Recensioni

Bon Iver – i,i

Mentre scriviamo queste righe su i,i, il quarto album a sigla Bon Iver, stiamo anche iniziando a compilare la TOP 100 del decennio che va dal 2010 al 2019 (sembra ieri che ci scontravamo nello scegliere i cento del precedente). E ascoltando queste nuove 13 tracce, realizziamo che Justin Vernon ha almeno tre dischi eleggibili alle prime posizioni della classifica. Sarà quindi da valutare quanto la musica di i,i aggiunge a 22, A Million, ma già a primo impatto la sensazione è che il nostro abbia compiuto un altro centro pieno. Se si conta anche l’esperienza nei Volcano Choir, certo di minore rilevanza pop ma neanche trascurabile, Vernon può senza possibili obiezioni essere dichiarato uno dei protagonisti assoluti del decennio che va a concludersi.

Tredici nuove composizioni, mediamente molto brevi (soltanto due superano i quattro minuti), che ripartono esattamente da dove terminava l’esperienza del fortunato lavoro precedente, probabile punto di svolta definitiva nel percorso di Justin. Ci sarà sempre tempo per tornare all’essenzialità raccontata dai boschi del Wisconsin in For Emma, Forever Ago – ad avercene di dischi voce e chitarra così ispirati! – nel frattempo la formula sonora è quella del cubismo pop analitico di 22, A Million. Chi ha assistito ai concerti del recente tour europeo, ha notato come anche i brani del vecchio catalogo sono stati ricodificati secondo gli arrangiamenti di tale sound. La differenza che notiamo, per quanto riguarda le nuove canzoni, risiede nell’apparente volontà di recuperare un po’ della fruibilità dei primi due capitoli. Vuoi per la durata dei brani, vuoi perché gli spigoli sono comunque ormai addolciti dall’esperienza che si ha con questi suoni, e mettici che qua e là gli accordi di chitarra o della tastiera facilitano il compito di assorbimento, i,i scorre via veloce, senza incagliarsi mai. Finisce la corsa che non te ne sei nemmeno accorto: come arrivare al fondo di una bottiglia di vino gustosa, piena di mini-dettagli, ma di giusto grado alcolico e contenuto polifenolico. 

Non andiamo di track by track, ma tenete le aspettative molto alte per pezzi diversi tra loro come “Faith”, potenziale nuovo singolo che cresce marciando dalla base della chitarra elettroacustica e che non fosse per l’impianto vocale, ricorderebbe il vibe che riuscivano a creare i primi Arcade Fire, “Naeem”, ovvero la più black & soul del lotto, la sensuale “Sh’Diah”, con la coda affidata un sassofono suonato alla luce delle stelle, e “Salem”, invero un altro tuffo negli anni Ottanta di Peter Gabriel. La già fuoriuscita “Hey, Ma”, sia dentro che fuori dal contesto di i,i, risulterà una delle sue migliori canzoni di sempre. Divertente ma forse un po’ incompiuto il blues rap di “We”.

Ingegno, genio, sacra ispirazione, follia: non è chiaro come Vernon sia arrivato a queste sonorità e ad architettare simili arrangiamenti, campionamenti, concetti musicali. Ancor meno lo è stabilire qual è il miglior disco di/dei Bon Iver. Da oggi sarà un’impresa ancor più impossibile.

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