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by AFX » 24 Feb 2011 15:05
Rockol
[spoiler]Come sparire completamente e poi tornare all'improvviso.
Parafrasando il titolo di una loro canzone, i Radioheadhanno dimostrato ancora una volta di non essere solo dei grandi musicisti, ma anche dei grandi comunicatori, riuscendo a ottenere il massimo dell'attenzione mediatica ad ogni loro uscita.
Per la pubblicazione di questo “The king of limbs” la band di Oxford ha fatto una cosa normale, ma non scontata: si è eclissata, lanciando dai propri bunker una manciata di messaggi e di classifiche dei loro ascolti preferiti che, in apparenza, poco avevano a che fare con l'album in lavorazione.
Ora che il lavoro è pronto sono tornati improvvisamente a cielo aperto, distribuendo, nell'arco di una settimana dal primo annuncio, il nuovo album, liberandosi così di tutti quei tempi morti che avrebbe imposto loro una casa discografica.
Di punto in bianco i fan si trovano in mano un disco realmente nuovo, visto che le lunghe mani della rete web non sono riuscite a darne almeno una vaga anteprima. Un'attesa di una settimana per qualcosa di completamente ignoto: c'è forse di meglio per attrarre l'attenzione? “The king of limbs” propone otto brani, pochi rispetto alla media di dodici presenti nei precedenti, che mostrano un impegno massiccio nella ricerca di un sound che si distaccasse dal passato fino a raggiungere anche alcuni estremi: questo è forse il disco più ostico e minimale registrato dai Radiohead, ma mostra anche il loro lato più intimo e tenue.
Basta ascoltare l'iniziale “Bloom” per capire che ci vorranno molti ascolti per assimilare bene l'album: questa canzone in particolare si apre con un loop di pianoforte che accelera pian piano diventando sempre più ipnotico, accogliendo inizialmente una batteria convulsa e un giro di basso profondo. Il canto di Yorke addolcisce il brano che diventa sempre più rarefatto.
“Morning Mr.Magpie” proviene dai cassetti dei brani scartati per “Hail to the thief” ed era già apparsa online in una delle trasmissioni del canale “The most gigantic lying mouth of all time”: cercando dei riferimenti potremmo dire che ci ricorda una “I might be wrong” più rilassata, mentre “Little by little” (da non confondere con quella degli Oasis) ci restituisce una delle classiche ballate alla Radiohead che qui viene immersa in un altro intreccio di percussioni e strumenti indecifrabili. La voce di Thom è più sottile che mai, facendo assumere alla canzone un atmosfera intima, quasi privata.
L'elettronica torna protagonista con “Feral”, dove una drum machine percorre l'intero brano senza mai fermarsi, mentre viene avvolta dalla voce e da un basso filtrato, mentre “Codex” è un brano meraviglioso, una canzone per voce e pianoforte che lentamente si innalza su un piedistallo fatto di fiati e archi: dopo tanto armeggiare alla ricerca di un nuovo suono, i Radiohead dimostrano di saperci incantare con poche note. Con “Give up the ghost” si apre un altro spiraglio sul mondo ignoto costruito per questo nuovo album: Thom Yorke, alla voce e chitarra acustica, viene accompagnato da un sottile coro che man mano si ampia verso il finale.
Il finale viene celebrato da una ballata rilassata come “Separator”, in cui Thom canta “If you think this is over, then you're wrong” che, come già fantastica qualche fan, potrebbe annunciare una seconda parte di questo disco.
“The kings of limbs” rimane per ora un mistero diviso nettamente tra ricerca e semplicità: ci vorranno molti ascolti per capire quanto rimarrà nella memoria degli ascoltatori. Per ora ci sembra che i Radiohead giochino a nascondersi un po' troppo, ma, d'altronde, è così che loro vivono la musica.
Scomparendo per poi sorprendere.
Il tempo sarà il loro giudice.
(Giuseppe Fabris)[/spoiler]
Stordisco blog 2/5
[spoiler]E' una figata dover scrivere dei Radiohead, sopratutto per il fatto che non vi sia bisogno di preamboli, introduzioni o spiegazioni di circostanza sul gruppo. Chi più, chi meno, tutti conoscono la band di Oxford. Il 14 febbraio spiazzano i fan postando sul loro sito una news nella quale si annunciava l'uscita di questo loro ottavo disco dopo appena quattro giorni. Accantonato il metodo del “pay what you want”, questa volta l'acquisto del formato .mp3 prevedeva una spesa fissa di 7 euro, mentre il formato .wav costava 3 euro in più. Lasciando da parte le polemiche sul fatto di esser costretti ad acquistare un prodotto a scatola chiusa e sulla fiducia del buon nome di Thom e soci, preferisco concentrarmi sull'analisi di un album così improvviso e inaspettato. Otto tracce niente affatto semplici in 37 minuti scarsi di musica. La prima cosa lampante che emerge dall'ascolto, è la mancanza di suoni chitarristici, ridotti all'osso o al massimo a qualche arpeggio spettrale. Un appiattimento sonoro che si concentra nello scorrere, spesso statico di tastiere, basso ed elettronica ad ergersi sopra beat quasi da drum machine. A differenza del precedente “In Rainbows”, questo KING OF LIMBS non presenta grossi momenti di allontanamento tra una canzone e l'altra. Potremmo tranquillamente considerare lo scorrere di queste otto canzoni come un unica traccia di trenta e passa minuti. L'apertura con BLOOM, una straniante, sonnambolica, marcia onirica che fluisce nella successiva MORNING, MR MAGPIE senza tanti fronzoli. Anche questa seconda traccia è permeata da un senso di trasognante leggerezza trasportato da un beat atipico e originale. Poi qualcosa cambia. Con LITTLE BY LITTLE (parliamo ancora dei Radiohead e non degli Oasis) Thom e soci ritornano a sonorità già sperimentate in album come HAIL TO THE THIEF. Personalmente una delle tracce più interessanti e movimentate. Molta elettronica in questo disco. Come esempio di sperimentazione per eccellenza, abbiamo FERAL (“sorella” minore di ALL FOR THE BEST tratta dalla compilation CIAO MY SHINING STAR). Voci dilatate e poi ristrette si affacciano sulla scena come fantasmi dall'oltretomba assieme a elementi sonori atipici. Ad anticipare di qualche ora l'uscita del disco, il video di LOTUS FLOWERS che ritroviamo come quinta traccia. Sinceramente poche emozioni. Un classico brano d'atmosfera alla Radiohead, per il quale non sento il desiderio né la voglia di spendere altre righe. Una canzone “apripista” inferiore alla JIGSAW del precedente album. CODEX è sicuramente una delle poche tracce che si ergono sopra la media nell'ascolto di un album davvero monotono e privo di spunti nuovi. Una morbida ballata che scorre su note delicate di piano, intonate dalla perfetta voce di Thom, seguita dall'aggiunta di riverberi e cori provenienti da anticamere lontane. GIVE UP THE GHOST appare come la noia di una giornata passata a fare la fila per poi sbrigarsela in 10 minuti (in questo caso quasi 5). In chiusura SEPARATOR, rialza un po l'interesse; ad emergere finalmente qualche chitarra leggera e cristallina, nel seguitarsi dei soliti cori e riverberi. E poi fine. Arrivati a questo punto vi domanderete come è possibile che i Radiohead abbiano potuto sfornare un disco del genere. Non fraintendetemi la qualità di KING OF LIMBS è alta, ma parlando di uno dei gruppi più famosi e venerati attualmente, non riesce a tener testa alle aspettative. Pagare 7 euro (o 10) per scaricare un disco simile, lo trovo davvero imbarazzante. Non è solo la componente monotematica e statica di questo album a spiazzare ma è lo stagliarsi di poche, anzi pochissime tracce, contro la noia e la voglia di cambiare ascolto. La mia potrebbe trattarsi di un' analisi affrettata, ma resto ugualmente convinto del fatto che complessivamente KING OF LIMBS sia un enorme “sola”. Ascoltandolo diverse volte potreste accorgervene anche voi. In questo disco non si è dato il massimo, si è puntato ad accontentare i fan e spiazzarli con un uscita improvvisa, che sfortunatamente si è rivelata, almeno personalmente, un grosso flop.[/spoiler]
Sentireascoltare 7/10
[spoiler]La storia del rock è fatta di molteplici vicende: percorsi lineari, parabole artistiche, passi indietro ed in avanti, scarti di lato. Senza dilungarci sul percorso Radiohead fino qui, potremmo sintetizzare quantomeno le varie 'nature' espresse a seconda del periodo: attenti manipolatori di suoni e segnali, abili creatori di codici, propagatori di etiche e slogan, scaltri operatori di marketing 2.0 e infine autori di grandi canzoni pop.
Da quest'ultima attitudine The King Of Limbs, ottavo capitolo della saga nuovamente prodotto e distribuito dal gruppo stesso, si discosta. Il tentativo pare quello di una nuova svolta, e sarebbe quindi già pronto e servito il paragone con la premiata coppia Kid A / Amnesiac. Non fosse che quelli erano titanici esempi di musica in rappresentanza di un'epoca (statuario il primo fin dalla sua copertina: la 'ice age coming' che era fotografia di un presente storico, oltre che musicale), mentre qui la chiave di lettura è differente. Mancano nelle nuove liriche quella serie di immagini e riferimenti tra il colto e il metaforico che erano la forza del gruppo tra Ok Computer e Hail To The Thief e tutto suona invece più che mai diretto e intimo, un po' alla guisa dell'opera solista di Thom Yorke, ovvero The Eraser. E' un paragone, quello con quest'ultimo disco, reso lecito anche dal primo blocco di nuove tracce che si muove all'insegna di fascinazioni elettroniche ben esplicitate dalla mente dei Radiohead nelle recenti playlist ospitate sul blog del gruppo: su tutto spiccano le andature asincrone (Morning Mr Magpie) e scoordinate (Bloom) di Flying Lotus, il primo Four Tet a punteggiare di folktronica la trascinante Little By Little, gli echi dubstep di Burial che svecchiano Feral dalla possibile outtake di Amnesiac che sarebbe altrimenti. E' un flusso in cui i cinque marciano compatti, con Yorke a dispensare le usuali melodie e gli altri più intenti ad armonizzare il beat che a personalizzarne le trame. Gli strati di suono, i rimandi e le pur buone idee che costellano questo ritorno spiazzano e danno da riflettere ai reduci di In Rainbows.
Solo nella seconda metà del disco il gruppo rimette in gioco lo spleen di cui è capace, ma sempre meno di quanto potrebbe. Perchè Give Up The Ghost è un brano che gioca molto più sui crescendo e le intersezioni della voce magistralmente loopata che sulla forza del testo, invece esiguo e diretto come mai prima. Perchè Codex sembra fin dalle prime note di piano l'ennesima ballad per cuori infranti, invece è ancora Yorke che rievoca i grandi della musica pop con cui è cresciuto, e quindi altro che pianti in cameretta: eccoci alla finestra di un grattacielo che domina su una metropoli in piena notte in compagnia di Scott Walker, Brian Eno e i Talk Talk di Spirit Of Eden. Quanto a Lotus Flower, l'elettronica che le fa da sfondo segue pattern e ritmiche più familiari ai Radiohead classici: seducente e falsettata, spettrale quanto una House Of Cards e al contempo più soulful e calorosa; ma nondimeno un singolo che nemmeno da lontano può vantare l'appeal corale di una All I Need, per rimanere su esempi recenti. Solo Separator tradisce degli slanci epici per cui gli U2 simpatizzerebbero, nel testo e nelle linee vocali, ma è sempre un guizzare in mezzo al quasi onnipresente pastiche di suoni sintetici e i curiosi ma riusciti inserti di chitarra prelevati da quell'altro storico punto di riferimento che è Tim Buckley.
Quando credevamo che la band di Oxford iniziasse a vivere di rendita su quelli che erano gli schemi degli ultimi album, eccoci di nuovo alle prese con un disco che mostra desideri di cambiamento. L'asteroide Radiohead non ha mai smesso di ruotare intorno a quello che succedeva nell'underground, e oggi come ieri si mostra abile a reinterpretare tutto in un'ottica personale. Ne risulta una svolta che, come detto in apertura, non bissa quella ormai storica di Kid A, ma nemmeno sembra volerlo. Consapevole dell'epoca in cui esce The King Of Limbs abbassa invece il profilo del gruppo e lo riconfigura intenzionalmente da stadium band a gruppo quantomai mutante: si propone come un album di elettronica molto più che di canzoni, e quand'anche mira al cuore lo accarezza molto più che colpirlo. Più di tutto è un oggetto che fin dal ridotto numero di tracce si mostra agile e veloce, in qualche misura fresco. Non un classico, nè tantomeno un'uscita determinante per il presente musicale, ma un disco da consumare e godersi qui e ora. Fast music for a fast era.
(7.0/10)[/spoiler]
Riccardo Bertoncelli
[spoiler]Sono una Radiotesta di seconda generazione, mi ha incantato la musica da Kid A in avanti e questo nuovo album, ancora più dei precedenti, mi premia. Ora venga pure qualcuno a dire che i veri Radiohead sono stati quelli di The Bends o Ok Computer; con canzoni come queste diventa difficile, molto difficile. Il fatto è che Thom Yorke ha attraversato il deserto e, disco dopo disco, ha stravolto i tratti somatici della sua creatura arrivando lontanissimo da dov'era partito. Per naturale inclinazione e lucido calcolo, ha operato per sottrazione e non per addizione, come a tutti viene da fare nel mondo del Turgido e del Roboante. In The King Of Limbs le canzoni non sono blocchi imponenti o alti pinnacoli e forse non ci sono più nemmeno "canzoni", almeno come le avremmo dette fino a ieri, e neanche ritornelli, riff, perfino strumenti definiti. All'ascolto sprizzano bolle sonore trasparenti, colorate gelatine impalpabili che si depositano sulle orecchie per scivolare dentro, nella mente, nello spirito. L'energia non scuote i brani muovendoli come mostricini verso il nostro apparato sensoriale ma li solletica nel profondo, un brivido che increspa la superficie; lì scivola la voce di Yorke, un lamento accorato, un sommesso urlo di stupore, di gioia, di dolore. Anche sotto questo profilo non sono "canzoni" nel senso di prodotti per il consumo. Sono pensieri ad alta voce, evanescenti pezzi di vita che immagino ogni giorno diversi; mi stupirei molto se negli show dal vivo li ritrovassi pari pari. (Gli show dal vivo, ecco un aspetto da prendere in considerazione. L'enorme popolarità della band contrasta con la sottile delicatezza di questi brani, che avrebbero bisogno di spazi limitati, discrezione, rispettosa accoglienza. Triplo punto interrogativo).
Sono otto brani, poco più di 30 minuti - una scelta intonata al progetto. Tempo fa Thom Yorke ha collaborato a una magica opera di Flying Lotus, Cosmogramma, e qui ne ritrovo stimolanti tracce, a cominciare dall'elusivo inizio di Bloom, con lo screziato intarsio della sezione ritmica. Il "brano di lancio" è invece Lotus Flower, e una volta ancora siamo lontanissimi da abitudini, convenzioni e bpm obbligatori per passare in radio/TV. Il pezzo più breve, Feral, è anche il più ombroso, con un ritmo stretto incalzante e il respiro delle macchine che pare un rantolo, a inghiottire in fretta un canto ridotto a pura balbuzie. Ma io cerco la luce e la trovo in fondo alla malinconia di Codex (con l'unico pianoforte ben scolpito dell'album) e, più sfolgorante, in Give Up The Ghost. E' il pezzo che preferisco, per l'abbandonata bellezza del canto/chitarra e il fantasmatico dialogo tra la voce di Thom e un coro digitale di alter ego. E poi torno giovane, mi sembra di stare sulla tolda del Mayan, la goletta di David Crosby, e ascoltare le voci dall'acqua, ammirare gli spazi immensi e meditare sulla vita, la sua bellezza, i suoi segreti.[/spoiler]
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AFX on 24 Feb 2011 15:06, edited 1 time in total.