Recensioni

Turnstile – Time & Space

Ne parliamo con un po’ di ritardo rispetto all’uscita, ma giusto in tempo per la stagione estiva, ovvero quella che ci sembra più adatta per ascoltare il punk rock di declinazione hardcore dei Turnstile da Baltimora, Maryland. Il loro secondo sforzo sulla lunga durata si intitola Time & Space e segue a tre anni di distanza il precedente LP Nonstop Feeling, e tre mini album, tutti su circuiti indipendenti. Il rumore deve essere stato quello giusto, perché la Roadrunner (imparentata con la Warner) ha deciso di metterli sotto contratto e pubblicare questo secondo album. E onestamente c’è poco da fare gli schizzinosi: sono poche le major che puntano ancora su roba come questa, in cui trovi dentro tanti riferimenti a certo vero alternative rock anni Ottanta (Rites of Spring, Minor Threat) e Novanta (Jesus Lizard, ma anche Nirvana) con cui in molti ci siamo formati. Anzi, se canzoni come le tredici presenti in Time & Space piacciono davvero, sarebbe il caso di risparmiarsi un paio di birre e investire quei dieci-dodici euro su artisti del genere, che tengono vivo un suono a cui siamo tutti affezionati. La voce di Brendan Yates ricorda quella di un certo Zach De La Rocha, il basso di Franz Lyons sembra quello di Sergio Vega nei primi Quicksand, la produzione di Will Yip è pulita e ruvida allo stesso tempo, e in alcuni momenti – come nel singolo “Moon” – non ha paura di osservare addirittura Nevermind come stella polare. Le chitarre, taglienti e cariche di effetti, fanno il resto in un lavoro che di fatto è un disco di genere per un pubblico di genere, ma che se si ascolta attentamente, trapassando la coltre compattissima del suono, in realtà fonde più di uno stile nel songwriting. È un hardcore che non sfocia mai nel metal, ma che conserva elementi di esso. Non solo velocità punk quindi, ma anche ritmi proto-industriali che non lasciano prigionieri sul campo. Un frappé shakerato caldo, senza zucchero né dolcificanti, e non allungato. Anzi, i brani sono quasi tutti di durata inferiore ai tre minuti, e mostrano una band le cui performance trasudano chiarezza d’intenti e sincera passione. Prendiamo “Can’t Get Away”: parte col riffone sminuzzaossa, sterza sbracando nel punk, e infine assesta l’andazzo finale con un godurioso quattro-quarti da “vogliamoci bene”. Senza nascondere neanche tanto i vari riferimenti a Orange 9mm e Helmet, non era facile prendere e frullare quella roba di venti e più (sigh) anni fa suonando però ancora attuali e belli freschi. Onore a questi cinque tamarri che presumiamo ci terranno compagnia quest’estate.

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