Recensioni

2 8 1 4 – Rain Temple

2 8 1 4 è la collaborazione fra Hong Kong Express e t e l e p a t h, due nomi comuni fra i tanti di quel calderone surreale chiamato vaporwave. A renderli meno comuni è, invece, l’essersi incontrati di persona e l’aver avuto insieme una visione: oceani di synth e bassi morbosi su dei ritmi talmente lenti che addormentarcisi sembra l’unico modo per apprezzarli; suite estese per decine di minuti si trasformano in momenti così intimi che parlarne apertamente agli amici risulterebbe scomodo. Che sia musica proveniente da ottocento anni nel futuro o direttamente dall’iperuranio non fa differenza, funziona e basta. 

[Tweet “In Rain Temple ci si fa gioco di quel mondo fittizio fatto di colori e simboli che è il web 2.0”]

Rain Temple è il loro terzo album e con un approccio diverso dai precedenti, nei quali l’amalgama di suoni e umori risultava ottima per un sottofondo spaziale ipnotico, ma rimaneva pur sempre un sottofondo. La nuova via mostra un processo di pura esplorazione ordinata, cercando di passare dal passivo all’attivo, riuscendoci forse a metà.

La svolta è indirizzata su una certa versatilità, con una produzione più stratificata e studiata, è un disco meno monolitico (mattone) e con più singoli. Ci sono un inizio e una fine, momenti austeri in cui perdersi è un piacere come in “This Body”, altri mai così tetri che si affacciano ad una Witch House del futuro come “Lost in a Dream” con una sensualissima voce ninfea; “Contacat” è un’ambient totalmente astratta che ricorda vagamente i droni di Tim Hecker.

C’è composizione e i suoni caratteristici dei lavori precedenti sono ancora più raffinati e differenziati, dimostrando quanto una collaborazione matura sia superiore all’ostinazione di una schiera di amatoriali dotati di uno strano gusto per le VHS e un profilo bandcamp. Rimane tuttavia quel lieve velo di inesperienza: il minutaggio dilatato si dimostra meno funzionale che in passato: un solo loop ingiustificato è sufficiente a rendere meno credibili le tracce più riuscite. Fortuna che pervade ancora quella sensazione di solitudine/conforto che a noi figli del web 2.0 piace tanto.

Perché alla fine Rain Temple è un bel viaggio in cui si esplora e ci si fa gioco, insieme all’ascoltatore, di quel mondo fittizio fatto di colori e simboli, prendendosi talmente sul serio da renderli paradossalmente veri e sacri. La pioggia, il tempio, gli occhi, l’amore e la sfera, il profondo blu e il viola indaco, i grattacieli e la natura… sono tutti lì nell’artwork futuribile e nei titoli iper-emozionali.

Mentre ascolto la trionfante e conclusiva “Inside the Sphere” mi sento come un ragazzino-eroe di un fantasy 80s: ho intrapreso un cammino difficile ma sono arrivato alla fine con la consapevolezza di qualche debolezza superata. E pronto a recuperarmi i lavori solisti di Hong Kong Express e t e l e p a t h rimango confuso dalle loro ultime compilations vaportrap o dalle derivazioni ghost-tech music!

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