In principio era una somma di componenti. La voce funambolica dei Faith No More, la chitarra western dei Jesus Lizard, i tempi dispari degli Helmet, il basso slabbrato dei Cows. I primi due dischi dei Tomahawk, non ci stancheremo mai di dirlo, sono delle vere gemme del rock alternativo e post-grunge degli anni ’00. E ce lo diciamo da soli: è un vero scandalo che né il primo omonimo né Mit Gas siano presenti nella nostra TOP 100 di quel decennio, visto quanto li abbiamo lodati e rimpianti nel corso degli anni, tra forum e social media.
Rimpianti. Già perché successivamente all’uscita di Kevin Rutmanis – deve averla combinata proprio grossa dato che d’un tratto è uscito definitivamente dal circuito IPECAC – i Tomahawk sono divenuti un progetto saltuario, e hanno perso la rotta, ovvero quella commistione di esperienze che combinava magistralmente le qualità migliori dei protagonisti. Non ci sono piaciuti né Anonymous (2007) né Oddfellows (2013, in cui subentra il fido Trevor Dunn al basso), entrambi poco compiuti, se non semplicemente privi di ispirazione.
Oggi che tornano con un disco – Tonic Immobility – registrato in tempi di COVID19, l’intento sembra quello di tornare alle ragioni per cui si erano messi assieme. Certo, con oltre 20 anni in più sulle spalle che, purtroppo, inevitabilmente un po’ si sentono. Non vi si rintraccia la fantasticheria da cinema noir degli esordi – tratto comune nel Patton delle uscite a cavallo tra i due secoli – non ci sono gli effettacci da fumetto tex-mex, mancano le melodie languide e malsanamente pop, sostituite dal cantato sbraitato che ritroviamo dalla reunion dei Faith No More in poi, e che di fatto rimanda spesso, troppo spesso forse alla lezione di David Yow.
Tonic Immobility è stato inciso nello studio di Duane Denison a Nashville, tranne che per le parti vocali, che il buon Michele ha registrato a San Francisco. Saremo suggestionati da questo dettaglio magari, ma ci pare che ci sia un po’ di distacco tra le performance, come se il tutto non confluisse in modo omogeneo su nastro.
Eppure ci sono svariati aspetti di cui godere in questo album. Anzitutto proprio il lavoro alle chitarre di Denison, ancora molto creativo sia a livello ritmico che in termini di riff-making. Il suo è uno stile riconoscibile fra mille, e coordinato col lavoro di Stanier e Dunn, offre ancora spunti di goduria post/noise hardcore, come in “Predators and Scavengers” o “Fatback” che, fossero strumentali, uno indovinerebbe senza difficoltà di stare ascoltando i… Jesus Lizard.
Anche quando la faccenda rallenta e apparentemente si fa pop come in “Sidewinder” o nella più sincopata “Recoil”, alla fine power chords e riffoni sloga-polsi rubano la scena alle melodie di Mike, che finisce per essere costretto a urlare nuovamente.
Poi per quanto non ci siano brani che raggiungono il livello (altissimo) di “Rape This Day”, “101 North” o “When the Stars Begin to Fall”, per lunghi tratti si respira un’aria che ricorda quella dei primi episodi del percorso della band. In questo senso “Howlie” e l’iniziale “SHHH!” sono nipoti di primo grado dei Tomahawk dell’esordio.
Non ci è dato di sapere se questo sarà il loro ultimo capitolo. In caso, in un ipotetico discography ranking, Tonic Immobility salirebbe sul terzo gradino del podio.
Il pezzo migliore? Probabilmente “Valentine Shine”, dove il collaudo tra le varie componenti tipicamente Tomahawk è svolto con perfetta sincronizzazione dai quattro protagonisti, e niente suona come già sentito.
Nota a margine: in tempi in cui di dischi in formato fisico se ne vendono sempre meno, ricevere la propria copia del CD oltre due settimane dopo il giorno dell’uscita ufficiale, nonostante l’averla pre-ordinata quasi un mese prima, è davvero demoralizzante.
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