Black Music
Re: Black Music
Sta lassù coi più grandi della musica nera tutta, nello stesso campionato dei Wonder, Gaye, Prince... Per me, non esagero, Black Messiah dovrebbero insegnarlo a scuola. Ogni volta che partono le prime 2 tracce di quel disco io mi chiedo sempre come caspita abbia fatto. E non è nemmeno considerato il suo lavoro migliore...
Re: Black Music
la BBC su D'Angelo
https://www.bbc.com/news/articles/c62e5e3j75vo
Mi dispiacque per D'Angelo di The Wire, figuriamoci per questo che è quello vero
https://www.bbc.com/news/articles/c62e5e3j75vo
Mi dispiacque per D'Angelo di The Wire, figuriamoci per questo che è quello vero
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HollisWyatt
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Re: Black Music
Un grandissimo artista.
E molto fragile.
Purtroppo gli sarà per sempre etichettato il video di How Does it Feel.
Black Messiah è uno dei miei dischi preferiti dello scorso decennio e ci speravo molto in un suo ritorno.
Un'altra pesante delusione di possibile ritorni per me, dopo la morte di Mark Hollis
E molto fragile.
Purtroppo gli sarà per sempre etichettato il video di How Does it Feel.
Black Messiah è uno dei miei dischi preferiti dello scorso decennio e ci speravo molto in un suo ritorno.
Un'altra pesante delusione di possibile ritorni per me, dopo la morte di Mark Hollis
Re: Black Music
per farvi capire a che punto, quanto in alto sono arrivati nelle posizioni che contano, nelle stanze dei bottoni, quelli di quella stirpe là... a Kanye West hanno impedito l'ingresso in UK per le sue dichiarazioni ritenute anti- se mi te.
Ricordiamolo così
Ricordiamolo così
Re: Black Music
beh però AFX, io odio quel che fa israele con tutto l'odio possibile, ma Kanye non so se hai seguito le cose che ha detto negli ultimi anni? Letteralmente inneggiava a Hitler e all'olocausto... Non è che sono "ritenute" antisemite le dichiarazioni 
Re: Black Music
è pur vero che lui è un po' un cavallo pazzo e più passa il tempo più diventa bizzarro.
Re: Black Music
non avevo seguito, è chiaro che è svalvolato
anche perché facendo quelle dichiarazioni, si mette contro l'estabilishment americano
da ora in poi lo metteranno al bando
detto ciò, Trump che dice le cose che ha detto oggi può essere accettato fuori dagli USA, o essendo un anti-persiano, va messo al bando anche lui? con tutto che ha un potere diverso da quello di Ye
anche perché facendo quelle dichiarazioni, si mette contro l'estabilishment americano
da ora in poi lo metteranno al bando
detto ciò, Trump che dice le cose che ha detto oggi può essere accettato fuori dagli USA, o essendo un anti-persiano, va messo al bando anche lui? con tutto che ha un potere diverso da quello di Ye
Re: Black Music
Nell’autunno del 1962, presso la New York City’s Community Church, James Baldwin tenne un discorso trasmesso dall’emittente radiofonica WBAI con il titolo The Artist’s Struggle for Integrity. Data la profonda risonanza delle parole dello scrittore e attivista dei diritti neri e queer, il testo fu poi stampato decenni dopo anche su carta nel volume antologico The Cross of Redemption.
Per farla breve, l’intero discorso verte sulle responsabilità e i meccanismi del processo creativo. Ed è spaventoso come, sia per merito del genio di Baldwin sia a causa dei tempi bui, che poco si sono evoluti (forse addirittura peggiorando?) dai Sixties, le sue parole suonino ancora oggi attualissime. “Ogni forma d’arte è una sorta di confessione, più o meno velata”, s’infiamma Baldwin in uno dei passaggi salienti della sua argomentazione, “se vogliono sopravvivere, tutti gli artisti sono costretti, alla fine, a raccontare l’intera storia, a vomitare fuori l’angoscia”.
È esattamente con queste annose premesse che una delle artiste più grandi del nostro tempo, Kelela, ha dato vita al suo nuovo album: New Avatar. Era evidente fin dal primissimo singolo, Idea 1, che qualcosa si fosse rotto nel continuum stilistico della cantante statunitense. Lei stessa lo ha raccontato di recente a “NME”, riferendosi al senso del brano: “L’onere di dover osservare, assimilare e dire la verità in un momento in cui sembra che il mondo stia andando a pezzi”.
A differenza di qualsiasi opera mai pubblicata finora, sia su Warp sia nel periodo antecedente ad Hallucinogen (2015), nel suo complesso ma cristallino sistema di equazioni, New Avatar espone una variante davvero ragguardevole. Qualcosa che Kelela Mizanekristos, nata figlia unica a Washington DC da genitori etiopi, ma cresciuta nella noia suburbana di Gaithersburg, in Maryland, ancora non ci aveva concesso il privilegio di conoscere: il suo amore adolescenziale per l’indie rock.
Siamo d’accordo: dire “chitarre” equivale a parlare di “cucina asiatica”. Può includere talmente tanta roba di epoche e contesti diversi che come descrizione è pressoché inutile. Nel caso di Kelela, però, significa “White Bag”: la playlist che da ragazzina aggiornava con dedizione certosina, contenente in prevalenza – lo ammette l’intestazione stessa – musica fatta da bianchi, proprio come la popolazione di Gaithersburg (census 2020). Metric, Fiery Furnaces e tutto il dream pop, lo shoegaze o il Britpop che ci passa di mezzo.
Lo slide strisciato sul manico della chitarra in Going Down potrebbe essere tranquillamente un’intro post-hardcore dei La Dispute. L’arpeggio di Against Me, invece, potrebbe appartenere all’emo del Midwest degli American Football. Il titolo stesso di Linknb è una fusione di due parole: da un lato onora il crossover dei Linkin Park, citando le tipiche batterie nu metal (e pure i minuscoli campionamenti vocali in loop o i clic di fotocamera in sottofondo), e dall’altro allude all’R&B di cui Kelela è regina indiscussa. Perché sì, potremmo dilungarci elencando le varie referenze rock che il disco sembra suggerire, o partorire un’infinità di congetture a proposito di questo New Avatar dalle tinte blu come il riff di Come As You Are dei Nirvana, in netta contrapposizione con la dea nera che risorge dalle acque oscure e misteriose nella copertina del precedente Raven (“È il mio primo respiro al buio, un’affermazione della prospettiva delle femmine nere di fronte alla cancellazione sistematica e il suono della nostra vulnerabilità trasformata in forza”, aveva dichiarato allora).
La verità è che si tratta dell’ennesima dimostrazione pratica di una teoria già universalmente riconosciuta come esatta: l’arte di Kelela riesce a unire punti stilisticamente distantissimi, sulla carta inconciliabili, con ammirevole nonchalance e senza inciampare, come capiterebbe viceversa a chiunque tentasse l’impresa di frullare insieme grunge, R&B, UK garage alla Burial (in Don’t Piss Me Off e The Bridge, dov’è ospite PinkPantheress) ed elettronica (perché seguirà come al solito un album di remix). È questo a rendere Kelela disarmante. Non c’è bisogno di riascoltare un suo nuovo brano per capirlo: semmai, lo risenti perché – avendolo capito immediatamente – ne hai urgente necessità. Questo accade a chiunque ascolti Kelela, me compreso: ogni volta, con ciascun disco, dall’ancora acerbo CUT 4 ME (2013) in avanti. Credo di essere nella Top 20 degli utenti di Tidal per quantità di streaming di Better: dal 2017 è il mio pezzo più ascoltato dell’anno, o comunque fra i primi tre. Lo giuro sulla tomba di Antonio Gramsci.
Mi sono anche chiesto mille volte quale sia il motivo dell’attrazione viscerale che la sua voce suscita in così tante persone. Ebbene, c’è qualcosa di profondamente rassicurante nel timbro caldo e bisbigliato di Kelela. Le sue corde vocali, delicatamente vicine al microfono durante la registrazione, vibrano come parole di conforto: avvolgenti e infuse di magia quanto quelle sussurrate da una madre nell’orecchio della sua prole, giustamente spaventata da un mondo in cui gli uomini (bianchi ed etero cis, ovviamente) si urlano addosso, insicuri nella loro follia ecocida e genocida. In un’epoca nella quale è abbastanza chiaro che il futuro è irrimediabilmente compromesso da tecnocrati dall’ego fragile, la musica di Kelela non serve – ha precisato lei stessa – a favorire l’oblio: “Più che altro è uno strumento che ti aiuta ad affrontare la realtà”. Ed è appunto ciò che intendeva James Baldwin per “artista”.
Di Claudio Biazzetti
https://clubtoclub.substack.com/p/album ... kelela-new
Per farla breve, l’intero discorso verte sulle responsabilità e i meccanismi del processo creativo. Ed è spaventoso come, sia per merito del genio di Baldwin sia a causa dei tempi bui, che poco si sono evoluti (forse addirittura peggiorando?) dai Sixties, le sue parole suonino ancora oggi attualissime. “Ogni forma d’arte è una sorta di confessione, più o meno velata”, s’infiamma Baldwin in uno dei passaggi salienti della sua argomentazione, “se vogliono sopravvivere, tutti gli artisti sono costretti, alla fine, a raccontare l’intera storia, a vomitare fuori l’angoscia”.
È esattamente con queste annose premesse che una delle artiste più grandi del nostro tempo, Kelela, ha dato vita al suo nuovo album: New Avatar. Era evidente fin dal primissimo singolo, Idea 1, che qualcosa si fosse rotto nel continuum stilistico della cantante statunitense. Lei stessa lo ha raccontato di recente a “NME”, riferendosi al senso del brano: “L’onere di dover osservare, assimilare e dire la verità in un momento in cui sembra che il mondo stia andando a pezzi”.
A differenza di qualsiasi opera mai pubblicata finora, sia su Warp sia nel periodo antecedente ad Hallucinogen (2015), nel suo complesso ma cristallino sistema di equazioni, New Avatar espone una variante davvero ragguardevole. Qualcosa che Kelela Mizanekristos, nata figlia unica a Washington DC da genitori etiopi, ma cresciuta nella noia suburbana di Gaithersburg, in Maryland, ancora non ci aveva concesso il privilegio di conoscere: il suo amore adolescenziale per l’indie rock.
Siamo d’accordo: dire “chitarre” equivale a parlare di “cucina asiatica”. Può includere talmente tanta roba di epoche e contesti diversi che come descrizione è pressoché inutile. Nel caso di Kelela, però, significa “White Bag”: la playlist che da ragazzina aggiornava con dedizione certosina, contenente in prevalenza – lo ammette l’intestazione stessa – musica fatta da bianchi, proprio come la popolazione di Gaithersburg (census 2020). Metric, Fiery Furnaces e tutto il dream pop, lo shoegaze o il Britpop che ci passa di mezzo.
Lo slide strisciato sul manico della chitarra in Going Down potrebbe essere tranquillamente un’intro post-hardcore dei La Dispute. L’arpeggio di Against Me, invece, potrebbe appartenere all’emo del Midwest degli American Football. Il titolo stesso di Linknb è una fusione di due parole: da un lato onora il crossover dei Linkin Park, citando le tipiche batterie nu metal (e pure i minuscoli campionamenti vocali in loop o i clic di fotocamera in sottofondo), e dall’altro allude all’R&B di cui Kelela è regina indiscussa. Perché sì, potremmo dilungarci elencando le varie referenze rock che il disco sembra suggerire, o partorire un’infinità di congetture a proposito di questo New Avatar dalle tinte blu come il riff di Come As You Are dei Nirvana, in netta contrapposizione con la dea nera che risorge dalle acque oscure e misteriose nella copertina del precedente Raven (“È il mio primo respiro al buio, un’affermazione della prospettiva delle femmine nere di fronte alla cancellazione sistematica e il suono della nostra vulnerabilità trasformata in forza”, aveva dichiarato allora).
La verità è che si tratta dell’ennesima dimostrazione pratica di una teoria già universalmente riconosciuta come esatta: l’arte di Kelela riesce a unire punti stilisticamente distantissimi, sulla carta inconciliabili, con ammirevole nonchalance e senza inciampare, come capiterebbe viceversa a chiunque tentasse l’impresa di frullare insieme grunge, R&B, UK garage alla Burial (in Don’t Piss Me Off e The Bridge, dov’è ospite PinkPantheress) ed elettronica (perché seguirà come al solito un album di remix). È questo a rendere Kelela disarmante. Non c’è bisogno di riascoltare un suo nuovo brano per capirlo: semmai, lo risenti perché – avendolo capito immediatamente – ne hai urgente necessità. Questo accade a chiunque ascolti Kelela, me compreso: ogni volta, con ciascun disco, dall’ancora acerbo CUT 4 ME (2013) in avanti. Credo di essere nella Top 20 degli utenti di Tidal per quantità di streaming di Better: dal 2017 è il mio pezzo più ascoltato dell’anno, o comunque fra i primi tre. Lo giuro sulla tomba di Antonio Gramsci.
Mi sono anche chiesto mille volte quale sia il motivo dell’attrazione viscerale che la sua voce suscita in così tante persone. Ebbene, c’è qualcosa di profondamente rassicurante nel timbro caldo e bisbigliato di Kelela. Le sue corde vocali, delicatamente vicine al microfono durante la registrazione, vibrano come parole di conforto: avvolgenti e infuse di magia quanto quelle sussurrate da una madre nell’orecchio della sua prole, giustamente spaventata da un mondo in cui gli uomini (bianchi ed etero cis, ovviamente) si urlano addosso, insicuri nella loro follia ecocida e genocida. In un’epoca nella quale è abbastanza chiaro che il futuro è irrimediabilmente compromesso da tecnocrati dall’ego fragile, la musica di Kelela non serve – ha precisato lei stessa – a favorire l’oblio: “Più che altro è uno strumento che ti aiuta ad affrontare la realtà”. Ed è appunto ciò che intendeva James Baldwin per “artista”.
Di Claudio Biazzetti
https://clubtoclub.substack.com/p/album ... kelela-new
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