Alimentare l’hype in un ambito così polarizzante come quello musicale è cosa semplice: una manciata di pezzi ben confezionati, specie quando accompagnati da roboanti campagne promozionali, sono sufficienti per servire allo scopo. A Blane Muise va dato atto di essere comparsa nei radar della critica specializzata solo in parte grazie all’immagine creata, dato che i grossi meriti vanno attribuiti a quanto prodotto in un biennio dove ha cercato di costruire la propria identità artistica un mattoncino alla volta.
A questo punto della narrazione sarebbe lecito attendersi una sorta di lieto fine anticipato, un momento in cui adocchiare gli indizi decisivi per un epilogo forse scontato, ma doveroso e coerente con le premesse. Purtroppo, non è questo il caso. Nymph è un debutto che vive di sprazzi, di quelle giocate da fuoriclasse risolutive tanto care al gergo degli sport di squadra. Alle orecchie di chi scrive, le pecche principali sono due e vanno a braccetto.
La prima è che il disco fallisce nell’intento di partenza, ovvero mostrare al pubblico un’artista con in mente un’idea precisa di cosa essere da grande. Prodotta da Sega Bodega, “Shlut” calza perfettamente con questo difetto. Pur trattandosi di un’ottima traccia, lo spazio concesso all’irlandese in sede di missaggio è davvero troppo, tanto che se occupasse un qualsiasi punto della scaletta di Romeo nessuno noterebbe incongruenze.
In Nymph sembra che Shygirl da un lato si nasconda dietro alle sue piccole certezze – come in “Nike” o “Little Bit”, che seguono la scia degli EP senza tuttavia eguagliarne la resa – e dall’altro abbia voglia di prendersi dei rischi senza però sapere come dosare il tutto all’interno di un formato corposo come l’album.
A tal proposito, il secondo palese errore risiede nella gestione della scaletta, colpevole di viaggiare a corrente alternata per l’intera durata del disco. Un saliscendi dove non si fa in tempo a complimentarsi con la londinese per le soluzioni adottate in un particolare brano che c’è una doccia fredda ad attendere dietro l’angolo.
Scegliendo di vedere le cose sotto questa lente diventa complicato persino giudicare in maniera oggettiva i migliori episodi dell’albo. Perché no, non si parla mica di una crosta, ma mi piace ancora pensare che un LP debba essere valutato in base a quel che vuole comunicare nel complesso, non al replay value che i suoi pezzi cardine avrebbero se inseriti in una playlist gettonata. L’incipit, “Honey” e “Firefly” spiccano perché nell’arco della loro durata tutto si incastra a dovere. Quest’ultima esplora un’interessante direzione pop per le ritmiche future garage che mi piacerebbe poter apprezzare se riproposta dalla stessa Shygirl o in separata sede.
Il voto risente parecchio di queste criticità, che vanno per di più inquadrate in una prova la cui durata complessiva sfora di poco la mezz’ora. Detto ciò, non si può non tener conto dei picchi, di gran lunga più impattanti dei momenti fiacchi; dunque, resta un prodotto che tutto sommato sento di voler promuovere. È un peccato che la britannica non sia riuscita già con l’esordio ad esprimersi al meglio, perché avrebbe tutto per imporsi, inclusa una scrittura non così banale per il suo campo. Insomma, Nymph non riesce ad elevare le aspettative per la prossima puntata, ma non può e non deve far gettare la spugna nei confronti di un talento dotato di un ventaglio di proposte raro tra i suoi contemporanei.
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