Ho cambiato idea sulle reunion. Anzi no.
La prima ondata del fenomeno c’è stata in seguito alla prima era Napster, ovvero a cavallo tra i Novanta e i Duemila, non appena le 4 major americane hanno visto decrescere in modo poi rivelatosi irreversibile le vendite dei CD. La conseguente spalmatura del mercato con la parallela crescita di popolarità di tante mini-scene autenticamente indie ha portato i manager di AOL Warner, BMG, Sony eVivendi Universal alla soluzione più facile possibile: “chiediamo alle band che hanno venduto bene fino a qualche anno fa
Un tempo questo comportamento mi dava fastidio. Non trovavo etico che si riunissero solo per fare un tour celebrativo per ritardatari, nostalgici e nuova generazione, visto che comunque la magia non poteva essere quella dei bei tempi e tenuto conto che per me l’aspetto live è stato sempre secondario rispetto alla vera sede dell’artista, ovvero lo studio di registrazione. Conta quello che lasci ai posteri, quello che incidi, non quello che riproponi più o meno sempre uguale dal vivo, anno dopo anno. Sono pochissimi i gruppi che sono più noti per le performance live registrate su nastro che per quanto fatto in studio. E spesso sono dinosauri di un’epoca del rock in cui si celebravano concertoni-evento che oggi non farebbero né caldo né freddo ai più.
I Pixies sono stati i primi a farmi arrabbiare, quando tornarono insieme preannunciando “non abbiamo intenzione di pubblicare niente di nuovo, siamo qui per il vecchio materiale al nuovo pubblico”. Oggi, alla luce del debolissimo album che hanno deciso di pubblicare senza Kim Deal, quanto vorrei che
I Godspeed You! Black Emperor forse? OK dai, accettati. Poi? Part Two: The Endless Not dei Throbbing Gristle è fenomenale? D’accordo, ma ecco, sono già due nomi che non fanno esattamente pop. Niente dai, non ce ne sono. Qualcuno semmai va ringraziato per non aver messo in giro musica di cui vergognarsi, roba che ti fa passare la voglia di ascoltare quanto adorasti all’epoca, e potrebbe essere il caso del dignitoso ritorno dei Soundgarden o di quello dei Suede (seppure entrambi con la loro seconda formazione). C’è anche chi ha sondato il terreno con un paio di singoli salvo poi rendersi conto che tutto quest’entusiasmo del pubblico in fondo non c’era, o che forse anche se c’era, la voglia di stare di nuovo insieme per intere settimane e mesi non era così tanta (penso ai Pulp, per dire). Sappiamo che ci tocca prima o poi la reunion degli Oasis, purtroppo, mentre chi non poteva stare con le mani in mano vedendo gli outcome superare gli income (parlo di $) ha ben presto smentito se stesso: Reznor c’ha messo poco a rimettere su il baraccone NIN, e Corgan, dopo il naufragio dei progetti solisti e degli Zwan, ha presto capito che per continuare a incassare cifre ragguardevoli avrebbe dovuto fare piazza pulita e mettersi a fianco dei comprimari dalla parcella bassa per suonare le sue canzoni degli anni Novanta, perché tanto quelle la gente vuole sentire.
Insomma, forse l’approccio giusto è stato quello dei Pavement: “facciamo un tour, suoniamo i pezzi che vi va di ascoltare. Se volete veniteci a vedere, sennò pazienza, tanto ognuno di noi ha i suoi progetti (di vita) ormai”. Senza stare a promettere chissà cosa. Sì, si tratta di rimpinguamento del conto corrente,
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