Ci sono 33 minuti di nuova musica firmati dall’avanguardista svedese Kali Malone. Il titolo dell’opera è Living Torch, e segna un inevitabile distacco dal doppio album (anzi, di fatto era un triplo!) che l’ha preceduto.
L’organo di The Sacrificial Code risvegliava, nella nostra memoria dei muscoli pop, le atmosfere di ( ) dei Sigur Rós, e in particolare, specialmente nel periodo del primo lockdown, sembrava la conseguenza apocalittica del video di Untitled #1. (Poi d’accordo, gli islandesi si sono persi, ma questa è un’altra storia).
Ora la musica di Living Torch, per quanto sia stata immaginata e poi suonata partendo da idee di fondo tutte da ben considerare, non riusciamo a collegarla a una particolare atmosfera unica e irripetibile. Limite nostro, probabilmente, ma il risultato di molti concetti sonori elaborati da Kali non va oltre l’alternativa ai lavori di musica drone ambient di artisti come Tim Hecker (traccia numero 1) o Ben Frost (traccia numero 2 di Living Torch).
Poi ci si può anche manstuprare dibattendo della strumentazione vintage utilizzata, dal BAB (che sarebbe questo apparecchio qua) al sintetizzatore modulare ARP 2500, fino all’idea di far riverberare il suono di un trombone e di un clarinetto per ricreare appunto ciò che altri producono principalmente con strumentazioni digitali più moderne, ma in fondo oltre all’obiettivo di riuscire a suonare attuale prendendo vantaggio da movimenti arcaici, la Malone non sembra voler andare.
Il suo è uno studio. Una ricerca sonora sviluppata su un concetto di retroavanguardia che può certamente coinvolgere chi sviscera questo genere e ormai ci sguazza dentro al limite del fanatismo, ma che forse non riesce ad allacciare un rapporto con chi delle tecniche di produzione di un suono fondamentalmente se ne sbatte, e cerca dischi di musica ambient coordinabili al proprio stato d’animo o al vissuto che si trova di fronte, proprio nel momento in cui questo accade.
Certo che puoi sostituire il Ben Frost di The Centre Cannot Hold – se non addirittura il Lustmord di Carbon Core – con Living Torch traccia #2, dal minuto 5 in avanti, ma se non ti va di capire come questa roba è stata realizzata, forse ne godi solo in minima parte.
In tutto questo il voto finale non può che essere alto perché la qualità di queste due composizioni lo merita.
Era inevitabile e necessario per Kali, dicevamo all’inizio, cambiare la formula o quantomeno lo strumento protagonista, perché non poteva insistere sulla modulazione dell’organo dopo l’ora e tre quarti di musica offerta da The Sacrificial Code, e Living Torch mostra che l’artista svedese non è affatto limitata ma anzi può qualificarsi come una compositrice d’avanguardia drone di grande ingegno. Tuttavia la prossima volta speriamo di essere nuovamente e splendidamente sorpresi come era accaduto col suo disco precedente…
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