Una carrellata di buoni propositi per il 2018, firmata da alcuni dei redattori di DYR. E in alcuni casi, lo stato delle cose sul fronte musicale, nei nostri cuori, arrivati a questo punto della strada. Grazie a tutti coloro che vorranno venirci a leggere per approfondire il discorso, e sul sito e sul forum, e nelle pagine dei social che cerchiamo di tenere attivi senza macerare i coglioni a nessuno. Un abbraccio sì, ma non giubilate, ormai ci siamo quasi…
Pierluigi Ruffolo. Il Discus Astralis è ciò che non aspetto, bensì pretendo, dal 2018, come sempre. Il Discus Astralis è quella creatura che si presenta una, forse due volte per anno quando si è fortunati, e la
Luca Momblano. Non vorrei fare nomi, perché avrei voglia di stupirmi. Ecco, al 2018 chiedo di ritrovare la forza di innamorarmi di cinque/sei/otto dischi, meglio se in maniera del tutto inattesa, artisti da scoprire, studiare e indagare. Sono loro che fanno sognare, dentro il nostro presunto mare di conoscenze già acquisite, in qualità di consumatori e self-made-music-men. Ci sarà qualcuno pronto a stravolgere nuovi e vecchi canoni? Di sperimentare senza produrre musica totalmente astratta? D’altronde, noi appassionati siamo fatti così. Un po’ vogliamo sentirci a casa (mi auguro di trovare i migliori Vampire Weekend, la crescita degli Ought, il marchio degli A Perfect Circle, persino gli MGMT, forse i meno adatti per vivere di nostalgia, e di non trovare ahimé i ladri). Un po’ amiamo le sfide, la caccia aperta, il gusto di sentirsi diversi e anche inorridire. La mia richiesta numero uno, però, è che Babbo 2018 possa segnare una nuova, ennesima, rinascita del rock elettrico. Chissà come, chissà dove, chissà. Convinto che la scrittura tradizionale del pop che piace a noi, fatta di mille possibili deviazioni, qualche grande canzone ce la regalerà sempre. Amen.
Daniele Sassi. Posso dirmi soddisfatto del mio percorso musicale, per quanto avrei voluto arrivare prima a tante cose che mi piacciono oggi. Ho vissuto, negli ultimi venticinque anni (e anche un paio di più, ma suona meglio dire solo venticinque), le varie fasi, mode, evoluzioni del rock e del modo di viverlo, ascoltarlo, approfondirlo. Ammetto di rimpiangere un po’ il primo periodo di banda larga e quindi l’età d’oro dei forum tematici, per questo nel 2018 vorrei ritrovare qualcuno di quegli slanci emozionali che mi hanno fatto balzare dalla sedia nel momento in cui scoprivo e condividevo nella
Francesca Scozzarro. Spero prima di tutto che le voci femminili siano numerose e forti: sono curiosa di ascoltare il ritorno di Anna Calvi e quello di Grimes e spero che Lykke Li sappia trarre dalle gioie e
Enrico Piraccini. Facciamo subito una mitragliata degli scontati (in ordine “da me ne fotte molto a poco”): MBV, Arctic Monkeys, APC, Gorillaz, Prodigy… ma c’è anche l’iperuranio: Tool?
Thomas Borgogni. Basta. Il rock non fa più per me. Il 2017 ne è stata la conferma e son sempre più convinto che pure in futuro ci sarà sempre meno spazio per la “guitar music” nei miei ascolti. È un
Emanuele Cioffi. Tra gli infiniti feed di Soundcloud, le playlist di Spotify e le listi di consigli, sempre più spesso mi ritrovo a farmi guidare da Youtube e dai suoi ripetitivi consigli, pur di non dover selezionare qualcosa dal mare magnum di uscite. Il 2017 è stato però anche l’anno in cui mi sono innamorato dei mix electro di Soundcloud (che spero di ascoltare sempre più), oltre che l’anno in cui l’uscita di un disco prezioso come quello di Arca mi ha ricordato che la coerenza stilistica o l’esecuzione impeccabile sono sempre secondarie rispetto all’intensità e alla sincerità di un prodotto. Per cui viva i dischi imperfetti e le contaminazioni imprevedibili, viva il pop e viva l’elettronica, specie se assieme. Occhi puntati su A Perfect Circle per decidere le sorti del mio interesse per il rock.
Manuel Dal Fara. Negli ultimi mesi ho subito una battuta d’arresto con gli ascolti musicali, incassando il colpo peggiore con le recenti uscite nell’elettronica e facendo la figura del vecchio incavolato che urla a Iglooghost di non fare tutto quel baccano. Nel 2018 mi piacerebbe veder tornare in auge qualcuno di quei nomi oscuri che solo un lustro fa sembravano dominare le loro scene: Shed, Peter Van Hoesen, Lucy, 2562, FaltyDL, Echologist, Vex’d, i Dadub e tanti altri. Ma non è la nostalgia quanto l’evoluzione dei suoni a dettar legge, dunque testa bassa e immergersi nelle novità. Detto questo, chissà se zio Tim Hecker ha già pronto il colpo in canna e la tabella dei turni dice che tocca di nuovo a Andy Stott, ma il più atteso è uno solo. Forza Jon Hopkins: tira fuori un altro gran disco. Siamo tutti con te.
Sarei molto felice anche se spuntasse fuori un nuovo lavoro importante di qualche pezzo grosso nel pop o nel rock, ma dopo aver visto alcune rovinose cadute è dura crederci: a tal proposito, fino all’ultimo spererò di svegliarmi un giorno e leggere un comunicato degli Arcade Fire in cui si scusano per l’orrore commesso e promettono l’uscita del vero album. Ma non succederà mai. Meno male che ci sono Grimes e (magari) Janelle Monáe che nonostante tutto continuano a farmi sognare.
Edoardo Ardito. Non lo so neanche io cosa voglio per il 2018. Il 2017 (ma anche il 2016, il 2015 eccetera) sono stati quasi una delusione continua dai grandi nomi del rock che mi (ci) sono rimasti nel cuore fin da quando eravamo piccoli, quindi non me la sento neanche più di riporre speranze in grandi nomi che mi hanno fatto sognare. Gli Arctic Monkeys o i Vampire Weekend o i Portishead decidono di fare un lavoro sotto le aspettative? Mettetevi in fila, che è lunga e infettata di delusione. Anche per l’elettronica non so quanto puntare sui grandi nomi, preferisco sperare che nomi meno blasonati rispettino le promesse fatte finora (penso soprattutto agli Amnesia Scanner o ad alcuni nomi di scuderia Pan). Certo, un grande ritorno come sanno fare loro di Andy Stott o di FlyLo sarebbe molto gradito. Ah vabbé, e i Tool. Ma meglio tacere.
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