Recensioni

The Field – Infinite Moment

Si è mai scoperto chi ha detto che writing about music is like dancing about architecture? Comunque sia, scrivere di musica è assurdo, ma ci sono casi per i quali il compito diventa masochista. The Field, nome in codice per il produttore techno svedese Axel Willner, prosegue placido per la sua strada dal 2007 e qualche settimana fa ha abbassato il finestrino, ci ha consegnato Infinite Moment ed è ripartito a tutto gas. Nel frattempo, critici da varie parti del mondo si affannano (come me in passato) a trovare il dettaglio microscopico che dimostri la sua evoluzione creativa e alla fine scrivono più o meno le stesse cose. “Ah guarda, ha cambiato il colore della copertina”. “Senti, ci sono i loop vocali”. Sì bè, sono più di dieci anni che li usa. Axel secondo me se la ride e se ne frega, e fa bene. Me ne frego anch’io. Va però detto che il ragazzo non ha brillato nei suoi ultimi sforzi. Eravamo rimasti ai temi oscuri e misteriosi di The Follower: interessante, qualche synth figo c’era, ma sinceramente non mi ricordo granché. Ho un’idea: perché non abbandoniamo l’approccio analitico e proviamo a sentire, traduzione di feel, il sesto lavoro dello scandinavo?

 “Made of Steel. Made of Stone” parte con calma, si fa attendere. Voci inquietanti in un luogo sconosciuto, poi il beat che emerge lento, profondo. Siamo sottoterra fra le rocce ma filtra un po’ di luce. È un retrogusto di Andy Stott quello che avverto? Wow, ottima scelta Axel: ora che ci penso, il pensiero di una vostra collaborazione mi gasa al punto che potrei persino comprarla. E “Divide Now”? Oh mio Dio, fermi tutti: qui torniamo davvero indietro di un decennio. Movimento, entusiasmo, vitalità, calore solare: in genere evito di gridare ai miracoli, ma questo è il revival del tuo fantastico debutto. Bentornato vecchio amico. Era da troppo che non ti sentivo così espressivo. Una traccia così esuberante ha il potere di cambiare gli agenti atmosferici di qualunque contesto. E non vorrei essere offensivo, ma anche nella successiva “Hear Your Voice” ci sono una densità sonora e una ricchezza di particolari che i tuoi due precedenti album si sognano. Synth policromatici, flussi d’aria, bassi, voci fantasma, mi sa che non ci sta più niente qui.

Considerato il tuo stile compositivo minimalista io non sarei neanche dell’umore di chiederti altro, ma come un impiegato stronzo devo verificare la presenza di varietà d’idee. In “Something Left” vedo che ti sei divertito a riavvolgere il tempo, in “Who Goes There” invece… cos’è questo suono? Un umano, un computer? Estasi? Tenebra? L’istinto mi dice che è un ibrido. D’altronde, dopo anni passati a conoscere sia l’una che l’altra, ci sta che ora Axel viva un periodo di serenità consapevole. Sì, ci sono passato ma ora sto meglio, grazie. …aspetta, quello è il comunicato stampa? Ah, ecco: “Hope is something I’ve been missing in the nowadays climate and this album is a relief to me, a type of comfort, like a moment that feels good and you don’t want to end.”  Lo dicevo io.

Infinite Moment quindi. La filosofia di The Field riassunta in due parole e la conclusiva titletrack. Forte l’atmosfera da Fuck Buttons. Un po’ noiosetta a dire il vero, ma cosa pretendiamo dalla sesta opera in 11 anni di uno che della ripetizione eterna di attimi trascendentali ha fatto il suo esclusivo modus operandi? Non sarà sempre tutto perfetto. E sì, a volte sarà noioso e ripetitivo, perché la sua è una musica limitata per definizione e con ogni probabilità il meglio di sé l’ha già dato. Per questo in fondo stiamo a parlare della solita roba: solita techno, soliti ritmi, solito modo di procedere. Ma in questo momento della sua carriera è tutta un’altra ispirazione e tutto un altro sentire.

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