Recensioni

The Shins – Heartworms

Alla fine James Mercer è tornato da solo, e pur non essendo mai stato un’icona pop da copertina, ora che comincia a imbiancare appare nelle foto promozionali come un’improbabile rockstar sconosciuta. Uno che di certo non può attrarre con l’immagine. D’altronde se c’è un caso nella storia in cui saper scrivere canzoni clamorosamente orecchiabili non ha portato alla fama dell’autore, è probabilmente quello dei suoi Shins, combo del New Mexico di cui vanno recuperati almeno i primi due album per intero, e sicuramente anche i singoli del terzo, e che probabilmente ha raccolto – soprattutto fuori dagli Stati Uniti – molto meno di quanto offriva il loro potenziale melodico. 

Nel nuovo Heartworms è Mercer a produrre e registrare i brani, come ai tempi di Oh, Inverted World (2001), e più che il suono, è il vibe che rilascia ciò che va analizzato. Se le tracce si svolgono seguendo un songwriting lineare o a cui comunque si è già abituati con il marchio The Shins, il missaggio di umori che accompagnano trascende la vaga psichedelia che appare inizialmente e si confonde con un’eco da ricordo nostalgico e allusivo agli anni della gioventù arcade. L’artwork esprime pienamente questa sovrapposizione di mood, anche se l’effetto è quello di una copertina dei Flaming Lips piuttosto che degli Shins!

Ma le canzoni? Ci sono anche stavolta. Ne segnaliamo tre in particolare, oltre al melodioso singolo “Name for You” che apre il disco. Si parlava di spirito reminiscente degli 80s, e allora “Fantasy Island” è il pezzo che meglio esprime quella sensazione. C’è poi “Dead Alive”, probabilmente il numero più divertente del lotto grazie al ritmo da marcetta pop che appare triviale ma non lo è per niente, e infine la conclusiva “The Fear”, che distende l’animo con un’atmosfera rilassata e lontana, come fosse suonata da località balneare, a dispetto del titolo. 

Pochissime band del periodo del primo indie boom successivo agli anni Novanta sono ancora vive, e soprattutto, quasi nessuna è ancora sotto contratto con una major. Mercer ha atteso con pazienza (cinque anni) di avere il materiale giusto per tornare, resistendo alla tentazione di tuffarsi a capofitto nelle tendenze del momento o di osare nuove ibridazioni, per pubblicare un disco che certo non suona particolarmente innovativo, ma che tutto sommato aggiunge alcune sfumature alla discografia della sua band. È chiaro che Heartworms non potrà raggiungere lo status di Chutes Too Narrow o dello stesso Oh, Inverted World, ma arriviamo a dire che ha scalzato Wincing the Night Away dal terzo gradino del podio. 

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