Di musica elettronica di qualità quest’anno ne è uscita in quantità e dobbiamo essere sinceri: che Robert Lippok avesse rilasciato una bella mina di album ci era passato del tutto inosservato. E’ così che quando siamo stati avvertiti del suo concerto in Fondazione Feltrinelli siamo stati colti del tutto alla sprovvista, ma abbiamo prontamente rimediato. Su le cuffie, e immersione totale. Applied Autonomy è un album immediatamente ammaliante, dal gran sound e accompagnato da un concept niente male. Andiamo!
In un primo momento non ci eravamo neanche accorti che la location era di quelle che non dovrebbero lasciare indifferenti: la fiammante nuova Fondazione Feltrinelli, progettata da Herzon & De Meuron. Una struttura minimalista tirata su con un cemento armato che soltanto gli Svizzeri riescono a plasmare con questa maestria. Una serie di fattori non indifferenti che alle porte dell’inverno, in una fredda serata milanese velata dalla pioggerella, ci convincono a muoverci. Ma sapevamo che ne sarebbe valsa la pena.
Saliamo le scale e ci ritroviamo in una salettina curata con alcune sedie e un piccolo palco. Un ambiente minimal ma lussuoso, insolito per della musica elettronica, fatta tradizionalmente di spazi spartani e occupati da puzza e fumo. Prendiamo posto e poco dopo ci accorgiamo che pure il pubblico è insolito. Pochi tatuaggi, pochi vestiti strappati, troppe giacche e troppe cravatte, qualche capello bianco.
“Siam sicuri che sia il posto giusto?”
“Sisi, guarda là, quello è Robert”
“Ah wow, bon, meglio così”
Con lui sul palco un altro signore: Teho Teardo, ottimo musicista e curatore della serata che inizia con una specie di intervista. Si parla di ribellione, di Berlino e di architettura, di Alva Noto, di insulti ai nazisti incontrati per strada mangiando il gelato e quant’altro. Si tratta relativamente poco di musica e per una volta va anche bene così. Una ventina di minuti e Robert si piazza dietro al tavolo con la sua
Il concerto si conclude con una breve jam insieme a Teho Teardo e una simpatica improvvisata di Robert con pezzi molto più tradizionali e berlinesi sul finale a riprova che pure lui è abituato ad altri ambienti. Ma in fondo qual’è il giusto ambiente in questi casi? Forse in un qualsiasi centro sociale di Milano avrebbe avuto più riscontro una serata del genere. Ci interessa? forse no. E’ musica da centro sociale o da intellettuali questa? Cosa vuol dire essere “intellettuali” nel 2018? C’è bisogno di essere intellettuali per godersi un certo tipo di musica? Perché bisogna sempre cercare di sentirsi appartenenti al gruppo giusto, sia questo quello degli amici del centro sociale o degli amici con cui si va a vedere le prime a La Scala. Noi a queste cose crediamo fino ad un certo punto, e in fin dei conti non ci interessa neppure dare una risposta alle sopracitate domande. Ognuno tragga le proprie conclusioni, ma in fondo la musica è fatta di fruizione e di chi pretende che l’arte sia fatta per le “elite”, questo o quel gruppo di persone ce ne laviamo le mani. Prendiamo il contorno per quello che è -appunto- contorno. Ogni cosa assume importanza nella misura che le assegniamo noi.
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