NEWS del giorno
Re: NEWS del giorno
Aspettiamo le dichiarazioni degli artisti. Non è morto uno qualunque, ma uno che il rock l'ha reiniziato.
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Last edited by AFX on 27 Oct 2013 20:25, edited 1 time in total.
Re: NEWS del giorno
Non avevo risposto, ma io ho una visione della faccenda diversa da voi maligni. E' così bravo da rendere ascoltabile addirittura Amedeo Minghi, cosa dovrebbe fare di più per dimostrarlo non lo so.Frances wrote:![]()
La 2/2 dell'Experience mi è scesa un poco, ma la 1/2 è tra i dischi dell'anno e mi dispiace per chi non ci arriva per partito preso (perché questo è).
***
Su Lou, il tweet che mi è piaciuto di più è quello del Neon Indian forse
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Re: NEWS del giorno
Commuovente il tweet di Julian Casablancas.
"Lou Reed is the reason i do everything i do"
Gli fanno onore queste parole.
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Gli fanno onore queste parole.
Baci scritti non arrivano a destinazione, ma vengono bevuti dai fantasmi lungo il tragitto. Franz Kafka
Fai sempre da sobrio quello che dici di fare quando sei sbronzo. Imparerai a tenere chiusa la bocca. Ernest Hemingway
Fai sempre da sobrio quello che dici di fare quando sei sbronzo. Imparerai a tenere chiusa la bocca. Ernest Hemingway
Re: NEWS del giorno
Ricordo di aver letto ai tempi in cui gli Strokes erano appena usciti nel mondo musicale, un articolo molto bello in cui parlava del suo amore per i Velvet Underground.Odradek wrote:Commuovente il tweet di Julian Casablancas.
"Lou Reed is the reason i do everything i do"
Gli fanno onore queste parole.
Re: NEWS del giorno
IL MESSAGGIO DI JOHN CALE SULLA MORTE DI LOU REED:
The news I feared the most, pales in comparison to the lump in my throat and the
hollow in my stomach. Two kids have a chance meeting and 47 years later we fight
and love the same way -- losing either one is incomprehensible. No replacement
value, no digital or virtual fill...broken now, for all time. Unlike so many with similar
stories - we have the best of our fury laid out on vinyl, for the world to catch a
glimpse. The laughs we shared just a few weeks ago, will forever remind me of all
that was good between us.
John Cale, 27th Oct, 2013
The news I feared the most, pales in comparison to the lump in my throat and the
hollow in my stomach. Two kids have a chance meeting and 47 years later we fight
and love the same way -- losing either one is incomprehensible. No replacement
value, no digital or virtual fill...broken now, for all time. Unlike so many with similar
stories - we have the best of our fury laid out on vinyl, for the world to catch a
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John Cale, 27th Oct, 2013
- Azrael1793
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Re: NEWS del giorno
GIGIONE @GigioneOfficial 11h
Un saluto al grande Lou Rid idolo di noi amanti della musica. Padre Pio ti accolga fra le sue braccia
Ho riscoperto un mondo, da sempre amato e apprezzato il dance & folk di Gigione, ma con i tweet che fa la stima è rinnovata
Un saluto al grande Lou Rid idolo di noi amanti della musica. Padre Pio ti accolga fra le sue braccia
Ho riscoperto un mondo, da sempre amato e apprezzato il dance & folk di Gigione, ma con i tweet che fa la stima è rinnovata
Re: NEWS del giorno
Il ricordo di Will Sheff tradotto
Quando ero al liceo, un ragazzo mi diede una cassetta dei Velvet Underground: conteneva i primi due dischi della band, ma era realizzata in maniera piuttosto approssimativa e le canzoni si interrrompevano all’improvviso alla fine di ogni lato. Il ragazzo che me la diede suonava la chitarra come me, ma era molto più bravo: era un ragazzo un po’ curvo, con una massa di capelli unticci che gli arrivavano alle spalle, e mi raccontò un sacco di storie riguardo i Velvet; [...] misi su la cassetta e suonava esattamente come mi figuravo che fosse l’esperienza di prendere delle droghe. Mi spaventò. E mi fece venire voglia di prenderle davvero, delle droghe: cosa che mi spaventò ulteriormente.
Nella voce di Lou Reed percepivo l’influenza di Dylan, ma tutto il resto mi suonava completamente alieno. Cantava come se stesse parlando. Stonava spesso. Cantava, ma come se stesse cercando di non impressionare nessuno. La musica stessa aveva un che di sbagliato, e mi sembrava che non fosse giusto che qualcuno l’avesse persino registrata su un disco. Tutte le regole che conoscevo riguardo alla musica mi sembravano improvvisamente arbitrarie e senza senso. Ero piuttosto sicuro di odiarli, i Velvet Underground, ma per qualche ragione continuai ad ascoltarli.
In qualche modo cominciarono a piacermi, e un giorno realizzai che i Velvet Underground e i dischi solisti di Lou Reed erano la cosa che avevo ascoltato con più costanza nei precedenti sei-sette anni. Altre band sono passate sul mio stereo, diventando un’ossessione per circa un anno: e poi sono finite sullo scaffale. I Velvet Undeground, invece, ho continuato ad ascoltarli ogni settimana, a volte ogni giorno. C’è stato un periodo – durato più di un anno – nel quale ogni mattina, appena sveglio, mettevo su White Light/White Heat a un volume tremendo. Mi faceva sentire purificato, come se la pelle mi fosse stata strappata di dosso e fossero rimaste solo le ossa, bianche – non poteva succedermi nulla, in quello stato, ed ero pronto a tutto.
Ai tempi avevo una band e vivevo a Austin, fra mille lavoretti assurdi e la fatica di risparmiare soldi per continuare a suonare in giro. Non ci conosceva quasi nessuno, e le poche persone che pure ci avevano visto non sembravano apprezzarci granché. Non avevo una gran voce, e non riuscivo a fare un sacco di cose che ad altri cantanti venivano benissimo. Era dura credere in me stesso, ma ci provavo. Quando la gente provava a farmi sentire meglio, mi dicevano cose del tipo «Beh, prendi Lou Reed. Ha una voce davvero strana ma riesce a risultare originale lo stesso, e alcuni vanno matti per lui proprio per questo motivo». Era bello sentirselo dire, ma tenevo quanto più lontana possibile l’illusione di diventare famoso e di successo (quasi) come Lou Reed. Queste cose accadevano prima degli iPod, quando le band partivano con un camioncino per andare a suonare da qualche parte e passavano assieme sei, nove, quattordici ore di viaggio parlando di tutto e di tutti, e portandosi dietro scatole di dischi: e accadeva che alcuni diventassero una sorta di inno ufficiale della band, l’unica cosa familiare che proteggeva un ragazzo solitario, malaticcio, sporco e affamato da quello che trovava per strada.
Jonathan Meiburg era il nostro tastierista, e la cosa più vicina a un partner musicale che avessi: [...] Jonathan e io ascoltavamo Berlin in continuazione. Ci intristivamo assieme per le parti tristi del disco, mentre per il resto del tempo ridevamo e basta. Amavamo l’assurdo mix di batteria casuale, il suono ordinato dei fiati, gli assoli di chitarra armonizzati, i testi che parlavano di velocità, suicidio, abbandono e di braccia spezzate; e amavamo anche le grida dei figli del produttore Bob Ezrin, che aveva detto loro che la loro mamma era morta e poi aveva schiacciato il tasto “registra”. Amavamo il modo in cui per Lou “vial” faceva rima con “vile”. Le ultime tre canzoni parlavano di andare in chiesa, ma in una chiesa dove ti dicevano che non esiste nessun Dio, nessun significato, e da dove poi ti buttano fuori a calci. Rimanevamo sempre in silenzio, durante queste ultime tre canzoni, e ci restavamo per qualche minuto anche dopo la fine del disco. Guidavamo attraverso il deserto, e ascoltavamo “Sister Ray”: e quello che vedevamo fuori ci appariva come la stessa cosa che provavamo dentro di noi. Quella musica ci cambiò, in un modo in cui noi stessi desideravamo cambiare. Non volevamo che la gente fosse felice. Volevamo farle male, alla gente. Volevamo fare della musica per adulti, musica che fosse onesta e che non propinasse merda alle persone. E se anche avessimo voluto fare della musica allegra, avrebbe avuto un impatto genuino sulla gente perché sarebbe scaturita da felicità vera, quella che sa esistere assieme al dolore. Come quella che c’è in “Sweet Jane”.
Quando ero al liceo, un ragazzo mi diede una cassetta dei Velvet Underground: conteneva i primi due dischi della band, ma era realizzata in maniera piuttosto approssimativa e le canzoni si interrrompevano all’improvviso alla fine di ogni lato. Il ragazzo che me la diede suonava la chitarra come me, ma era molto più bravo: era un ragazzo un po’ curvo, con una massa di capelli unticci che gli arrivavano alle spalle, e mi raccontò un sacco di storie riguardo i Velvet; [...] misi su la cassetta e suonava esattamente come mi figuravo che fosse l’esperienza di prendere delle droghe. Mi spaventò. E mi fece venire voglia di prenderle davvero, delle droghe: cosa che mi spaventò ulteriormente.
Nella voce di Lou Reed percepivo l’influenza di Dylan, ma tutto il resto mi suonava completamente alieno. Cantava come se stesse parlando. Stonava spesso. Cantava, ma come se stesse cercando di non impressionare nessuno. La musica stessa aveva un che di sbagliato, e mi sembrava che non fosse giusto che qualcuno l’avesse persino registrata su un disco. Tutte le regole che conoscevo riguardo alla musica mi sembravano improvvisamente arbitrarie e senza senso. Ero piuttosto sicuro di odiarli, i Velvet Underground, ma per qualche ragione continuai ad ascoltarli.
In qualche modo cominciarono a piacermi, e un giorno realizzai che i Velvet Underground e i dischi solisti di Lou Reed erano la cosa che avevo ascoltato con più costanza nei precedenti sei-sette anni. Altre band sono passate sul mio stereo, diventando un’ossessione per circa un anno: e poi sono finite sullo scaffale. I Velvet Undeground, invece, ho continuato ad ascoltarli ogni settimana, a volte ogni giorno. C’è stato un periodo – durato più di un anno – nel quale ogni mattina, appena sveglio, mettevo su White Light/White Heat a un volume tremendo. Mi faceva sentire purificato, come se la pelle mi fosse stata strappata di dosso e fossero rimaste solo le ossa, bianche – non poteva succedermi nulla, in quello stato, ed ero pronto a tutto.
Ai tempi avevo una band e vivevo a Austin, fra mille lavoretti assurdi e la fatica di risparmiare soldi per continuare a suonare in giro. Non ci conosceva quasi nessuno, e le poche persone che pure ci avevano visto non sembravano apprezzarci granché. Non avevo una gran voce, e non riuscivo a fare un sacco di cose che ad altri cantanti venivano benissimo. Era dura credere in me stesso, ma ci provavo. Quando la gente provava a farmi sentire meglio, mi dicevano cose del tipo «Beh, prendi Lou Reed. Ha una voce davvero strana ma riesce a risultare originale lo stesso, e alcuni vanno matti per lui proprio per questo motivo». Era bello sentirselo dire, ma tenevo quanto più lontana possibile l’illusione di diventare famoso e di successo (quasi) come Lou Reed. Queste cose accadevano prima degli iPod, quando le band partivano con un camioncino per andare a suonare da qualche parte e passavano assieme sei, nove, quattordici ore di viaggio parlando di tutto e di tutti, e portandosi dietro scatole di dischi: e accadeva che alcuni diventassero una sorta di inno ufficiale della band, l’unica cosa familiare che proteggeva un ragazzo solitario, malaticcio, sporco e affamato da quello che trovava per strada.
Jonathan Meiburg era il nostro tastierista, e la cosa più vicina a un partner musicale che avessi: [...] Jonathan e io ascoltavamo Berlin in continuazione. Ci intristivamo assieme per le parti tristi del disco, mentre per il resto del tempo ridevamo e basta. Amavamo l’assurdo mix di batteria casuale, il suono ordinato dei fiati, gli assoli di chitarra armonizzati, i testi che parlavano di velocità, suicidio, abbandono e di braccia spezzate; e amavamo anche le grida dei figli del produttore Bob Ezrin, che aveva detto loro che la loro mamma era morta e poi aveva schiacciato il tasto “registra”. Amavamo il modo in cui per Lou “vial” faceva rima con “vile”. Le ultime tre canzoni parlavano di andare in chiesa, ma in una chiesa dove ti dicevano che non esiste nessun Dio, nessun significato, e da dove poi ti buttano fuori a calci. Rimanevamo sempre in silenzio, durante queste ultime tre canzoni, e ci restavamo per qualche minuto anche dopo la fine del disco. Guidavamo attraverso il deserto, e ascoltavamo “Sister Ray”: e quello che vedevamo fuori ci appariva come la stessa cosa che provavamo dentro di noi. Quella musica ci cambiò, in un modo in cui noi stessi desideravamo cambiare. Non volevamo che la gente fosse felice. Volevamo farle male, alla gente. Volevamo fare della musica per adulti, musica che fosse onesta e che non propinasse merda alle persone. E se anche avessimo voluto fare della musica allegra, avrebbe avuto un impatto genuino sulla gente perché sarebbe scaturita da felicità vera, quella che sa esistere assieme al dolore. Come quella che c’è in “Sweet Jane”.
Re: NEWS del giorno
Michael Reflects on the Unique Genius of Lou Reed:
It was my first discovery of the Velvets, when all the CBGB bands namechecked their heroes, and I went looking—and I found Loaded and 1969: The Velvet Underground Live in the 8 track cutout bins of Grandpa’s Hardware store in Cahokia Mounds, Illinois. My first Lou show was at the Fox Theater in St. Louis, in 1977, where he opened the set with 2 songs, stopped and shouted something offstage, pointed to the monitors, and did a 3rd song. Half way through that song he stopped, pointed to the monitors again, and gestured for someone stage right to join him center stage. The monitor guy walked out, Lou pointed at the monitors again--turned and clocked the guy--kicked the monitors into the orchestra pit, and stormed offstage. That was the end of the show. Ok, wow. I was 17, wide-eyed, wowed.
For 37 years I followed him, in many ways--not the least being his influence on my own trajectory in music.
The last time I saw Lou I complimented him on a searing version of a blues song and one of his new songs that he had just performed live here in NYC. His energy and performance had brought me to tears. He wore a beautiful leather jacket that he didn’t take off.
He hugged me, as he now did quite often; and he didn’t let go for a very long time.
To my favorite curmudgeon, grump, genius, icon, pal. We and I will miss you very, very much.
Michael Stipe
It was my first discovery of the Velvets, when all the CBGB bands namechecked their heroes, and I went looking—and I found Loaded and 1969: The Velvet Underground Live in the 8 track cutout bins of Grandpa’s Hardware store in Cahokia Mounds, Illinois. My first Lou show was at the Fox Theater in St. Louis, in 1977, where he opened the set with 2 songs, stopped and shouted something offstage, pointed to the monitors, and did a 3rd song. Half way through that song he stopped, pointed to the monitors again, and gestured for someone stage right to join him center stage. The monitor guy walked out, Lou pointed at the monitors again--turned and clocked the guy--kicked the monitors into the orchestra pit, and stormed offstage. That was the end of the show. Ok, wow. I was 17, wide-eyed, wowed.
For 37 years I followed him, in many ways--not the least being his influence on my own trajectory in music.
The last time I saw Lou I complimented him on a searing version of a blues song and one of his new songs that he had just performed live here in NYC. His energy and performance had brought me to tears. He wore a beautiful leather jacket that he didn’t take off.
He hugged me, as he now did quite often; and he didn’t let go for a very long time.
To my favorite curmudgeon, grump, genius, icon, pal. We and I will miss you very, very much.
Michael Stipe
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