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Sumac – Love in Shadow

“Since many of the surface level aspects of our being are often used as divisive tools to separate and alienate us from one another, the intent with Love in Shadow is to reveal that all humans

desire and need to be loved and accepted for who they are, for just being. The album also serves to highlight what some of the repercussions are for love that is scorned,  suppressed or socially discouraged – we lash out against one another, our love turns to fear,
we disparage ourselves, we try to fulfill the need for love through unhealthy means – and on
a more destructive level, those in positions of power are compelled to annihilate and oppress
others.”

L’Amore come soluzione d’autenticità in un mondo-merce che aliena il consumatore dal suo prodotto e in ultimo da se stesso. Sembra suggerirci questo tema di fondo Aaron Turner, giunto al terzo tomo con il progetto Sumac. Il Compito che spetta all’ascoltatore è più arduo di quel che si pensi trattandosi di musica pesante, perché i tempi oleosi che stiamo vivendo non permettono permeabilità profonde. Si mastica e si sputa con alterne fortune digestive. E la nostra stessa esistenza scorrerebbe tra zapping schizofrenici dove interpretiamo solo un ruolo marginale nella nostra ridondante tragicommedia fatta di stereotipi, per stereotipi. Poi qualcosa viene a scombinare il copione, qualcosa senza il quale tutto sarebbe “endless days of drought and dust to keen”. Qualcosa per il quale le anime unite vogliono essere viste nella loro nudità e ruvidezza anche sotto la minaccia di (e)venti (sociali) laceranti, che impediscono alle pelli la naturale adesione. E il Compito delle anime imbevute di luce rimane cosmico, stellare: rischiare le nostri mani nell’abbraccio di un altro. La fiducia è un selvaggio urlo nel vuoto con un organo in sottofondo. 

La lacerazione dell’amante non ricambiato perché separato da se’ prima ancora che dell’amato\a tende a cristallizzarsi in dolore filosofale del due che non diventa mai uno. Anche l’assenza è una forma d’amore ed è per questo che si trova ad un livello superiore rispetto alla libertà. Il dolore può diventare l’estasi di colui che non si è realizzato e librarsi verso il suo complemento: il vuoto a cui appartiene. È la sua forma d’amore, il modo dell’attrazione di una forza sull’altra. Alla fine la fiducia è solo questione di passare da uno stato all’altro. 

Love in Shadow sceglie la forma dell’improvvisazione all’interno di ben definite strutture sonore. Agli assalti postcore seguono sincopati infusi math che poi si dilatano in sludge jazzati con chitarra scordata. The Task rappresenta la forma più compiuta di questa maturazione artistica, seguita all’esperienza Sumac + Keiji Haino. Ventuno minuti di pura brutale bellezza e ispirazione. Il rischio di cui parla Turner è anche una scelta stilistica: mantenere quanto più possibile il disco come un’esperienza live. La creazione artistica è anche istantanea e raccoglie energie di quel “qui ed ora” che inevitabilmente andrebbero perduti vivisezionando e ripulendo il suono in studio. 

A costo di una resa lontana dalle logiche mainstream i Sumac rimangono un lontano e freddo pianeta che merita una visita soltanto a patto che siate in grado di sopportare le condizioni estreme. 

Love in Shadow è il disco pesante dell’anno. 

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