Lo ammetto, questa è stata una delle mie recensioni più sofferte in assoluto. Era dal 2019, dai tempi dell’EP Town Centre, che aspettavo al varco gli Squid. Quello che mi aveva colpito della band in questione era la capacità di suonare un post-punk incredibilmente groovy e catchy eppure estremamente elaborato, nel quale tutte le influenze venivano rielaborate con inventiva e personalità.
Ci sono i Talking Heads, sicuramente. Ci sono degli intrecci chitarristici che potrebbero ricordare i Wire. C’è il ricorso a ritmiche di matrice kraut-rock. C’è il drumming sfrontato ed il cantato nevrotico del leader Ollie Judge, costantemente sovratono e che in alcuni momenti paga un tributo evidente a James Murphy degli LCD Soundsystem. Ma fa capolino anche una certa verve elettronica, che si può risolvere in episodi più danzerecci o facendo avvolgere i pezzi in una coltre ambientale.
Non è un caso, infatti, che la giovane band esca per il colosso dell’elettronica inglese Warp, che evidentemente ha intuito la loro capacità di mutare pelle in continuazione. Insomma, a questo punto sarebbe stato facile scrivere una recensione entusiastica e pubblicarla letteralmente subito, all’indomani della pubblicazione di questo Bright Green Field.
Ed invece no. Travolto dal peso delle mie aspettative, ed ingolosito oltremodo dai tre singoli, la mia prima reazione è stata una cocente delusione. Mi aspettavo il disco dell’anno, senza possibilità per nessuno di rivaleggiare, un classico istantaneo di cui avremmo parlato per anni e anni a venire. Ma molti dei pezzi qui presenti presentavano delle strutture che non mi convincevano, e non riuscivo a capire il perché di alcune scelte. E così, per circa due settimane, questo disco è diventato la mia ossessione. TUTTI lo stavano esaltando, anche gente che non sapeva neanche chi fossero prima di quest’anno, mentre io, fan della prima ora, non riuscivo a godermelo. Assurdo, inconcepibile. Dovevo capire cosa mi sfuggiva, cosa c’era che non andava. Poi, in una notte insonne, mi appare quasi per caso tra i suggerimenti di Spotify.
Ed è stato proprio quell’ascolto, libero da sovrastrutture e pippe mentali, che mi ha fatto capire che fino a quel momento avevo sbagliato tutto. E alle 03:19, sopraffatto dal climax inarrestabile di “2010”, ho finalmente capito il reale valore di questo lavoro. Che è alto, parecchio, e non comune per un’uscita rock di questi anni. Il senso di incompiutezza che avevo notato non era veramente reale, ma indotto. Mi sembrava non ci fosse niente al livello di “Paddling”, che trova una perfetta sintesi tra influenze ambient e industrial con un cantato quasi barrettiano in alcuni punti, o del gran finale di “Pamphlets”. Ma mi sbagliavo. Ogni pezzo, qui, ha la sua ragione d’essere. Anche gli esperimenti più arditi, come la seconda parte di “Boy Racers” o “Documentary Filmmaker”, hanno il loro senso all’interno dell’album. E che dire, poi, di “Peel St.”, che alterna un micidiale groove dance punk a momenti più distesi ed atmosferici?
Sì, ora posso dirlo: ne valeva la pena di perdere del tempo con questo albo, con questa band, ed in generale con questo revival che ho sostenuto fin dall’inizio. Molti affermano che si tratti di un’operazione costruita a tavolino, spinta dalle etichette e dalla critica inglese, ma mi permetto di dissentire. Le band attuali hanno la capacità di centrifugare tutte le influenze, che pure sono evidenti, in una formula diversa l’una dall’altra. Siamo ben lontani, insomma, dall’inutile nostalgia ‘70s dei Greta Van Fleet, quella sì un’operazione di marketing per aprire nuovi orizzonti al mercato discografico. Basterebbero i maestosi otto minuti e mezzo dell’epica “Narrator” per zittire i detrattori. E questo, che probabilmente è il pezzo dell’anno, era il primo singolo. Da qui si possono comprendere le mie immense aspettative, e la parziale delusione iniziale.
Questo Bright Green Field è quindi un capolavoro, come molti stanno già sostenendo? Assolutamente no. È un buono, buonissimo esordio di una band destinata a far parlare ancora di sé? Assolutamente sì. Dopo il centro pieno dei Black Country, New Road e le buone prove di Shame e Dry Cleaning, un’altra conferma della vitalità della nuova scena rock britannica. Ora la palla passa ai black midi.
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