Bristol Masters
Re: Bristol Masters, chi preferite?
A parte qualche pezzo non troppo male (non sarà che sembra così solo in contrasto alla pochezza degli altri brani?) è proprio un album noioso e piatto. Non mi infastidisce, ma ne faccio volentieri a meno.
Re: Bristol Masters, chi preferite?
Così, alla fine è questo il primo disco che ascolti ad aver sopra scritto "2010". Cosa che un po' ti sconcerta, evabbè, ma un po' pensi che non poteva che toccare ai Massive Attack. Che come Forrest Gump, e come il Diavolo di Sympathy for the Devil, c'erano sempre nei passaggi importanti, negli snodi epocali.
Il 1991 fu l'anno in cui comprasti il loro album di esordio Blue Lines, dov'erano accreditati come "Massive" perché c'era la Guerra del Golfo in full effect e la casa discografica molto si preoccupava della nascente reputazione dei ragazzi. E poi giù, lungo il tubo: la breve incidentale associazione con il quarto d’ora sfiatato del trip hop (quand'era invece ovvia la loro appartenenza di diritto alla Storia della musica black tout court), l'illusione anni '90 che iniziava a sgonfiarsi e loro che diventavano sempre più oscuri, i sample (irriconoscibili) da Cure e Velvet Underground, la sempre maggiore lontananza dalla forma canzone, fino all'ultimissimo giro di concerti live e alle scritte lampeggianti: "Verità per Stefano Cucchi" (di cui vi parla Alessio Bertallot tra poche pagine, nella sua rubrica).
Diversa la profondità dei Massive Attack di Heligoland, se confrontata col caleidoscopio che fu ad esempio Unfinished Symphathy. Pure quella, riscritta oggi, sarebbe terrea e marziale come Saturday Comes Slow (interpretata, magistralmente, da Damon Albarn), che arriva quasi alla fine, a qualcuno farà magari pensare a I Talk to the Wind dei King Crimson ed è, per banale che possa essere dirlo, la prima grande canzone in cui imbattersi in questo nuovo decennio. Altrove, a pulsare sono i click & cut da insetti impazziti, su cui soffocate voci di crooner (Guy Garvey degli Elbow, perfetto in Flat of the Blade; Tunde Adebimpe dei Tv on the Radio; Hope Sandoval; il solito padre spirituale Horace Andy che segna il legame col passato, in tutti i sensi) tentano di recuperare un po' d'umanità. Ma è come si fosse spezzato qualcosa, come non si potesse più metterlo insieme. Come l'inverno fosse talmente assoluto e senza ritorno da rendere impossibile anche solo ricordare cos'era quel qualcosa che si è spezzato. Ecco, si comincia. Benvenuti.
Fabio De Luca
★★★★½
tranquilli, è rolling stone italia
Il 1991 fu l'anno in cui comprasti il loro album di esordio Blue Lines, dov'erano accreditati come "Massive" perché c'era la Guerra del Golfo in full effect e la casa discografica molto si preoccupava della nascente reputazione dei ragazzi. E poi giù, lungo il tubo: la breve incidentale associazione con il quarto d’ora sfiatato del trip hop (quand'era invece ovvia la loro appartenenza di diritto alla Storia della musica black tout court), l'illusione anni '90 che iniziava a sgonfiarsi e loro che diventavano sempre più oscuri, i sample (irriconoscibili) da Cure e Velvet Underground, la sempre maggiore lontananza dalla forma canzone, fino all'ultimissimo giro di concerti live e alle scritte lampeggianti: "Verità per Stefano Cucchi" (di cui vi parla Alessio Bertallot tra poche pagine, nella sua rubrica).
Diversa la profondità dei Massive Attack di Heligoland, se confrontata col caleidoscopio che fu ad esempio Unfinished Symphathy. Pure quella, riscritta oggi, sarebbe terrea e marziale come Saturday Comes Slow (interpretata, magistralmente, da Damon Albarn), che arriva quasi alla fine, a qualcuno farà magari pensare a I Talk to the Wind dei King Crimson ed è, per banale che possa essere dirlo, la prima grande canzone in cui imbattersi in questo nuovo decennio. Altrove, a pulsare sono i click & cut da insetti impazziti, su cui soffocate voci di crooner (Guy Garvey degli Elbow, perfetto in Flat of the Blade; Tunde Adebimpe dei Tv on the Radio; Hope Sandoval; il solito padre spirituale Horace Andy che segna il legame col passato, in tutti i sensi) tentano di recuperare un po' d'umanità. Ma è come si fosse spezzato qualcosa, come non si potesse più metterlo insieme. Come l'inverno fosse talmente assoluto e senza ritorno da rendere impossibile anche solo ricordare cos'era quel qualcosa che si è spezzato. Ecco, si comincia. Benvenuti.
Fabio De Luca
★★★★½
tranquilli, è rolling stone italia
Re: Bristol Masters, chi preferite?
Preoccupante il 4/5 del Mucchio e il 7 di Rumore.
Esce un nuovo EP dei Massive Attack a maggio
SpoilerShow
Tristezza più che altro, che non si abbia coraggio di andare contro le frange radicate....
Re: Bristol Masters, chi preferite?
il mucchio 4/5?
mm....Rumore va beh,per i grandi nomi ha i 7 politico ormai.
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"Stanco dell'infinitamente piccolo e dell'infinitamente grande,lo scienziato si dedicò all'infinitamente medio."
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Re: Bristol Masters, chi preferite?
E' davvero un peccato e mi stupisce che ci sono ancora magazine italiani che non hanno coraggio di dire le cose come stanno per non scontentare la clientela fan appassionata
la critica italiana non naviga in ottime acque, oppure c'è il gusto dell'uRendo in giro 
she sells sea shells on the sea shore the sea shells she sells are sea shells i'm sure!
Re: Bristol Masters, chi preferite?
Anche ondarock li promuove.
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Re: Bristol Masters, chi preferite?
Io comunque risentendoli (con un bitrate accettabile) qualche pezzo buono ce lo trovo. Al 6 forse c'arriva.
Ondarock ha ragione a dire che è molto disomogeneo, purtroppo però è vero anche dal punto di vista della qualità delle canzoni.
Ondarock ha ragione a dire che è molto disomogeneo, purtroppo però è vero anche dal punto di vista della qualità delle canzoni.
Re: Bristol Masters, chi preferite?
io non starei sul livello di blow up, ma la sufficienza nonostante la Sandoval e Albarn non la prende per me
Re: Bristol Masters, chi preferite?
NME dice 6/10... Per me è da 5.5.
But how can you sleep with my heart so loud?
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