tra la chiusura dello studio e il manierismo del ‘suono della strada’ riprodotto in studio, sceglie di portare radicalmente i pezzi fuori, di farli deambulare per Londra, pezzi liberi, finalmente impersonali, staccati da un autore e da una discografia, e tuttavia ad esso, ad essa connessi, puntando tuttavia oltre, per chi li voglia seguire.
Non per vantarmi (non credo ci sia nulla da vantarsi nel vivere a Londra, anzi), ma solo per nota finale, suggerirei a chiunque di spararsi Kindred in cuffia e muoversi per Londra poco dopo l’ora di punta, tra gli autobus, la tube e i lunghi intervalli di rapido camminare. It works. It works.
Mi inserisco (di sicuro sgraditamente) nel forum da grande appassionato e per nulla esperto del genere (per inciso, la condizione d’esperto in ogni contesto artistico la trovo una buffonata nel migliore dei casi, pura arroganza nel peggiore. La considerazione quasi auto-consolatoria di Pilgrim che si autodefinisce ascoltatore “quasi ingenuo perché ascolto la metà di quello che ascoltate voi dal punto di vista dell'elettronica” la trovo il peggior esempio di un (certamente innocente, ci mancherebbe) complesso di inferiorità nei confronti dei cosidetti ‘esperti’. Ma per favore. La musica, e l’arte in genere, non è certo fatta per gli smanettoni. E ciò non vuol dire certo che sia populistica. Ma allo stesso tempo apprezzare la grandezza di un pezzo è un esperienza che va decisamente oltre il possedere o meno un pedigree. Qui non si tratta di giudicare se una dichiarazione dei redditi sia corretta, o un sintomo corrisponda a tale malattia. Questa non è scienza, è arte, e se perdiamo di vista sta cosa, allora ben venga il governo dei tecnici dell’arte)
In ogni caso, dal mio umile punto d’osservazione, noto una serie di ossessioni, o meglio, di dogmatismi che mi sembrano impedire un’articolazione propria del pensiero critico. PRIMO, il voto. 87 si, no, forse. 82. 73. Dai facciamo 78. No, no, 60. 65. Non c’è niente di male a dar voti, nè a contestarli (anzi, è divertente eccome). Ma ridurre un pezzo al voto (implicita conseguenza dell’ossessione votante) è ridicolo. Peggio, è un blocca-pensiero, un mental (b)lock. SECONDO, l’inevitabile sabbia mobile dell’attesa. Burial, ma anche Radiohead e pochi altri, ci consegnano inescappabilmente ad un aporia ad ogni loro apparizione (o meglio, ad ogni apparizione da quando sono giustamente idolatrati come geni del genere). L’attesa del necessario capolavoro. Il che implica l’adorazione fomentata dell’ottimista che abbandona ogni giudizio di valore per lanciarsi in lodi sperticate alla gloria di Burial. Oppure l’amara delusione dell’appassionato che si sente tradito da quella che, at best, vede come un’occasione mancata di tacere e, at worst, una mera operazione commerciale che sfruttando l’aspettativa di cui sopra ripropone la solita minestra riscaldata. In entrambi i casi, a muoversi nella sabbia mobile dell’aspettativa non si può che finir sommersi. TERZO, il concetto d’innovazione. Che un autore si innovi, chiaro, è legittima ed anche giustificata pretesa. Cos’è innovarsi tuttavia? E’ produrre ‘suoni innovativi’, come qualcuno suggeriva? Non necessariamente, grazie al cielo.
Mi sembra che il triplice dogma di cui sopra si basi su una triplice riduzione. 1: L’opera è ridotta ad una mera valutazione statistica, con cui inoltre si collega immediatamente ad altre opere dello stesso artista, così da creare un appiattimento dogmatico delle stesse, come se la differenza tra due canzoni stia solo nell’essere più o meno altre nell’immaginaria classifica che vi abbiamo superimposto. 2: L’opera è ridotta ad una reazione sul passato: sarà all’altezza, andrà oltre, deluderà? Con buona pace della singolarità dell’opera stessa. 3: l’opera è ridotta ad un mero discorso d’innovazione – cosa c’è di nuovo? – che però soffre dei pre-concetti sull’innovazione di cui sopra.
Credo che in questo triplice peccato stia, molto semplicemente, tutto il problema di un mercato commodificato in cui la creazione è ridotta a merce, e dunque standardizzata, quantificata, comparata. Chi si sognerebbe di paragonare un Matisse e un De Chirico riguardo ad una fantomatica classifica? Questa è comunque un’altra storia. Obiezioni di merito possono esser poste, anche accettabili senza dubbio. Prendetela come una traccia per riflettere riguardo alla critica musicale, non solo come professione ma come atteggiamento, ed a cosa fa per l’arte che si propone di criticare.
Ora, per me un’opera non può essere riducibile a tali standardizzate pigrizie mentali. Un pezzo musicale è un atto di creazione in cui il pensiero traccia un ponte con un fuori, con un milieu, semplicemente, con uno spazio e le sue relazionalità. Vuol dire che non possiamo criticare? Non sia mai. Però facciamolo riguardo a dove ci porta, o meno, un pezzo. Cioè, a dove ci porta fuori di sè. Se la critica si riduce alla semplice costatazione autoreferenziale del pezzo in sè, entro la discografia di un cantante o le caratteristiche d’un genere. Beh. Che qualcuno ci salvi. [Fatemi anche notare che citare interviste passate per poi mostrare come l’autore abbiama cambiato attitudine lo trovo già ridicola come pratica (abusata) in caso di politici – come se cambiare idea, o sperimentare, fosse delitto, come se l’ottusità del muso fosse qualità e lo scarto della farfalla becera coerenza -, ma nel caso degli artisti fa semplicemente ridere i polli. Sbellicare. O volete criticare Picasso che diventa cubista perchè da giovane faceva ritratti classici e parlava al massimo di periodi blu? Ma dai...]
Detto ciò, a mio parere Kindred è eccezionale. Certo, lungi da me porlo al livello di Untrue. Ess, infatti, in un certo senso, va oltre. Si lo so. Bum. Risate. Vediamo un pò.
Va oltre non certo nella mera logica classificatoria (nel senso di classifica, ma anche in un certo senso di classificazione). Dal punto di vista della riduzione di un’opera di creazione ad un mero 1-100 di valutazione, beh, Untrue sta ovviamente sopra. Però qual’è la forza dei tre pezzi di Kindred, da ascoltare per me rigorosamente insieme?
Deleuze diceva che giudicare libri come oggetti fine a se stessi, così da compararli tra loro e dissezionarli, è lavoro da imbecilli. Un libro è una proliferazione di relazioni. Un libro crea nel senso di creare problemi a cui non offre cero risposte, ma in base ai quali produce linee di fuga che vale la pena, o meno, di seguire. Se ci porta da qualche parte, se lo fa ad una certa velocità, se sprigiona certe affettività, allora il libro, il pezzo, vale. Altrimenti è muffa. Noi spesso analizziamo la musica come analizziamo una colonna greca al British Museum o un quadro di Manet al Louvre. Analizziamo i pezzi come se fossero pezzi in un museo, astratti dal resto, separati dalla loro potenza di creare. Così facendo perdiamo di vista sia la connessione di tali opere con la storia spazio-temporale in cui sono creati. Sia la generazione di nuove connessioni che essi creano, entro il loro contesto, ed oltre, in un tempo a-storico in cui producono nuove direzioni. Creazione e contestualizzazione sono la stessa cosa, sono una connessione tra pensiero e un oltre, un fuori.
Ciò che Kindred fa è tessere una relazione nuova (questa è l’innovazione, non la semplice e semplicistica introduzione d’un ‘suono innovativo’) tra il trend del momento (dub step), la città dove nasce (Londra), la nostalgia d’un passato passato (la cultura rave). E lo fa in modo tale da mostrare che tale passato non è affatto passato, che l’esperienza collettiva rave della Londra anni 90 si è traslata nella caotica I-Pod-ed experience della Londra anni 10. E lo suggerisce attraverso la musica. Non si tratta di ‘burialismi attaccati male’, ‘ricicli’ o altre amenità. Per favore. Ma non riuscite a vedere oltre? Credere che i pezzi siano ‘attaccati’, o se per questo ‘staccati’, in tal modo senza una precisa volontà a riguardo? Solo per stimolare semplici sensazioni d’ascolto superficiale? Da un produttore serio e creativo come Burial, il minimo è chiedersi il perchè di tale scelta.
La mia risposta è che si tratta di connessioni create tra un genere musicale, una città e una multi-generazione di ascoltatori. L’articolo su Quietus, citato sopra, si avvicina a questa idea. I suoni rauchi e sporchi delle produzioni precedenti hanno finalmente trovato la loro collocazione nel rumore di fondo della città. La musica si è esposta e fusa col tran-tran cittadino al punto che non c’è più il comfort di una registrazione continua da studio. Quando si deve entrare in tube, scendere dal bus, togliere le cuffie per sentire cosa ci stanno chiedendo, beh, anche la musica deve fermarsi, qualsiasi direzione, qualsiasi linea di fuga stesse inseguendo. Al tempo stesso la disconnessione, la non-coincidenza, la non-sequenzialità non può più semplicemente essere manifatturata in studio. Fuori, nell’aperto, si sottostà al tempo stesso alle pause inaspettate ed alla regolarità estrema dei tecno-ritmi cittadini. Accidentalità e Routinarietà si intersecano, ed intersecano i suoni di Burial, i suoi suoni, ovvio, non ‘riciclati’, piuttosto finalmente portati fuori, esposti e connessi alla città che ne è il terreno dove son stati coltivati.
Questa è musica contemporanea, musica che rispecchia il suo tempo socio-musicale (temporanea) ma al tempo, posizionatanon ‘dentro’ il suo tempo, ma in un certo senso a fianco (con-temporanea), tale tempo spinge oltre. Musica che tra la chiusura dello studio e il manierismo del ‘suono della strada’ riprodotto in studio, sceglie di portare radicalmente i pezzi fuori, di farli deambulare per Londra, pezzi liberi, finalmente impersonali, staccati da un autore e da una discografia, e tuttavia ad esso, ad essa connessi, puntando tuttavia oltre, per chi li voglia seguire.
Non per vantarmi (non credo ci sia nulla da vantarsi nel vivere a Londra, anzi), ma solo per nota finale, suggerirei a chiunque di spararsi Kindred in cuffia e muoversi per Londra poco dopo l’ora di punta, tra gli autobus, la tube e i lunghi intervalli di rapido camminare. It works. It works.
Last edited by psylo on 16 Feb 2012 01:25, edited 1 time in total.
Re: Dubstep, UK Garage e derivati
Certo che trovi un fondamento alla tua impressione, però quello che dico io è che è passato diverso tempo e se ha deciso di tornare sui suoi passi forse non è stato fesso. Probabilmente quando ci aveva provato gli erano venute fuori cose atroci o più verosimilmente molto lontane da quello che avrebbe voluto, ma intanto ci avrà lavorato su. Magari la cassa dritta gli era rimasta lì e ha voluto mettersi alla prova, non possiamo avere la certezza di come siano andate le cose e si sia evoluta la situazione. Però è una lettura anche questa.absent friend wrote:Non è questo il punto, è normale. C'è che se ascoltandolo ho avuto l'impressione che la cassa dritta non funziona e leggendo una sua intervista c'è lui che dice di essere incompetente per quanto riguarda suddetta cassa, la mia opinione assume un certo fondamento.Quindi non mi scandalizzo se usa il sequencer, non mi "invecchia" se usa certe soluzioni (esempio contrario: Heligoland), e non mettiamolo in croce perché "tanto tempo fa aveva detto che...". La gente cambia idea sulle cose che fa, è normale.
RA si avvicina concettualmente a quello che dicevo io, anche se lì giubilano di più
eleganza, innovazione, originalità, profondità le ha già dimostrate, ora può permettersi di fare per un po' lo "spaccone" con sequencer e cassa dritta, in qualche modo anche divertire. Finché non si appiattisce su questo è okay, ci sta.Burial isn't about what's happening right now or what's tipped to be next but about what happened [...] Loving Burial doesn't mean you have to stay utterly current on the UK's every machination or microtrend
(il megapost qua sopra lo leggo domani però)
- :adamasio:
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Re: Dubstep, UK Garage e derivati
Psylo benvenuto, però mai più post così lunghi, perché l'ho letto una volta, ma il prossimo così lungo nemmeno mi ci metto.
Siamo su un forum, adeguati.
/
Detto questo, la tua analisi mi convince abbastanza nella prima parte, quando parli in generale di cosa per te è arte; quando parli di Kindred invece non mi convince per niente.
Per non dire che
La parte finale mi sembra una classica descrizione da catalogo di arte contemporanea da museo svizzero, dove si fantastica con i concetti e si intellettualizza anche ciò che forse sarebbe meglio non intellettualizzare; ma sono opinioni, e come tale l'accetto perché ben articolata.
Rimane che per me è un EP da bocciare.
Siamo su un forum, adeguati.
/
Detto questo, la tua analisi mi convince abbastanza nella prima parte, quando parli in generale di cosa per te è arte; quando parli di Kindred invece non mi convince per niente.
Per non dire che
questa cosa qui ^ non mi sembra una prerogativa (se lo è) di Kindred ma di Burial in generale.Ciò che Kindred fa è tessere una relazione nuova (questa è l’innovazione, non la semplice e semplicistica introduzione d’un ‘suono innovativo’) tra il trend del momento (dub step), la città dove nasce (Londra), la nostalgia d’un passato passato (la cultura rave).
La parte finale mi sembra una classica descrizione da catalogo di arte contemporanea da museo svizzero, dove si fantastica con i concetti e si intellettualizza anche ciò che forse sarebbe meglio non intellettualizzare; ma sono opinioni, e come tale l'accetto perché ben articolata.
Rimane che per me è un EP da bocciare.
Last edited by :adamasio: on 16 Feb 2012 02:10, edited 1 time in total.
"Signori, voi mi potete dire a casa vostra ciò che vi piace"
- absent friend
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Re: Dubstep, UK Garage e derivati
psylo, bel papiro come primo post, benvenuto. Non ho capito com'è che arriva questa filippica. Cioè, te la prendi con delle posizioni che qua nessuno ha.
Tipo:
ha
mai
detto
questo
o anche il triplice dogma: da dove salta fuori? Chi ha scritto una cosa simile? E soprattutto, perché te la prendi tanto? Apprezzo la foga nell'argomentazione, ma prima di schernire o insegnarla (che trovo un po' maleducato) credo tu debba ambientarti un attimo, conoscere le varie posizioni. Mica puoi entrare in un bar e, sentendo solo la parola "Mussolini" uscire da un tavolo affollato, dare dei fascisti a random.
Risponderò domani, comunque, anche se ritengo che tanto papiro potesse essere applicato a qualsiasi altro artista cosiddetto "post dubstep", visto che non trovo nessun particolare inerente a Kindred nella "recensione". Se sostituisci Koreless a Burial vale allo stesso modo. Insomma, ce la stai a spiegà, ma credo sia più la parola che il disco.
Di fatto credo di essere abbastanza d'accordo con te, decades, per lo meno nelle premesse, non nel giudizio.
Peccato poi che il primo risultato della sua spacconaggine non mi piaccia, è questo il problema
Tipo:
nessuno[Fatemi anche notare che citare interviste passate per poi mostrare come l’autore abbiama cambiato attitudine lo trovo già ridicola come pratica (abusata) in caso di politici – come se cambiare idea, o sperimentare, fosse delitto, come se l’ottusità del muso fosse qualità e lo scarto della farfalla becera coerenza -, ma nel caso degli artisti fa semplicemente ridere i polli. Sbellicare. O volete criticare Picasso che diventa cubista perchè da giovane faceva ritratti classici e parlava al massimo di periodi blu? Ma dai...]
ha
mai
detto
questo
o anche il triplice dogma: da dove salta fuori? Chi ha scritto una cosa simile? E soprattutto, perché te la prendi tanto? Apprezzo la foga nell'argomentazione, ma prima di schernire o insegnarla (che trovo un po' maleducato) credo tu debba ambientarti un attimo, conoscere le varie posizioni. Mica puoi entrare in un bar e, sentendo solo la parola "Mussolini" uscire da un tavolo affollato, dare dei fascisti a random.
Risponderò domani, comunque, anche se ritengo che tanto papiro potesse essere applicato a qualsiasi altro artista cosiddetto "post dubstep", visto che non trovo nessun particolare inerente a Kindred nella "recensione". Se sostituisci Koreless a Burial vale allo stesso modo. Insomma, ce la stai a spiegà, ma credo sia più la parola che il disco.
Non lo metto in dubbio. Ma, davvero, non è il punto della mia critica. Il punto è che lo trovo cheap. Quanto emerso dall'intervista è un di più, non la critica stessa.Certo che trovi un fondamento alla tua impressione, però quello che dico io è che è passato diverso tempo e se ha deciso di tornare sui suoi passi forse non è stato fesso. Probabilmente quando ci aveva provato gli erano venute fuori cose atroci o più verosimilmente molto lontane da quello che avrebbe voluto, ma intanto ci avrà lavorato su. Magari la cassa dritta gli era rimasta lì e ha voluto mettersi alla prova, non possiamo avere la certezza di come siano andate le cose e si sia evoluta la situazione. Però è una lettura anche questa.
Di fatto credo di essere abbastanza d'accordo con te, decades, per lo meno nelle premesse, non nel giudizio.
Sono d'accordissimo, lo sottoscrivo.eleganza, innovazione, originalità, profondità le ha già dimostrate, ora può permettersi di fare per un po' lo "spaccone" con sequencer e cassa dritta, in qualche modo anche divertire. Finché non si appiattisce su questo è okay, ci sta.
Peccato poi che il primo risultato della sua spacconaggine non mi piaccia, è questo il problema
Last edited by absent friend on 16 Feb 2012 02:26, edited 2 times in total.
Re: Dubstep, UK Garage e derivati
benvenuto psylo
credo tu debba ambientarti un attimo, conoscere le varie posizioni. Mica puoi entrare in un bar e, sentendo solo la parola "Mussolini" uscire da un tavolo affollato, dare dei fascisti a random.
Re: Dubstep, UK Garage e derivati
ok, è arrivato Andrea. dalle mie parti (e Psylo E' delle mie parti, considerando che condividevamo la stessa classe di liceo...
) si direbbe:
"semo tutti"
la sua spocchia è famosa dalle Piagge a Soho.

"semo tutti"
la sua spocchia è famosa dalle Piagge a Soho.
ma vaffanculo vàpsylo wrote: La considerazione quasi auto-consolatoria di Pilgrim che si autodefinisce ascoltatore “quasi ingenuo perché ascolto la metà di quello che ascoltate voi dal punto di vista dell'elettronica” la trovo il peggior esempio di un (certamente innocente, ci mancherebbe) complesso di inferiorità nei confronti dei cosidetti ‘esperti’.
"Stanco dell'infinitamente piccolo e dell'infinitamente grande,lo scienziato si dedicò all'infinitamente medio."
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